Adriana Asti, un tributo psicofuturista

Pubblico un ricordo della grande attrice italiana che ha donato la sua presenza al cinema e al teatro con eccellente bravura, estrema generosità e poliedrica capacità di assumere i ruoli più diversi, con registi di fama mondiale come Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Franco Brusati, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Patroni Griffi, Vittorio De Sica, Luis Buñuel, Carlo Mazzacurati, Marco Tullio Giordana, Mathieu Amalric, Tinto Brass, André Téchiné, Benoit Jacquot. È particolarmente cara allo psicofuturismo per la sua passione psicoanalitica, la sua amicizia con Cesare Musatti, pietra miliare della psicoanalisi freudiana italiana (ho scoperto da poco che è stato addirittura testimone delle sue nozze con Giorgio Ferrara, al quale ha dedicato la piece teatrale di cui offro in lettura la recensione dello spettacolo, pubblicata sul mio libro La psicoanalisi all’Opera). Aggiungo anche un’altra brevissima nota critica di uno spettacolo visto a Spoleto, dove andai a trovarla in camerino portando in dono il libro con la recensione di Caro professore che leggerete. In quell’occasione mi accolse con garbo e simpatia e con il libro tra le mani mi strizzò l’occhiolino e mi disse: Lei lo sa, sì, che io sono una vecchia talpa della psicoanalisi?!

Caro Professore (…per sempre sua)

(Psicorecensione dello spettacolo teatrale di e con Adriana Asti, regia di Massimo Navone)

Questo delizioso, spiritoso (e spiritato!) spettacolo teatrale scritto e interpretato da una delle più grandi attrici del teatro italiano, Adriana Asti, nasce da una triste assenza, un incolmabile vuoto, una terribile perdita: di un amico, ormai che l’analisi è terminata (e la sua fine coincide – ahilui, ahimè, ahinoi – con la fine terrena dello psicoanalista) che si chiama Cesare Musatti, che è stato lo Psicopompo dell’indimenticabile interprete di Un Cuore Semplice (un dimenticato ma delicatissimo Flaubert in versione cinematografica firmata da Giorgio Ferrara) e centinaia di ruoli teatrali nonché cinematografici.

Per raccontare la storia della sua analisi e dell’assenza del Grande Vecchio nella sua vita la grande Adriana si inventa un personaggio di nome Amalia Otaria, con un marito dalla coda leonina che si chiama Armando Pelliccia, due galline e un topo che popolano la sua casa e la necessità di mettere in scena (teatro nel teatro nel teatro) di continuo storie della sua vita che per lei (la Scrittrice!) sicuramente hanno un senso preciso, e per lo spettatore un senso teatrale e psicoanalitico (e scusate se è poco).

Così in questo circo dove non c’è storia ma molte storie, insieme a Cochi Ponzoni (junghianamente l’Ombra vivente di Renato Pozzetto) l’Adriana nazionale imbastisce tanti episodi d’amore, di gelosia, di tradimento, di bisticci, di angosce materne (della di lei Madre e per non esser madre ella stessa) e severità paterne (concentrabili nel lamento: ma quanto durerà questa analisi!), facendo apparire, seppur brevemente, il suo partner maschile truccato proprio come Il Pronipote di Giulio Cesare (Musatti), e intenerendo soprattutto gli psicoanalisti presenti in sala (questa sera ne abbiamo contati almeno cinque! …e gli altri spettatori? …tutti pazienti – e buoni – fino alla fine …dello spettacolo) quando la Divina supplica il Professore di non morire mai… O quando ricorda un episodio assai teatrale della sua psicoterapia che l’Autore di Chi ha paura del lupo cattivo? ha già pubblicato anni fa lasciando (of course!) anonima la Paziente… (una storiella di pipì in ascensore – portinaia incattivita e interpretazione risolutiva del bisognino più psi che scatologico) e allora ecco il pezzo del mosaico che mancava… E chi come noi oltre venti anni fa frequentava convegni e seminari che il Grande Padre Freudiano Italiano spesso presiedeva con incredibile vitalità e giocondità (raffiche di motti di spirito, rancore affettuoso per tutti i suoi allievi famosi un po’ birichini, secondo lui perché poco ortodossi, battagliero ad ogni intervento) adesso capisce come mai, due volte su tre, una irriconoscibile e sempre mutante Adriana Asti, fosse proprio lì, con occhiali scuri, cappelli o foulards di ogni genere in testa, pronta poi a vezzeggiare il suo Maestro! (E noi lì a spiarla, ingenuamente, chiedendoci come mai la grande attrice fosse lì, in quelle tenute così mascheranti…).

Questo spettacolo è una vera giuggiola per psicoanalisti e pazienti, ma anche una ulteriore bellissima riprova di arte del recitare, e di scrivere, di un’attrice, una interprete che non invecchia mai, ferma a trentacinque-quaranta anni… come ballerebbe (danza classica, on purpose esistante) altrimenti in scena? E naturalmente il merito di tutto è della Psicoanalisi anche se l’Analista, il proprio analista, non deve morire mai (per sua scelta… ucciderlo invece, simbolicamente, è un altro paio di maniche!) e allora cosa resta alla Più Brava Paziente del Mondo e dello Spettacolo?

Più volte cade dal cielo torva e minacciosa una corda da impiccagione, unica alternativa al tormento dell’assenza, alla fine dell’analisi per decesso dell’Uomo del Transfert. Amalia Otaria accarezza ma allontana sempre la corda pendente finché non si sdoppia alla fine in due funi gemelle, che agganciano una panca d’altalena: meglio dondolarsi e andare incontro alla vita, spinti da chi ci ama, sempre più in alto, anziché dondolare con il collo appeso sempre più immobili.

Questa la bella lezione del Grande Assente e di una Grande Presente (più l’Ombra).

Spettatori, psicoanalisti e pazienti fuori dal teatro, verso la Vita. A teatro la vita continua: domani si replica.

Teatro La Cometa, Roma, inverno 1996.

Festival dei Due Mondi di Spoleto – 57° edizione

Lo psicofuturista, giunto a Spoleto, s’imbarca subito sulla nave di Luca Ronconi, che ha messo in scena una pièce tratta da due scritti teatrali di Strindberg: Danza macabra e Der Vampir. Lo spettacolo, inizialmente intitolato Danza di morte, ha ripreso il nome del primo testo nell’edizione finale, per volere del regista. E concordiamo con lui, giacché, non tanto di morte si parla, ma di infernale (r)esistenza di una coppia. Attore d’eccezione Giorgio Ferrara, patron del festival, insieme alla moglie Adriana Asti. Quel gran volpone di Ronconi deve aver pensato, magari ispirato da Stanley Kubrick e Mike Nichols, che non c’è nulla di più esplosivo e veritiero – e teatrale, dunque – che far recitare un dramma coniugale da due attori sposati da tempo, come i nostri. Ricordate la coppia Nicole Kidman-Tom Cruise, a quei tempi ancora perfetta e sposata, in Eyes Wide Shut, il cui plot altro non è che Doppio sogno di Schnitzler? Vi dice niente il film Chi ha paura di Virginia Woolf?, tratto dall’omonimo splendido dramma teatrale intramontabile e perciò copiatissimo (un solo esempio: Il dio del massacro di Yasmina Reza, poi trasposto da Polanski sullo schermo come Carnage) di Edward Albee? Con Liz Taylor e Richard Burton ubriaconi, aggressivi, simpaticissimi, superlativi e ultra sposati nella vita come nel dramma? Il testo di Strindberg, a nostro modestissimo parere, sebbene più deboluccio rispetto agli altri due appena citati, viene però corroborato e arricchito dall’interpretazione della sempre bravissima Adriana Asti e dal neo attore in perfetta parte Giorgio Ferrara. La pièce poteva intitolarsi tranquillamente anche Serata con vampiri senza cena, oppure Per favore mordimi sul collo, dato che il taglio vampiresco è quello scelto da Ronconi. Oltre alla coppia sposata, che si accinge a celebrare i venticinque anni di matrimonio, è presente Kurt, il cugino di lei, nonché suo amante. Il marito è un Nosferatu militare, taccagno e noioso; la moglie è una contessa Dracula insoddisfatta, infelice e attrice fallita. Il terzo personaggio si rivela il più diabolico dei tre, perché, pur restando senza cena data l’avarizia inveterata dell’ufficiale, li lascerà soli a sbranarsi, dopo essersi nutrito del loro sangue. Non a caso lo psicofuturista ha parlato d’imbarco sulla nave teatrale di Ronconi, perché la macchina scenica ha mimato con rullii e beccheggi la metafora della scena come una barca, sulla quale vivono la coppia e il terzo, ma sulla quale potremmo vivere tutti. I tre personaggi non sono mai in cerca d’autore, perché hanno trovato in Ronconi un direttore d’opera accorto e amorevole, che ha saputo interpretare il dittico strindberghiano con la giusta impostazione. Mentre eravamo davanti al camerino per salutare la diva Adriana, non abbiamo potuto fare a meno di ascoltare un certo Arbasino che, parlando con Ronconi, esternava amichevolmente la critica per una possibile condensazione della durata dello spettacolo, che dura ben due ore e mezzo. Concordiamo con Arbasino, anche perché, come detto prima, i dialoghi non sono così memorabili né per l’effetto né per l’arte. Gli attori e la regia, invece, ci sono piaciuti moltissimo.

[…] L’articolo completo è pubblicato su Diario psicofuturista 2014-2015 (Lithos, Roma)

(foto da Wikipedia)

A che punto è la morte di Amedeo Caruso: perdono, assoluzione letteraria e promessa d’amicizia

Ho ricevuto e, con il benevolo consenso dello scrittore Pino Imperatore, pubblico:

Caro Amedeo,

innanzitutto perdonami per averti fatto morire. Non avrei neanche lontanamente immaginato che tu fossi una persona così brillante e briosa e un professionista di così chiara fama. La prossima volta non lo farò più…

Ma ora che ci penso, essendo tu già defunto, non potrei, fatta salva una tua ipotetica resurrezione, farti morire una seconda volta, anche perché troverei deontologicamente scorretto ammazzare un uomo morto. La mia etica me lo impedirebbe, credimi.

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Una recensione psicoanalitica davvero “personale” del giallo napoletano Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore

ovvero: Elogio del mio assassino

Tutto è cominciato con una divertita telefonata ricevuta da una mia ex assistita (io preferisco definire “assistiti” i pazienti con me in cura medica o psicoanalitica), la cui psicoterapia ha sortito effetti gratificanti per entrambi, e, nonostante la lontananza geografica, siamo rimasti in ottimi rapporti che coltiviamo via email. Dunque qualche settimana fa, la signora Mavà (la chiamerò così perché era un suo ricorrente e sorridente intercalare) mi annuncia, assai divertita e ironica, che ha appena letto che sono stato assassinato! …in un romanzo giallo, però, si affretta ad aggiungere, insieme al fatto che questo libro viene venduto con appena un paio di euro in più insieme a un quotidiano. Mi augura una buona estate e mi consiglia la lettura, secondo lei piacevole, di questo volume, il cui autore è Pino Imperatore, sul quale mi documento, giustamente incuriosito, con rapidità. In serata trovo subito il libro presso l’edicola più vicina a casa mia. Pur avendo in cantiere questa estate una mole notevole di lavoro, non rinuncio all’intrigante idea di macinare un po’ di pagine di questo voluminoso noir; e, come fanno in genere i lettori “seriali”, controllo subito il numero totale delle pagine, senza provare a mettere a fuoco nient’altro dell’ultima pagina, che in questo caso porta il numero 361. Va bene, mi sono detto, cominciamo col leggiucchiare un pochino e vediamo se la storia mi prende.

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Italiani tutti verdiani – Recensione Festival Verdi 2017

Appena tornati da Parma, dove abbiamo assistito a due rappresentazioni verdiane in occasione del festival, leggiamo che è stato scoperto un tesoro segreto del grande Giuseppe, contenente trentasei lettere tra Verdi e Cammarana riguardo la composizione delle sue opere, la più antica bozza dell’Ernani e diverse fotografie autografate. Secondo il musicologo e professore universitario Fabrizio Della Seta, forse questa “riemersione”, che verrà messa all’asta il 26 ottobre di quest’anno, potrebbe rendere necessaria addirittura una nuova e diversa edizione dei carteggi verdiani (già pubblicata nel 2001 a cura di Carlo Matteo Mossa). Il proprietario di questi preziosi documenti resta anonimo e forse resterà tale anche dopo la vendita a Londra da Sotheby’s, che si preannuncia affollata e ambita (il valore stimato è di circa trecentomila euro). Continua a leggere Italiani tutti verdiani – Recensione Festival Verdi 2017

Eterno Aznavour – recensione al concerto del 23 luglio a Roma

Roma, Auditorium 23 luglio 2017

Nemmeno Sinatra, che resterà un vero sole nella costellazione della musica, ha scritto le sue canzoni, così come ha fatto invece Charles Aznavour, definito il Sinatra francese, che ha creato oltre mille canzoni di cui alcune memorabili e sicuramente più durature nel tempo di tutti i libri di Arbasino e di Albinati (riascoltate per favore anche solo i versi di Io tra di voi, Lei, L’istrione, Com’è triste Venezia, Morir d’amore, Quel che non si fa più e non potrete che darci ragione). Continua a leggere Eterno Aznavour – recensione al concerto del 23 luglio a Roma

Papa-pop-soap-opera – Recensione a The Young Pope di Paolo Sorrentino

Vita, avventure e miracoli del giovane pontefice di Sorrentino

Il regista della Grande Bellezza ha realizzato una splendida collana composta da dieci pietre preziose di uguale caratura e durata (all’incirca 60 minuti l’una) che abbiamo avuto modo di vedere subito dopo la proiezione in anteprima delle prime due puntate alla Mostra del Cinema di Venezia del 2016, cui siamo mancati per ragioni strettamente personali e dolorose. Continua a leggere Papa-pop-soap-opera – Recensione a The Young Pope di Paolo Sorrentino

Cognome e nome: Padre Eterno – psicorecensione al film Dio esiste e vive a Bruxelles

Autore di appena quattro lungometraggi in venticinque anni, più sette corti in cinque anni (tra il 1981 e il 1985) e ancora un episodio del film Lumière and Company nel 1995, Jaco Van Dormael – belga, classe 1957 – brilla tra le stelle più luminose, ironiche e intelligenti della volta celeste cinematografica europea. Con il suo nuovo film ci ha trasportati in un viaggio fantastico e divertente, come solo hanno saputo fare finora il Federico Fellini di Amarcord e il Tim Burton di Big Fish. Con Jaco, finalmente, abbiamo appreso tre cose importanti: che Dio esiste, cosa fa e dove abita. E tutto questo viene trattato con leggerezza e sarcasmo, con originalità e simpatia fattesi pellicola. Viene proprio da Bruxelles questa voce cinematografica così rara e speciale, in mezzo a un magma di film contemporanei, che peccano di presunzione artistica e sono monchi d’idee e di giocosità. Sembra una nemesi storica che dalla stessa città che è stata negli ultimi tempi, insieme a Parigi, una delle più strettamente sorvegliate e preoccupanti per ragioni terroristiche, si sviluppi la storia del film che ha per interpreti nientepopodimeno che il signor Dio (Benoît Poelvoorde), la sua compagna (Yolande Moreau) e quella monella di sua figlia Ea (Pili Groyne). Continua a leggere Cognome e nome: Padre Eterno – psicorecensione al film Dio esiste e vive a Bruxelles

Io l’avevo detto! Recensione del film Tom à la ferme

Finalmente nelle sale Tom à la ferme di Xavier Dolan, da noi segnalato già nel 2013 come un vero diamante cinematografico (Manifesto del Movimento Psicofuturista)

Eccoci a una vera rivelazione. Tom à la ferme. La rivelazione riguarda l’attore nonché regista di questo film, Xavier Dolan, che è nato a Montreal nel 1989, e già nel 2009 ha debuttato con la sua opera prima J’ai tué ma mére. Quest’ultimo e i seguenti Les amours imaginaires (2010) e Laurence Anyways (2012) hanno ricevuto premi e riconoscimenti a bizzeffe. Il primo, addirittura, è stato candidato all’Oscar. Ricordate il titolo di questo film e tenete a mente il suo autore. Anche qui si tratta di un funerale, ma del suo amante. Giunto in fattoria, dove il giovane defunto abitava, il protagonista viene minacciato dal fratello che non vuole si sappia che il ragazzo era omosessuale, sia per il paese che per la madre. Così, insieme, ingaggiano una ragazza amica di Tom, che arriva nella casa per vestire la parte della fidanzata. Ma il gioco comincia a diventare violento e perverso. La fanciulla scappa non prima di aver ceduto alle voglie del fratellaccio, che si rivela però sempre più incline all’amore omosessuale, anzi maschera, attraverso le lotte, tentativi infantili di amplessi con Tom. Dopo il ballo del Conformista di Bertolucci e quello del Gattopardo di Visconti, abbiamo già situato, in terza posizione stabile, il tango dei due nella stalla. Cinema puro a 24 carati. Indimenticabile. Tutti in paese sanno che madre e figlio sono abbastanza strani e antipatici, ma Tom riceverà una conferma definitiva sulla malvagità bieca del fratello del suo amante, da un barista che gli racconta una storia che ha a che vedere con Victor Hugo ed un suo famosissimo romanzo. Nipotino degno di Hitchcock e figlio legittimo del migliore Malick (quello di La rabbia giovane e de I giorni del cielo), Xavier Dolan vi terrà appassionatamente avvinghiati alla poltrona del primo cinema in cui lo incontrerete. Rivelarvi di più, significherebbe rovinarvi la visione. Ma fidatevi e affidatevi (con un po’ di sana suspense) a questo gioiello di celluloide.

Taxi Teheran – Un coraggioso tappeto volante giallo in giro per il mondo

La Serenissima Leonessa, divoratrice di celluloide, quest’anno ci ha accolto con una sorpresa fuori programma insperata e molto apprezzata. Il festival comincerà tra un paio di giorni, ma noi siamo già qui per incontrare gli amici veneziani che vediamo sempre – almeno annualmente – in occasione della Mostra del Cinema e che da qui salutiamo. Al cinema Giorgione proiettano Taxi Teheran di Jafar Panahi, che potrebbe già bastare da solo a farci ancora più convinti che il cinema fa bene, aiuta a riflettere e, se abbiamo un cuore, ce lo rende più forte e capace di coraggiose e generose azioni. Il film ha già vinto, lo sappiamo, l’Orso d’Oro a Berlino, ma potrebbe essere un vincitore ideale ex-aequo con qualunque film che conquisterà il Leone d’oro di questa edizione. Vale la pena che ne parliamo, affinché non ve lo perdiate, ovunque voi siate, ovunque lo troviate. Intanto è una dimostrazione pratica di come la creatività sia il motore più potente di ogni operazione artistica, e poi di quanto possa costare poco la realizzazione di un film se fatto con passione, ingegno e motivazione. La motivazione è quella di un regista inviso al suo governo, al quale da’ non poco fastidio, da parecchi anni ormai. Ma non demorde. Lo hanno condannato con divieto di fare film per un ventennio (come il periodo in cui er puzzone faceva tremare tutta Roma), messo dentro e fuori la prigione per vari mesi, nell’arco di un paio di anni, dopo processi burletta e accuse per noi assurde. Ma niente e nessuno lo fermano. Il pacifico Panahi è riuscito non solo a girare in clandestinità due film dopo le pene comminate, ma ha avuto la forza di farli uscire dal suo Paese e mostrarli al mondo intero (This is Not a Film del 2011 e Closed Curtain del 2013). E così ha fatto con questo terzo film, che rappresenta una vera e propria dichiarazione d’arte poetica cinematografica, ma anche una carta di celluloide volta a difendere i diritti dell’uomo e della donna in Iran e in tutto il mondo.

Panahi stesso è il guidatore di un taxi giallo. Così ha risparmiato su un altro attore e ha servito la sua causa perfettamente. Allora, la creatività… Già, perché in Taxi Teheran – film molto fuori degli schemi – anche di creatività, di originalità si tratta. Tanti anni fa il nostro indimenticabile inimitabile Alberto Sordi, girò ben due film (uno nel 1983 e l’altro nel 1987) come attore protagonista e da regista, intitolati Il tassinaro e Un tassinaro a New York, ricordate? Beh, si potrebbe dire: Guarda questo Panahi, ha rubato l’idea al nostro Albertone e il suo film non ha niente di originale! Ebbene, a parte l’idea del taxi (giallo anche questo) carpita all’ottimo Sordi, questo film è una vera gemma abbagliante, anzi un’esplosiva mistura di cinema ultrarealista con attori non professionisti e dialoghi che daranno di sicuro nuovi problemi in patria al regista ed ai suoi interpreti… o forse, invece, gli impediranno guai ulteriori, ed è quel che speriamo. Gli ottantadue minuti del film scorrono veloci quanto possono durare quattro o cinque corse di un vero taxi. Il tenace Panahi prende a bordo di volta in volta dei personaggi, che gli consentono di esporre, indirettamente, le gravi difficoltà che affliggono le menti e i corpi degli umani pensanti. Ci piace pensare e sottolineare però che, sebbene il governo e le leggi iraniane siano quelle che siano, il discorso riguarda anche noi popoli che ci crediamo liberi e forse tanto liberi non siamo. Decidete voi quando vedrete questo film scarno, povero, ironico, intelligente, che nell’alternarsi dei clienti del taxi, fa una panoramica cruda e spietata delle vessazioni e della cecità di un potere che soffoca le menti e incarcera i corpi, ma, suo malgrado, ipertrofizza la creatività degli artisti e nutre gli animi del popolo di forza e coraggio operativi. Posta una telecamera all’interno dell’auto, che spesso lo inquadra, il granitico regista (ha deciso di non scappare dalla sua patria e non è potuto andare a ricevere l’Orso d’oro a Berlino (lo ha ritirato la nipotina al suo posto), ma quanto gli costa ai dittatori…?) ospita insieme – succede come a Cuba, non puoi avere il taxi tutto per te – un borseggiatore reazionario e tagliagole e una dolce maestra che sa il fatto suo e gliene canta quattro. Quindi sale un venditore di dvd pirata col quale l’autista intrattiene un discorso sul cinema straniero proibito, che però viene diffuso largamente e senza sosta, perché la sete di conoscenza aumenta con il divieto di bere alla sorgente della cultura. Ecco due magnifiche signore anziane che sono in missione catartica, in quanto devono liberare due pesci rossi in una vasca a scopo propiziatorio, ma la sfera di vetro si rompe e devono fare tutto con urgenza. Di forte impatto è il momento in cui il taxi viene bloccato perché c’è stato un incidente e un uomo giace a terra ferito e sanguinante. Il nostro cinetaxi conduce il moribondo e la moglie verso l’ospedale e l’aspetto più drammatico viene sottolineato dal fatto che l’uomo chiede costantemente di poter fare testamento a favore della moglie, e la donna prega il tassista di essere testimone della richiesta e gli telefonerà in seguito più volte, per accertarsi che potrà chiamarlo in causa. Perché? La ragione è presto detta: l’eredità dell’uomo, morendo senza figli e senza testamento, passerebbe alla famiglia di lui e la povera donna sarebbe costretta a una vita grama, che nella maggior parte dei casi conduce le vedove alla prostituzione. Questa è la legge del posto. L’episodio più birichino è quello che vede protagonista la bravissima giovanissima attrice Hana Saeid, che impersona nel film se stessa, la nipotina del taxista (buon sangue cinematografico…pellicola che non mente!) che bacchetta lo zio in base agli insegnamenti delle sue maestre a proposito di ciò che è giusto o ingiusto fare. E soprattutto assistiamo a una lezione di cinema nel cinema, perché la ragazzina dalla lingua lunga e dal cervello agile, ha anche una fotocamera che riprende lo zio. A Teheran i bambini fanno sì scuola di cinema, ma sono indottrinati a senso unico, peccato! Infine, ecco l’avvocato, che deve essere sicuramente il vero avvocato del nostro regista-eroe. Si tratta di una donna che reca in braccio un fascio di rose e discetta sapientemente col guidatore a proposito dei diritti umani. A fine corsa lascerà una rosa rossa a simbolo di delicata ma irresistibile insurrezione permanente contro i soprusi. Capiamo che qualche delatore ha avuto la sua parte nelle traversie del regista, forse qualcuno che si dichiarava suo amico, da un breve incontro che fa il taxi cineasta con un suo amico. Purtroppo così va il mondo, ma sembra esserci sempre qualcuno, per fortuna, che riesce a capire e perdonare e soprattutto – come nel caso di Panahi – a far venir fuori da una tragedia un’opera d’arte. Lunga vita a questo strabiliante cineasta. Dunque la visione di questo film è altamente raccomandata se volete mantenervi vivi, vigili e vegeti. E, se ce la fate, andatevi a cercare gli altri film di questo caparbio umile titano del cinema. Se volete farli vedere anche ai vostri figli o nipoti, caldamente consigliati sono Il palloncino bianco e Offside: li farete forti e felici.