Che fortuna abitare a Roma. A Roma tutti i sogni diventano desideri. E tutti i desideri – culturali almeno – vengono esauditi. Accade così che dopo la visione, ieri sera, di un meraviglioso docufilm dedicato a Truffaut, Le Spectacle Interieur, realizzato da Vittorio Giacci e proiettato in visione privata per i simpatizzanti e i soci del Centro Studi Psiche Arte e Società presso un’enoteca da sogno in via delle Quattro Fontane, sotto le volte costruite dal Borromini, ci svegliamo oggi pronti a visitare una mostra “avvolgente” dal titolo intrigante per lo psicofuturista: I vestiti dei sogni. Si tratta di un lungo Continua a leggere L’armadio dei Sogni – visita alla mostra I vestiti dei sogni – La scuola dei costumisti italiani per il cinema
Categoria: Recensioni
Una MediCineTerapia inefficace: Mia madre di Nanni Moretti
Il nuovo film del Moretti Nanni somiglia a un piccolo aereo da turismo che per tutto il primo tempo si agita sulla pista di atterraggio a destra e a manca, in attesa di un decollo che non avverrà. Il tema è forte: si parla di una madre, la sua, che sta morendo e di cui il regista non può che parlarci con il linguaggio che gli è più consono, quello cinematografico. Per cominciare si sdoppia in una coppia fatta da una sorella regista, interpretata con marcata (ma forse naturale) fragilità da Margherita Buy, e da lui stesso come il di lei fratello, che non si capisce che lavoro faccia, se non nel secondo tempo, quando il volo del trabiccolo aereo si trasforma in quello di Icaro, fa sciogliere la cera delle ali come nel mito, spingendosi troppo vicino al sole dei riflettori del Cinema e sta per piombare a terra. Continua a leggere Una MediCineTerapia inefficace: Mia madre di Nanni Moretti
Irving Penn, lo scatto che cattura l’anima
Esistono, in alcune famiglie, dei doni preziosi distribuiti con generosità dalla natura. Parliamo gente dotata nel campo dell’arte, come i fratelli Auguste e Louis Lumière (modesti, dichiararono: Il cinema è un’invenzione senza futuro); o addirittura di cinque fratelli come i Marx, di cui Groucho fu senz’altro il più geniale, ma Harpo e Chico erano due pezzi da novanta e gli altri due, Gummo e Zeppo, non erano poi soltanto dei clown. Così possiamo dire dei fratelli Skladanowsky, disseppelliti dall’oblio, grazie a Wim Wenders, che con il film omonimo del 1995, rivela come Eugen e Max avessero inventato il cinema tre anni prima dei Lumière, proiettando con un apparecchio di loro invenzione, il bioskop, otto brevi sequenze filmiche (è un film delizioso!). Ma anche in Italia possiamo vantare due grandi talenti come i fratelli Bernardo e Giuseppe Bertolucci, entrambi registi di cinema; i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che addirittura i film li girano insieme firmandoli congiuntamente; Continua a leggere Irving Penn, lo scatto che cattura l’anima
Luisa Casati, la favolosa marchesa nemica della mediocrità
Venezia, solstizio d’inverno. A Palazzo Fortuny è in corso una mostra che si rivela deliziosa, tutta dedicata a Luisa Amman Casati Stampa, dal titolo dantesco-sadiano La divina Marchesa – Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Époque agli Anni Folli. È una giornata di sole quella che ci accoglie nella città fiera di ricchezze artistiche ineguagliabili, complice preziosa e tutrice unica di artisti di tutto il mondo. Mentre ci rechiamo a scoprire dipinti, foto, vestiti e storie della Marchesa fatale, pensiamo a Josif Brodskij, il tenerissimo, delicato poeta che ha scritto uno dei più bei libri mai comparsi su Venezia: Fondamenta degli incurabili. Abbiamo la strana, dolce sensazione che il russo vagabondo eroe del verso ci stia accompagnando in questa avventura odierna di voluttà visiva e rievocativa, e pare proprio di sentire l’odore del tabacco che alita dalle sue labbra, mentre ci ricordiamo quanto ha scritto su questo gioiello di città. Muoversi per Venezia a dicembre è molto più comodo che in estate o in primavera. Continua a leggere Luisa Casati, la favolosa marchesa nemica della mediocrità
Diario di un pazzo
Nell’adattamento teatrale di Mario Moretti, regia di Flavio Bucci, interprete Marco Caldoro
Il caldo ottobre romano ci invoglia a una lunga passeggiata (obbligata dalle ZTL alleate della guerriglia anti-trigliceridi ottenibile con la semplice deambulazione) da piazza Esedra fino al Teatro dell’Orologio, dove ci siamo incaponiti di recarci per assistere a questa pièce teatrale che non può sfuggire allo psicoanalista psicofuturista. Ne è squisito interprete Marco Caldoro, guidato e ispirato dalla regia di Flavio Bucci. Quest’ultimo ha impersonato Aksentij Ivanovic Popriscin per circa un trentennio, dopo essere stato folgorato sulla via di Gogol in Polonia, mentre girava Il lungo viaggio di Franco Giraldi nel 1975. In “Polacchia” – per dirla alla Jarry – l’indimenticabile protagonista dello sceneggiato Ligabue (diretto da Salvatore Nocita nel 1977, e ispirato alla vita del geniale e strampalato pittore di Gualtieri), conosce un attore ungherese sul set e poi lo va a vedere a teatro, dove recita una riduzione teatrale del Diario di un pazzo e se ne innamora. Lasciamo il resto del racconto alle parole di Flavio Bucci: Continua a leggere Diario di un pazzo
57° edizione del Festival dei 2Mondi di Spoleto
Lo psicofuturista, giunto a Spoleto, s’imbarca subito sulla nave di Luca Ronconi, che ha messo in scena una pièce teatrale tratta da due scritti teatrali di Strindberg: Danza Macabra e Der Vampir. Lo spettacolo inizialmente intitolato Danza di morte, ha ripreso il nome del primo testo nell’edizione finale, per volere del regista. E concordiamo con lui, giacché, non tanto di morte si parla, ma di infernale (r)esistenza di una coppia. Attore d’eccezione Giorgio Ferrara, patron del festival, insieme alla moglie Adriana Asti. Quel gran volpone di Ronconi deve aver pensato, magari ispirato da Stanley Kubrick e Mike Nichols, che non c’è nulla di più esplosivo e veritiero – e teatrale, dunque – che far recitare un dramma coniugale da due attori sposati da tempo, come i nostri. Ricordate la coppia Nicole Kidman – Tom Cruise, a quei tempi ancora perfetta e sposata, in Eyes wide shut, il cui plot altro non è che Doppio sogno di Schnitzler? Continua a leggere 57° edizione del Festival dei 2Mondi di Spoleto
Venezia 2014 – 71. Mostra del Cinema
Una memorabile pioggia cinefila da “tempesta perfetta” si abbatte violenta su di noi la notte seguente l’arrivo nella città di Marco Polo, subito dopo aver visto – affascinati – quello che reputiamo il vero vincitore del Leone d’Oro, Loin des hommes di David Oelhoffen, un film che, se non verrà distribuito, vi consigliamo di andarvelo a cercare come e dove potrete. L’acqua a catinelle, che scende incessabile su di noi fino al vaporetto, inzuppandoci come spugne di mare finanche all’interno del battello e poi ancora fino alla nostra dimora a Venezia, non può non farci pensare al meraviglioso film al quale abbiamo assistito domenica 31 agosto. Lontano dagli uomini non è soltanto una pellicola, ma una vera lezione di vita. Centodieci minuti in cui si racconta di un maestro di nome Daru, che vive in Algeria e insegna ai bambini la storia e la scrittura. È di sangue misto e dice di sé: i francesi mi considerano un arabo e gli arabi un francese. Dunque grande è la difficoltà di sopravvivenza in questo paese nordafricano nel 1954, quando il Paese si sta ribellando contro i francesi. Stiamo parlando di quel periodo così perfettamente descritto da Gillo Pontecorvo nel suo film più famoso e forse più importante, La battaglia di Algeri, che proprio qui a Venezia vinse il Leone d’Oro nel 1966. Chi non lo avesse visto sappia di aver perso davvero un grand’esempio di cinema al servizio della storia, senza esserne servo. Continua a leggere Venezia 2014 – 71. Mostra del Cinema
Tante belle cose – impressioni sul film Le cose belle di Ferrente e Piperno
Tante cose belle o cose belle o ancora tante belle cose è un saluto molto meridionale, prevalentemente campano, che viene aggiunto al congedo di un incontro tra amici e conoscenti di persona o al telefono.
Una bella cosa mi arriva inaspettata ma graditissima, all’inizio di una telefonata dell’amico regista Agostino Ferrente, che m’invita a una presentazione romana del suo nuovo film, Le cose belle, diretto insieme con Giovanni Piperno. Non vedo Agostino da ben sette anni, quando ha esordito con un film delizioso e musicale, L’orchestra di Piazza Vittorio. Appena uscita sugli schermi quest’opera, Ferrente accettò il mio invito a partecipare nel 2007 al convegno del Centro Studi di Psicologia e Letteratura su Psicologia & Comunicazione alla facoltà di Scienze della Comunicazione di Roma. In quell’occasione, Agostino presentò in anteprima i video ritratti di alcuni musicisti dell’orchestra, dopo l’intervento di Giorgio Albertazzi e di Lello Arena. Poi sette anni di silenzio… creativo. C’eravamo solo persi di vista. È quindi con grande emozione e piacere, che mi accingo alla visione della sua nuova opera e a incontrarlo di persona.
La nuova fatica parte da un documentario girato dagli stessi registi e trasmesso su RAI 3 nel 1999, dunque quindici anni fa, dove quattro ragazzi napoletani raccontavano dei loro sogni futuri, insomma di cosa avrebbero voluto fare da grandi. Il titolo della trasmissione era Intervista a mia madre. Mi spiega Agostino che, per rendere più naturali e veri i protagonisti, li avevano impegnati in interviste che ciascuno avrebbe fatto alla propria madre, per evitare i rischi dell’eccesso di protagonismo, che spesso affliggono l’attore di strada napoletano, specie se giovanissimo, come nel caso dei quattro ragazzi in questione. L’idea di riprendere questo documentario è stata supportata coraggiosamente da Antonella Di Nocera, produttrice, ma anche ex assessore alla cultura di Napoli, e quest’opera, per lei, testimonia anche il riassunto della sua esperienza politica a Napoli: un lavoro su educazione, gioventù e cultura, ossia le uniche cose in cui lei ha riposto speranza per il cambiamento della città. Siamo lieti che la nostra tesi del cinema come possibile terapia, sostenuta in Pazzi per il Cinema – MediCineTerapie (Alpes, Roma, 2013), sia condivisa da Ilaria Urbani nel suo articolo comparso sull’edizione napoletana de La Repubblica: il cinema si è rivelato quasi terapeutico per i protagonisti. I quattro adolescenti ormai cresciuti: Fabio, Enzo, Adele e Silvana, vengono ritrovati e riagganciati e finanche “mescolati” alchemicamente tra loro da Ferrente e Piperno dopo circa quindici anni, alla resa dei conti di quelle che erano le loro aspettative e i loro desideri. In mezzo c’è Napoli, con tutte le sue note e ignote difficoltà; la città partenopea si rivede ai tempi di Bassolino fino a quelli attuali, che potremmo definire l’era di Saviano. Non sappiamo onestamente quanto la realtà sia cambiata. Di certo assistiamo al cambiamento e all’adattamento obbligatorio di questi ex adolescenti, che hanno vissuto un quarto d’ora di celebrità anni addietro e che attualmente si confrontano con un mondo che poco risponde ai sogni infantili. Spira un dolcissimo vento rosselliniano in quest’opera così delicata e così chirurgica, divisa tra la tenerezza e la partecipazione alle difficoltà dell’esistenza e la crudeltà immutabile del reale, entrambe vivisezionate sul tavolo operatorio della vita con il bisturi di una telecamera attenta a quattro mani. Se abbiamo sentito alitare un vento neorealista, possiamo certificare anche un tocco alla De Sica, per la capacità unica del grande Vittorio di lavorare con i bambini e con gli attori. Degni eredi moderni di un nuovo realismo di questo secolo, Ferrente e Piperno forse hanno contribuito anche – chissà quanto inconsapevolmente – a un parziale lieto fine delle esistenze dei quattro eroi del loro cinema, in quanto nessuno ha perso la speranza di continuare a combattere la battaglia dell’esistenza e per qualcuno proprio questo film è stata la molla che lo ha spinto a ripartire. La pellicola è pervasa da scatti d’ironia che soltanto una città così amata, ma anche così malata, può suscitare. Restano indimenticabili i volti dei protagonisti da piccoli e poi adulti, ma anche le facce e le storie collaterali scritte direttamente dalla più ricca e incontestabile sceneggiatrice della storia: la vita. Così apprendiamo con dispiacere della morte prematura di uno dei ragazzi più simpatici del film (il fratello di Fabio), e vediamo il fratello di Adele, che scopre una diversa identità di genere e ci vengono mostrate fuggevoli, rapidissime immagini dello stesso, come persona adulta e lontana dall’ambiente napoletano. Dopo il film si chiacchiera con Agostino fino a tarda notte in questa inquieta (per ambasce di economia nazionale e schizofrenie meteorologiche) estate romana. Ci salutiamo con un abbraccio e mi faccio promettere di non superare il grande Gillo Pontecorvo, che è riuscito a far trascorrere anche dieci anni tra un film e l’altro. Annuisce ironico e sorridente il bravissimo Agostino, che intanto, insieme a Piperno, ha già raccolto finora una vera messe di premi con questo indimenticabile documento, che è anche un film, ma è soprattutto lo specchio della vita.
Roma – Festival del Cinema 2013
Il Premio Marco Aurelio per la Settima Arte, istituito otto anni fa dalla città di Roma, è il trofeo che questa autunnale kermesse cinematografica, nuovissima tra i festival europei, consegna al miglior film in concorso. Sembra un’enorme piscina l’Auditorium progettato da Renzo Piano, colma di pesci di varie taglie di celluloide e altri strani esemplari ittico-cinematografici, come pesci martello (produttori), aragoste (le dive), gli squali (i cacciatori di autografi) e i delfini (i distributori), che si mescolano ai bagnanti appassionati di cinema, sguazzanti nell’acqua e all’aperto, con aria di festa sfacciatamente capitolina.
Ci tuffiamo, appena giunti, nella visione del film turco I am not him, di Tayfun Pirselimoglu, in concorso. Ebbene, questo film, pur facendoci nuotare nel bel ricordo di film suoi avi, come l’imprescindibile Oggetto oscuro del desiderio di Buñuel e, dolcemente, nelle acque lontane de La donna del ritratto di Lang, ci ha convinto e intrigato. È una storia semplice. Il protagonista è un inserviente delle pulizie, solitario e introverso. Viene inizialmente inquadrato dal regista in una stolida avventura a caccia di prostitute con un paio di colleghi, che però lo abbandonano all’arrivo della polizia. Il malcapitato si ritrova in gattabuia, insieme a un disperato che batte senza sosta il tacco di una scarpa contro le sbarre. Il giorno dopo viene rilasciato. Trova quindi sul suo posto di lavoro, come lavapiatti, una donna chiacchierata, assai complicata, affascinante ed enigmatica (l’attrice Maryam Zaree), Ayşe, la donna di un bandito. Infatti il marito è un criminale noto, che sta scontando da tempo in una prigione di sicurezza le sue malefatte. Oltre ad esercitare il mestiere di sguattera, la femme fatale è un’ottima cuoca e, con questo “allettamento”, invita a casa Nihat, dove il selvatico solitario la possiede senza grazia sul divano dopo la cena. Ma il selvaggio si accorge pure di avere una straordinaria somiglianza con il delinquente carcerato (un assassino conclamato), osservandone una foto esposta in casa. Ed ecco comparire l’aspetto surreale: durante una gita in barca, lei scompare inspiegabilmente, quasi fossimo dalle parti de L’Avventura di Antonioni. Ma, nel nostro film, viene ritrovata esanime sulla spiaggia, senza che lui abbia fatto nulla. Giunto a casa, evita di tornare al lavoro dandosi malato. Intanto comincia a costruirsi una nuova identità (l’accostamento a Professione Reporter è inevitabile), radendosi e inforcando un paio di occhiali. Cambia città e viene scambiato, da uno dei vecchi membri della banda del vero malvivente, per quest’ultimo, ottenendo subito un’offerta di aiuto. Durante il suo girovagare, si imbatte, senza essere visto, in Ayşe, resuscitata non si sa come. Lei esercita la prostituzione. La segue e la contatta, senza che lei batta ciglio, incarnata in una sosia cinica e indifferente, che stupisce, incredulo, il povero Nihat, appena trasformatosi nel sosia del gangster. Sarà una congiura tramata da lei? Spiato il vero gangster, entra nel suo hotel appena questi ne esce e si addormenta nella sua camera. Di più non vi diremo, lasciandovi soltanto respirare, speriamo, attraverso queste righe, un’atmosfera del Polański de L’inquilino del terzo piano, e scrutare di soppiatto il sogghigno buñueliano, che vi costringerà a restare in bilico tra vita e sogno.
Ci trasferiamo di corsa in un’altra sala, curiosissimi di conoscere l’ultima fatica di Davide Ferrario, un regista torinese “doc”, che ci ha stupito per il suo bell’esordio Dopo mezzanotte e intrigati per il secondo film La doppia ora (entrambi ancora consigliabili vivamente). A noi La luna su Torino è piaciuto. Sarà perché conosciamo molto bene Torino e il suo fascino, sarà perché questa storia del 45° parallelo, che passa proprio per la città delle belle donne (così recita una canzonetta goliardica piemontese), segnando l’equidistanza tra il Polo Nord e l’Equatore, ci era ignota e ci sembra assai originale far svolgere il film lungo le tracce di questa corda acrobatica. Ci ha divertito la storia dei tre personaggi principali, un ereditiere improbabile, che forse solo a Torino si può trovare (ma lo conferma la recente terza prova registica di Valeria Bruni Tedeschi, Un castello in Italia), generoso e sfortunato con le donne, soprattutto con il personaggio femminile, che lui ospita nella sua magione senza pretendere alcun affitto, e che non se lo fila minimamente, nonostante i suoi maldestri tentativi; terzo personaggio il dongiovanni che lavora in un bioparco. Le loro vite si intrecciano e ogni tanto si aiutano, ma soprattutto ci raccontano il disagio generazionale di questi personaggi tra i venti e i trent’anni. Forse la sceneggiatura è la parte meno forte del film, ma le caratterizzazioni psicologiche degli interpreti – dunque la cosa che più ci interessa – sono assai ben delineate. Consigliato a chi vuol saperne un po’ più di Torino e un po’ più di sé.
Un’altra occasione, alla quale partecipiamo, è un docufilm dal titolo Il carattere italiano di Angelo Bozzolini, nato con la collaborazione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Noi che siamo degli assidui dei concerti che hanno protagonista l’orchestra di S. Cecilia, ci siamo appassionati all’ascolto anche oculare dei brani musicali e alla visione delle interviste di cui è composta la pellicola. Abbiamo appreso la storia dell’Accademia, che nacque nel 1585 come Congregazione, e si pregiò di Orchestra e Coro dal 1895. Abbiamo rivisto i grandi Giulini e Prêtre, il compianto bravissimo Sinopoli e il forte Temirkanov, fino ad arrivare al magico Pappano, che dal 2005 dirige l’Orchestra, con unanimi consensi di critica e pubblico. Ci siamo deliziati ad assistere ad alcuni fuori scena durante le prove ed abbiamo conosciuto, a questo punto possiamo dire quasi personalmente, tanti dei musicisti che ci raccontano di sé, ma siamo stati attentissimi quando il sagace regista li ha interrogati sui loro sogni, argomento che non finisce mai di entusiasmare lo psicoanalista. Ecco dunque Pappano, che sogna spesso di arrivare in ritardo al concerto, oppure di scoprire che un altro sta dirigendo al suo posto. Questo è un sogno abbastanza comune anche a molti degli orchestrali, indice chiaro di non volere/dovere assolutamente mancare l’appuntamento e della sana paura connessa con la perdita dell’evento. C’è chi sogna di volare su un aereo decappottato, come fosse una spider in aria e tutti insieme cantano Va pensiero finché arrivano degli squali volanti. Il suonatore di tromba si vede in sogno suonare in uno stadio come Vasco Rossi. Tanti, nella vita onirica, dimenticano il loro strumento (che non lascerebbero per tutto l’oro del mondo) oppure lo perdono, segno anche questo del timore di perdere ciò che li lega di più al loro lavoro e alla loro vita. Frequentissimo è l’evento a occhi chiusi di arrivare tardi e di perdere aerei, autobus e treni. E ancora, che angoscia sognare di dover suonare un altro strumento senza conoscerlo oppure con il proprio strumento dover suonare senza conoscere la partitura! Che gioia ancora, tutta psicoanalitica questa volta, di ascoltare un musicista assai competente di psicoanalisi (capirete chi è quando vedrete il film), che ragiona di senex e puer e discetta di aspetti musicali e relazionali ben interpretati alla luce di Psiche. Che commozione infine ascoltare Pappano che ricorda di aver accompagnato al piano, dall’età di sei anni ai diciotto, il padre che insegnava canto… e commentarlo così: dodici anni senza infanzia! …ma ne è valsa la pena, possiamo concludere noi, che queste cose ce le raccontano sovente molti dei talentuosi pazienti che abbiamo. Pappano ha debuttato a soli 28 anni come direttore d’orchestra con una Bohème a Oslo (1987) e poi ha collaborato per sei anni con Daniel Baremboim a Bayreuth e nel 2002 è nominato direttore musicale alla Royal Opera House di Londra, fino ad approdare a Roma, dove, fa capire chiaramente che finché durerà sarà bellissimo.
Una grande curiosità ci attanaglia, per vedere e ascoltare dal vivo Jonathan Demme, uno degli animali cinematografici più di razza che l’America ci abbia donato. Ammaliati dal suo Something wild (1986), che parte come una commedia brillante, per trasformarsi in un noir di alta classe, e con una davvero travolgente Melanie Griffith, non abbiamo perso un film di questo intelligente e versatile regista. Abbiamo cominciato ad amarlo profondamente però, quando ci siamo accorti del suo forte impegno politico, dimostrato con The Agronomist (2003), di cui abbiamo parlato diffusamente nel libro Pazzi per il Cinema (2013, Alpes). Ci racconta così, oggi a Roma, come il suo battesimo da regista lo abbia tenuto il mitico Roger Corman, quando lo ha incontrato sul set del Barone Rosso (1971) ed è stato letteralmente ingaggiato dall’uomo che sapeva girare un film – e bene – anche in pochi giorni e con pochissimi soldi. Assai deludente il video-montaggio iniziale dei film di Demme, roba che con i mezzi e gli uomini di un festival, ci si sarebbe aspettato davvero molto di più (la prossima volta ingaggiate il Presidente del Circolo del Cinema La grande illusione e vi accorgerete della differenza e della qualità!). Una vecchia leggenda suggerisce di evitare di conoscere o incontrare personaggi che amiamo per i loro film, romanzi, canzoni eccetera. Giuro che con Arthur Penn non è stato così, appena otto anni fa, proprio all’Auditorium. Questa conoscenza plateale ha scontentato abbastanza le nostre aspettative, perché ci siamo trovati di fronte (eravamo in prima fila) un sorridente bonaccione entusiasta di qualunque cosa, capace di definire Enzo Avitabile “il più grande compositore del pianeta”, che, con tutto il rispetto per la bravura di Avitabile, ci sembra un tantino esagerato. Ma, forse, è soltanto un deleterio costume americano quello di incensare fino al parossismo qualunque attività si stia svolgendo al momento, si tratti di un pollo ruspante a tavola o di una collaborazione filmica in corso. Eppure ci siamo commossi fino alle lacrime, durante la visione di Philadelphia (1993), immaginando chissà quale mente eccelsa lo avesse partorito. Ma il genio, forse preferiamo così, o il grande talento non si vergognano di nascondersi dietro un carattere soave e apparentemente semplicione. O addirittura antipatico come abbiamo appreso di Bergman nel resoconto di Lars von Trier, nell’indimenticabile recente visione di Trespassing Bergman alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno. Quel che abbiamo capito, comunque, ci basta per continuare a volergli bene: Demme non predilige progetti facili o sicuri successi da botteghino (anche se la trasposizione del romanzo di Toni Morrison, Beloved, con aspettative alte, si è rivelato un flop), e preferisce lanciarsi in avventure nuove ed entusiasmanti, come il già nominato The Agronomist, o questo nuovissimo Fear of Falling, trasposizione moderna di un dramma di Ibsen Il costruttore Solness, realizzato in combutta con due marpioni rivoluzionari del teatro, come Andrè Gregory e Wallace Shawn, operazione tutto sommato neanche nuova, dato che Louis Malle girò con loro un meraviglioso modernissimo Čechov, Vania sulla 42ma strada (avete davvero perso un bel film, se non lo conoscete). Ci ripromettiamo di vedere Fear of Falling appena possibile, come siamo senz’altro invogliati a vedere Enzo Avitabile Music Life, dato che il musicista e cantante era presente quella sera e Demme non ha smesso di elogiarlo per lungo tempo e forse ci ricrederemo sui migliori compositori del pianeta.
Ispirato fin dal titolo al capolavoro musicale Take five, portato al successo davvero planetario dal quintetto di Dave Brubeck, l’opera seconda di Guido Lombardo mette in scena un quintetto di malavitosi, alcuni ben ossidati come quelli interpretato da Peppe Lanzetta (un criminale direttamente uscito dai suoi libri Infernapoli e Un bronx napoletano) e Gaetano il ricettatore (nella vita è il produttore del film); ed altri tre, meno gangster e solo bisognosi di denaro facile, come il pugile belloccio, il cardiopatico in attesa di trapianto, l’idraulico che scopre la possibilità di un furto in un caveau bancario. Il film si muove ispirato da una parte a Le Iene di tarantiniana memoria e dall’altra strizza l’occhio agli insuperabili soliti ignoti. Lanzetta, nella sua caratterizzazione del delinquente disilluso, depresso, omosessuale represso, svetta sugli altri cinque, per bravura e studio psicologico del personaggio, che ribadisce fortemente le sue opere letterarie. Per il resto, il film non aggiunge molto alle storie già raccontate dai due illustri precedenti già citati.
Di un certo interesse ci è parso The Mole song di Takashi Miike, una storiella giapponese intessuta di manga e spy-story. È infatti ispirato al fumetto di Noboru Takahashi, e si appropria di certi stilemi del noir americano degli anni ’40 e ’50. La storia della talpa, questa la traduzione italiana, si snoda nella trasformazione di un agente di polizia in un infiltrato, che ha speciali doti, come l’ironia e la sfrontatezza giovanile, ma anche seri problemi sessuali, in quanto è un verginello irriducibile, nonostante i desideri frementi. Giocato su varie corde di una chitarra che suona dal divertito all’autosarcastico, dall’erotico soft al violento hard, è un puro divertissement, che piacerà a vecchi, giovani e bambini, ma lascia il cinepsicospettatore con una serena nostalgia per il film più giapponese più intenso mai visto, girato dall’americano Pollack, Yakuza del 1974 con Robert Mitchum, Ken Takakura e Keiko Kishi. Che c’entra, direte voi? Quasi niente, ma rivediamoci a un appuntamento dopo che voi avrete visto Yakuza. Contrariamente alle sue abitudini, il vostro critico si è svegliato presto questa mattina (viene voglia di citare quanto prega di fare Philo Vance, il detective psicologo, inventato da S.S. Van Dine, all’amico ispettore che lo va a trovare a casa sua all’alba, per un’urgenza: non riveli a nessuno che mi ha trovato sveglio a quest’ora!) per assicurarsi un posto alla proiezione di I am here di Isabelle Coixet, regista catalana di cui ha adorato i precedenti La mia vita senza di me e La vita segreta delle parole. Purtroppo ne è uscito deluso.
Nonostante la buona volontà e il passato artistico della regista e, nonostante una forte predilezione del vostro critico psicoanalitico per I temi del doppio, il film non è all’altezza dei precedenti, per diversi motivi: troppo sfilacciato, a volte risibile anzichè drammatico, nonostante le buone citazioni e gli ottimi riferimenti, quali il Macbeth di Polanski. Facciamocene una ragione e aspettiamola pazientemente alla prossima prova.
Frastornato dalle urla di gloria, tributate a Checco Zalone, ho fatto una prova, disposto al masochismo (ero reduce dalla fresca visione di Venere in pelliccia di Polanski non in concorso al Festival, neanche come ospite, che mi è piaciuta non poco): ho visionato Cado dalle nubi, primo film del campione di incassi del 2013 con Sole a catinelle (oltre 50 milioni di euro di incasso finora, Biglietto d’oro 2013 in Italia). Ebbene, mi sono divertito assai più rispetto alla vision di From Rome with love del vecchio Woody Allen, pieno di luoghi comuni e purtroppo pieno di bravi attori maldestramente utilizzati. Cambiare idea fa parte del nostro mestiere. Diffidare sempre dei marchi di fabbrica, qualche volta ci rifilano prodotti scadenti.
Arrivederci al prossimo appuntamento. In Italia – come diceva mia nonna – la vita è tutta un cinema.
Lo psicoanalista all’Opera – Falstaff e I Masnadieri al Festival Verdi di Parma – 26 e 27 ottobre 2013
Per l’amante dell’opera e per lo psicoanalista all’opera, dire Busseto è dire Verdi, sentire Parma è sentire profumo di violetta, e Violetta è ancora un rimando al sempreverde Verdi, che a Parma viene appunto celebrato con un bel festival in ottobre. Quest’anno poi ricorre il bicentenario della nascita del grande Giuseppe, e l’Italia s’è desta ancor di più sul genio di Roncole (la frazione dove è nato l’artista, oggi ribattezzata Roncole Verdi), le cui opere vengono rappresentate in gran pompa in tutto il Belpaese, a cominciare dal sontuoso Nabucco con la direzione di Riccardo Muti, cui abbiamo assistito non troppi mesi orsono al Teatro dell’Opera di Roma.
Ci trasferiamo a Parma per qualche giorno, attirati da un Falstaff che si tiene a Busseto. Ultima replica. In genere non sono le più desiderate dai presenzialisti, ma certo risultano le più oliate e rilassate da parte di protagonisti, cantanti e musicisti, dunque forse le migliori per gli spettatori pazienti e gli psicoanalisti di Opera ardenti. Noi, che di pazienza abbiamo fatto voto professionale e di comprensione massima un’aspirazione continua, ci accomodiamo lieti e sicuri, pronti per la rappresentazione.
La regia è di un mostro sacro della lirica, Renato Bruson, coadiuvato da Marina Bianchi. Nelle prime due repliche, il ruolo di Falstaff era sostenuto dallo stesso Bruson, ma questa sera lo interpreta il baritono Piero Terranova, che è bravissimo. Un critico ha scritto, a proposito di Bruson, che purtroppo la sua voce e il canto non possono più nemmeno essere oggetto di critica. E qualche altro ha invitato il mitico cantante, oggi settantasettenne, a tirare i remi in barca; noi che non l’abbiamo ascoltato, possiamo solo dire che la sua regia ci è piaciuta infinitamente, per l’asciuttezza e la bellezza della confezione. Non è da tutti la capacità di rinascere come regista, dopo un successo fenomenale da cantante. Falstaff, ultima opera di don Peppino, composta ad oltre 80 anni, a noi è sembrata fenomenale, perfetta. Le ragioni musicali dettagliate come sanno e possono fare i critici addetti ai lavori, non sappiamo dirle, se non che le note e il canto ci hanno ammaliato e deliziato. Le ragioni psicologiche, invece, crediamo di averle capite bene: con sua ultima fatica il senex Verdi si è ritrovato con il puer e riconciliato con il mondo terrestre, da cui non poteva non pensare di prendere congedo presto. Coadiuvato da un vero scrittore, provetto librettista, Arrigo Boito (il cui fratello, Camillo, è l’autore del racconto Senso, da cui Luchino Visconti trasse il leggiadro film omonimo, con Alida Valli e Massimo Girotti, intriso di musiche verdiane, non a caso), Verdi ha composto una breve intensissima opera, ispirata, dopo Macbeth e Otello, ancora a Shakespeare, quello gioioso de Le allegre comari di Windsor, nonché all’Enrico IV, sempre del Bardo. Difficile, se non per un genio, concludere la propria carriera in modo più compiuto ed armonioso. La trama è molto semplice e ironica. Il vecchio Falstaff (come non pensare a quel meraviglioso film di Orson Welles interpretato da lui medesimo nel ruolo dell’eroe tragicomico, Campane a mezzanotte, dove il maestro dei maestri del cinema rilegge Shakespeare in modo davvero “di-vino” raccontandoci la triste istoria del compagno di bagordi del re che, una volta incoronato, rinnega la vecchia amicizia col gaglioffo ubriacone?) che è ormai solo un senescente narciso in declino, si sente ancora un galletto e vorrebbe attentare alle grazie di due gentildonne maritate, per carpirne amore e denaro, ma verrà gabbato dalle stesse, senza perdere però l’occasione di prendersi una finale rivincita. Verdi, riaccostandosi al divino fanciullo che abita sempre in noi finché viviamo, e soprattutto quando riusciamo ad invecchiare, induce lo scorbutico e disincantato senex a pacificarsi nei versi di Boito, che fa esclamare a Falstaff: Tutto nel mondo è burla!, e trasforma le parole in musica serafica… Riccardo Muti, luminare della musica e della bacchetta, ha dichiarato che se fosse obbligato a scegliere due opere da portare con sé in un’isola deserta, non esiterebbe a far cadere la sua scelta, insieme al Così fan tutte, su Falstaff, perché dentro c’è la nostra vita, ciascuno può trovarvi un pezzo di se stesso. Vanità, debolezze, narcisismo, intrighi, l’amore vissuto nella sua forma più fresca e intensa. L’opera è l’unica di genere comico del maestro, sempre orientato su drammi cupi, dolorosi e mortiferi, se si eccettua la sfortunata prova giovanile Un giorno di regno, anch’essa su toni divertiti, ma che immalinconirono l’autore per l’insuccesso. Ricca di allusioni erotiche e forte della pretesa da parte dell’anziano di sparare qualche ultima cartuccia, autolodando la propria possibilità di far innamorare di sé anche in tarda età (Guardate: Io sono ancora una piacente estate di San Martino) definisce, per bocca di Falstaff, proprio insieme al promesso futuro cornuto (Ford, marito di Alice, la concupiscenda), l’Amore (L’amor, l’amor che non ci dà mai tregue / finchè la vita strugge / è come l’ombra… / c’è chi fugge / insegue / e chi l’insegue… / fugge! Questo è il destin fatale / del misero amator). Spassosa e sfacciatamente a doppio senso infine l’invocazione a Dio nei confronti del povero Pancione (come lo chiamava Verdi) da parte delle donne, che recitano così: Domine fallo casto! Domine fallo guasto! Fallo punito Domine! Fallo pentito Domine! A cui il meschino risponde ogni volta: Ma salvagli l’addomine! Insomma c’è di che far gongolare anche Tinto Brass, pensando al suo omonimo filmetto (Fallo!). Questo ritornello fallocentrico sembra ingenuo per le donne che innalzano la litania al Signore, mentre sicuro e furbo è il povero Falstaff che vuole salvare (metaforicamente e non) tutto ciò che è contenuto nell’addomine: il cibo, l’alcol …e ciò che penzola fuori! Una delle arie più deliziose dell’opera è Bocca baciata non perde ventura, ma si rinnova come fa la luna, che non è frutto delle meningi di Boito, meritevole soltanto di averla resuscitata dal Decameron (VII novella, II giornata), ed è musicata come sarebbe piaciuto allo stesso Boccaccio, che spiega così saggiamente i suoi versi, a proposito di una fanciulla che trova l’amore dopo parecchie esperienze: Et essa, che con otto uomini forse diecimila volte era giaciuta, allato a lui si coricò per pulcella e fece gliele credere che così fosse e reina con lui poi più tempo lietamente visse. E perciò si disse “Bocca baciata…”. Ebbene sì, sancisce Verdi con le sue note, ci rinnoviamo ad ogni amore e quelli passati contano meno che niente. Così scriverà anche Pasolini secoli dopo: Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Assolutamente memorabile è il ritornello “dalle due alle tre” (orario in cui viene data per certa l’assenza del marito di Alice e dunque via libera per Falstaff), del secondo atto, che continua a navigare piacevolmente nella mia testa e di sicuro in quella di ogni spettatore incantato che ha ascoltato o ascolterà quest’opera. È stato un grande onore abitare per qualche ora il bellissimo piccolo teatro di Busseto, alla cui costruzione anche Verdi stentava a credere. Chi avesse un po’ di tempo, farà bene a recarsi a Casa Barezzi, proprio di fronte. Per chi non lo sapesse, Antonio Barezzi è stato non solo il padre della prima moglie del Maestro, Margherita, deceduta giovanissima, poco dopo la tragica morte di due figli avuti insieme; ma questo suocero è stato colui del quale Verdi scrisse (alla contessa Clara Maffei, il 30 giugno 1867):
[…] a Lui devo tutto, tutto, tutto. E a lui solo, non ad altri come l’han voluto far credere. Mi par di vederlo ancora (e son ben molti anni) quando io finiti i miei studi nel ginnasio di Busseto mio padre mi dichiarò che non avrebbe potuto mantenermi nell’Università di Parma e mi decidessi di ritornare nel mio villaggio natio. Questo buon vecchio saputo questo, mi disse: tu sei nato a qualche cosa di meglio, e non sei fatto per vendere il sale e lavorare la terra. Domanda a codesto Monte di Pietà una magra pensione di 25 franchi al mese per quattro anni, ed io farò il resto; andrai al Conservatorio di Milano e, quando lo potrai mi restituirai il denaro speso per te. Così fu! Vedete quanta generosità, quanto cuore, e quanta virtù. Io ne ho ben conosciuto degli uomini ma giammai uno migliore! Egli mi ha amato quanto i suoi figli, ed io l’ho amato quanto mio padre.
Barezzi fu sempre al fianco di Verdi, sostenendolo non solo economicamente, ma affettivamente, e con un’intelligenza e una sensibilità superiori, che gli consentirono di fugare le naturali gelosie e i comprensibili imbarazzi nei confronti della nuova e duratura compagna dell’artista, Giuseppina Strepponi. Verdi, riconoscente, dedicò a Barezzi il Macbeth, con questo amabile accompagnamento:
Da molto tempo era nei miei pensieri d’intitolare un’opera a Lei che m’è stato e padre, e benefattore, ed amico […] Ora eccole questo Macbeth che io amo a preferenza delle altre mie opere e che quindi stimo più degno d’essere presentato a Lei. Il cuore l’offre: l’accetti il cuore, e le sia testimonianza della memoria eterna, della gratitudine, e dell’affetto che le porta il suo aff. G. Verdi (Milano, 25 marzo 1847)
Soggiornare a Parma ci fa respirare sempre un’aria stendhaliana, ci riporta di continuo all’immortale romanzo La Certosa di Parma, con il cuore sempre segnato dalla storia di Fabrizio del Dongo, la Sanseverina, Clelia Conti, la zia Gina. Ci aggiriamo di giorno per la città, in attesa dell’Opera, sempre immaginando di incontrare i personaggi di Henri Beyle che indossano abiti moderni.
Nel pomeriggio ci attendono I Masnadieri. È un melodramma tragico tratto da Die Räuber di Friedrich Schiller, su libretto di Andrea Maffei. Mai come in quell’anno esordiscono tante opere insieme di Verdi, che sono: Macbeth, al Teatro La Pergola di Firenze il 14 marzo 1847; Jerusalem, all’Opera di Parigi, il 26 novembre 1947; e I Masnadieri, a Londra, Her Majesty Theatre, il 22 luglio 1847. Dunque tre opere nell’arco di nove mesi, un parto trigemellare che non può non aver creato qualche “sofferenza fetale”. A discapito, crediamo, proprio de I Masnadieri. È vero che Jerusalem è il rifacimento in francese de I Lombardi alla prima crociata, ma senz’altro bisognava starle dietro. Il Macbeth era troppo impegnativo per trascurarlo, così Masnadieri, opera pur molto bella, patisce di una certa malnutrizione per la necessità di cure di cui abbisognano le altre due. In più occorre considerare che la commissione inglese è un’occasione unica per Verdi, che aspira a varcare i confini italici, ed è ottimamente retribuita, perché trattasi di un pronto soccorso all’impresario Benjamin Lumley, cui Mendellsohn aveva “dato buca” non mantenendo la promessa di una sua opera per la stagione teatrale. In gergo moderno, potremmo dire che fosse una sorta di lavoro “alimentare”, da mettere su con nonchalance, ad alto rendimento economico, cui dedicare il tempo che si poteva. Non dimentichiamo che Verdi ha solo 44 anni, ed un sano, giusto desiderio di imporsi sul piano musicale europeo. Ma forse anche per il pertinace Peppino tre opere così ravvicinate erano troppe. L’opera, ancora oggi, non riscuote vibranti emozioni, sebbene la musica sia impeccabile. Concludiamo che forse poteva essere migliore date le capacità verdiane. Ma forse il debutto inglese non fu un passo falso nella carriera del Nostro. Infatti, dopo questa prima richiesta estera, seguiranno quelle parigine di Jerusalem e de I Vespri Siciliani, La forza del Destino a Pietroburgo e l’Aida al Cairo. Le critiche londinesi non furono felici. Il giornalista della Gazette Musicale la distrusse scrivendo che “non è mai esistito compositore più incapace di Verdi a produrre ciò che comunemente si definisce una melodia”; inoltre pare che anche la regina Vittoria non avesse gradito granché l’opera, sebbene la stampa inglese si fosse sperticata nelle lodi. Ma Vi invitiamo ad ascoltare soltanto il meraviglioso assolo di violoncello del Preludio, che Verdi scrisse apposta per il più grande violoncellista del mondo, Alfredo Piatti, membro dell’Orchestra londinese, per assaporare appena uno dei piccoli gioielli musicali disseminati ne I Masnadieri. Come ha giustamente scritto Giuseppe Maffei, quest’opera è un terribile incubo, dove muoiono quasi tutti i personaggi principali, ad eccezione del protagonista Carlo Moor, che unitosi ai ribelli che lottano contro i soprusi della società, finirà per uccidere la donna amata davanti al padre, per ottemperare un giuramento di sangue fatto ai suoi compagni, di mai abbandonarli. Muore impiccandosi il fratello di Carlo, Francesco, che ha tentato di usurpare la primogenitura del germano, spacciandolo per morto presso il padre, muore anche il padre. Gli incubi sono cari amici degli psicoanalisti, quasi più dei sogni, perché spesso è proprio l’incubo che induce qualcuno ad accostarsi ad una sana psicoterapia più che i sani, dolci sogni che popolano le notti di tanti. Masnadieri è un incubo dal quale tutti quanti vorrebbero fuggire, come l’uccisione di fratelli, l’omicidio della donna amata, la morte di crepacuore di un padre… sembra quasi che Verdi abbia voluto esorcizzare una volta per tutte le sue problematiche, sempre attive: la morte prematura e dolorosissima di Margherita, la sua prima moglie dopo la perdita di entrambi i figli avuti da lei, un padre rozzo (che presto viene sostituito da Barezzi), ma che resterà sempre suo padre, l’assenza di fratelli che coincide con il dispiacere di non averli. Tutto ciò meriterebbe un discorso più ampio che ci ripromettiamo di fare in una prossima occasione non lontana.
Per entrare in perfetta sintonia verdiana, confessiamo che ci siamo immersi, pochi giorni prima, nella visione dello splendido sceneggiato Verdi, della RAI, trasmesso circa trent’anni fa dalla televisione italiana, per la regia di Renato Castellani, con un cast fenomenale (Ronald Pickup come Verdi, Carla Fracci nei panni della Strepponi, Daria Nicolodi interpreta Margherita, Lino Capolicchio fa Arrigo Boito, Gianpiero Albertini è Antonio Barezzi) e vi assicuriamo che è un’esperienza imperdibile, che consigliamo. Oltre dieci ore di racconto fedele e commosso, che vi rapiranno. Manca soltanto una poeticissima citazione da una lettera di D’Annunzio in occasione della morte di Verdi, che vi offriamo insieme al nostro commiato:
Diede una voce alle speranze e ai lutti / Pianse ed amò per tutti