Adriana Asti, un tributo psicofuturista

Pubblico un ricordo della grande attrice italiana che ha donato la sua presenza al cinema e al teatro con eccellente bravura, estrema generosità e poliedrica capacità di assumere i ruoli più diversi, con registi di fama mondiale come Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Franco Brusati, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Patroni Griffi, Vittorio De Sica, Luis Buñuel, Carlo Mazzacurati, Marco Tullio Giordana, Mathieu Amalric, Tinto Brass, André Téchiné, Benoit Jacquot. È particolarmente cara allo psicofuturismo per la sua passione psicoanalitica, la sua amicizia con Cesare Musatti, pietra miliare della psicoanalisi freudiana italiana (ho scoperto da poco che è stato addirittura testimone delle sue nozze con Giorgio Ferrara, al quale ha dedicato la piece teatrale di cui offro in lettura la recensione dello spettacolo, pubblicata sul mio libro La psicoanalisi all’Opera). Aggiungo anche un’altra brevissima nota critica di uno spettacolo visto a Spoleto, dove andai a trovarla in camerino portando in dono il libro con la recensione di Caro professore che leggerete. In quell’occasione mi accolse con garbo e simpatia e con il libro tra le mani mi strizzò l’occhiolino e mi disse: Lei lo sa, sì, che io sono una vecchia talpa della psicoanalisi?!

Caro Professore (…per sempre sua)

(Psicorecensione dello spettacolo teatrale di e con Adriana Asti, regia di Massimo Navone)

Questo delizioso, spiritoso (e spiritato!) spettacolo teatrale scritto e interpretato da una delle più grandi attrici del teatro italiano, Adriana Asti, nasce da una triste assenza, un incolmabile vuoto, una terribile perdita: di un amico, ormai che l’analisi è terminata (e la sua fine coincide – ahilui, ahimè, ahinoi – con la fine terrena dello psicoanalista) che si chiama Cesare Musatti, che è stato lo Psicopompo dell’indimenticabile interprete di Un Cuore Semplice (un dimenticato ma delicatissimo Flaubert in versione cinematografica firmata da Giorgio Ferrara) e centinaia di ruoli teatrali nonché cinematografici.

Per raccontare la storia della sua analisi e dell’assenza del Grande Vecchio nella sua vita la grande Adriana si inventa un personaggio di nome Amalia Otaria, con un marito dalla coda leonina che si chiama Armando Pelliccia, due galline e un topo che popolano la sua casa e la necessità di mettere in scena (teatro nel teatro nel teatro) di continuo storie della sua vita che per lei (la Scrittrice!) sicuramente hanno un senso preciso, e per lo spettatore un senso teatrale e psicoanalitico (e scusate se è poco).

Così in questo circo dove non c’è storia ma molte storie, insieme a Cochi Ponzoni (junghianamente l’Ombra vivente di Renato Pozzetto) l’Adriana nazionale imbastisce tanti episodi d’amore, di gelosia, di tradimento, di bisticci, di angosce materne (della di lei Madre e per non esser madre ella stessa) e severità paterne (concentrabili nel lamento: ma quanto durerà questa analisi!), facendo apparire, seppur brevemente, il suo partner maschile truccato proprio come Il Pronipote di Giulio Cesare (Musatti), e intenerendo soprattutto gli psicoanalisti presenti in sala (questa sera ne abbiamo contati almeno cinque! …e gli altri spettatori? …tutti pazienti – e buoni – fino alla fine …dello spettacolo) quando la Divina supplica il Professore di non morire mai… O quando ricorda un episodio assai teatrale della sua psicoterapia che l’Autore di Chi ha paura del lupo cattivo? ha già pubblicato anni fa lasciando (of course!) anonima la Paziente… (una storiella di pipì in ascensore – portinaia incattivita e interpretazione risolutiva del bisognino più psi che scatologico) e allora ecco il pezzo del mosaico che mancava… E chi come noi oltre venti anni fa frequentava convegni e seminari che il Grande Padre Freudiano Italiano spesso presiedeva con incredibile vitalità e giocondità (raffiche di motti di spirito, rancore affettuoso per tutti i suoi allievi famosi un po’ birichini, secondo lui perché poco ortodossi, battagliero ad ogni intervento) adesso capisce come mai, due volte su tre, una irriconoscibile e sempre mutante Adriana Asti, fosse proprio lì, con occhiali scuri, cappelli o foulards di ogni genere in testa, pronta poi a vezzeggiare il suo Maestro! (E noi lì a spiarla, ingenuamente, chiedendoci come mai la grande attrice fosse lì, in quelle tenute così mascheranti…).

Questo spettacolo è una vera giuggiola per psicoanalisti e pazienti, ma anche una ulteriore bellissima riprova di arte del recitare, e di scrivere, di un’attrice, una interprete che non invecchia mai, ferma a trentacinque-quaranta anni… come ballerebbe (danza classica, on purpose esistante) altrimenti in scena? E naturalmente il merito di tutto è della Psicoanalisi anche se l’Analista, il proprio analista, non deve morire mai (per sua scelta… ucciderlo invece, simbolicamente, è un altro paio di maniche!) e allora cosa resta alla Più Brava Paziente del Mondo e dello Spettacolo?

Più volte cade dal cielo torva e minacciosa una corda da impiccagione, unica alternativa al tormento dell’assenza, alla fine dell’analisi per decesso dell’Uomo del Transfert. Amalia Otaria accarezza ma allontana sempre la corda pendente finché non si sdoppia alla fine in due funi gemelle, che agganciano una panca d’altalena: meglio dondolarsi e andare incontro alla vita, spinti da chi ci ama, sempre più in alto, anziché dondolare con il collo appeso sempre più immobili.

Questa la bella lezione del Grande Assente e di una Grande Presente (più l’Ombra).

Spettatori, psicoanalisti e pazienti fuori dal teatro, verso la Vita. A teatro la vita continua: domani si replica.

Teatro La Cometa, Roma, inverno 1996.

Festival dei Due Mondi di Spoleto – 57° edizione

Lo psicofuturista, giunto a Spoleto, s’imbarca subito sulla nave di Luca Ronconi, che ha messo in scena una pièce tratta da due scritti teatrali di Strindberg: Danza macabra e Der Vampir. Lo spettacolo, inizialmente intitolato Danza di morte, ha ripreso il nome del primo testo nell’edizione finale, per volere del regista. E concordiamo con lui, giacché, non tanto di morte si parla, ma di infernale (r)esistenza di una coppia. Attore d’eccezione Giorgio Ferrara, patron del festival, insieme alla moglie Adriana Asti. Quel gran volpone di Ronconi deve aver pensato, magari ispirato da Stanley Kubrick e Mike Nichols, che non c’è nulla di più esplosivo e veritiero – e teatrale, dunque – che far recitare un dramma coniugale da due attori sposati da tempo, come i nostri. Ricordate la coppia Nicole Kidman-Tom Cruise, a quei tempi ancora perfetta e sposata, in Eyes Wide Shut, il cui plot altro non è che Doppio sogno di Schnitzler? Vi dice niente il film Chi ha paura di Virginia Woolf?, tratto dall’omonimo splendido dramma teatrale intramontabile e perciò copiatissimo (un solo esempio: Il dio del massacro di Yasmina Reza, poi trasposto da Polanski sullo schermo come Carnage) di Edward Albee? Con Liz Taylor e Richard Burton ubriaconi, aggressivi, simpaticissimi, superlativi e ultra sposati nella vita come nel dramma? Il testo di Strindberg, a nostro modestissimo parere, sebbene più deboluccio rispetto agli altri due appena citati, viene però corroborato e arricchito dall’interpretazione della sempre bravissima Adriana Asti e dal neo attore in perfetta parte Giorgio Ferrara. La pièce poteva intitolarsi tranquillamente anche Serata con vampiri senza cena, oppure Per favore mordimi sul collo, dato che il taglio vampiresco è quello scelto da Ronconi. Oltre alla coppia sposata, che si accinge a celebrare i venticinque anni di matrimonio, è presente Kurt, il cugino di lei, nonché suo amante. Il marito è un Nosferatu militare, taccagno e noioso; la moglie è una contessa Dracula insoddisfatta, infelice e attrice fallita. Il terzo personaggio si rivela il più diabolico dei tre, perché, pur restando senza cena data l’avarizia inveterata dell’ufficiale, li lascerà soli a sbranarsi, dopo essersi nutrito del loro sangue. Non a caso lo psicofuturista ha parlato d’imbarco sulla nave teatrale di Ronconi, perché la macchina scenica ha mimato con rullii e beccheggi la metafora della scena come una barca, sulla quale vivono la coppia e il terzo, ma sulla quale potremmo vivere tutti. I tre personaggi non sono mai in cerca d’autore, perché hanno trovato in Ronconi un direttore d’opera accorto e amorevole, che ha saputo interpretare il dittico strindberghiano con la giusta impostazione. Mentre eravamo davanti al camerino per salutare la diva Adriana, non abbiamo potuto fare a meno di ascoltare un certo Arbasino che, parlando con Ronconi, esternava amichevolmente la critica per una possibile condensazione della durata dello spettacolo, che dura ben due ore e mezzo. Concordiamo con Arbasino, anche perché, come detto prima, i dialoghi non sono così memorabili né per l’effetto né per l’arte. Gli attori e la regia, invece, ci sono piaciuti moltissimo.

[…] L’articolo completo è pubblicato su Diario psicofuturista 2014-2015 (Lithos, Roma)

(foto da Wikipedia)

Dante psicofuturista

Questo mio scritto su Dante Alighieri, con uno speciale taglio psicoanalitico, vuole celebrare la sua sicura ascesa al Paradiso 700 anni fa. Il testo fa parte di un nuovo libro di prossima pubblicazione, che contiene una galleria di personaggi del mondo dell’arte, dello sport, della politica, della comunicazione, che hanno tutti un comune – ma non comune – denominatore psicofuturista. Buona lettura!

Se io fossi un professore di letteratura alle scuole superiori (idea che ho accarezzato per tanti anni durante il liceo classico), per far conoscere Dante ai miei allievi, comincerei da Borges. Leggerei in classe gli scritti di Borges sulla Divina Commedia e sono certo che li incanterei grazie al più grande affabulatore della storia della letteratura che io abbia mai incontrato nel mio cammino di modesto lettore, insieme a Stevenson, Stendhal, Proust, Balzac, Dickens. Ricordo che Borges un giorno affermò di essere fiero non tanto dei libri scritti ma di quelli letti.

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Psicovid: notizie dall’interno

L’informazione ai tempi del coronavirus – Regole e deontologia della comunicazione sanitaria – Webinar del 18.12.2020 organizzato da: Gemelli Molise, Ordine dei Giornalisti e Associazione Amici Università Cattolica

Buon pomeriggio a tutti,

nel ringraziare per l’invito il Gemelli Molise, l’Ordine dei Giornalisti al quale mi onoro di appartenere e l’associazione Amici Università Cattolica, mi fa piacere far presente in questa sede che sono diventato medico chirurgo e specialista internista nel cuore dell’Alma Mater, ovvero nella Facoltà di Medicina e Chirurgia alla Cattolica di Roma, e dove ho anche conseguito il diploma di esperto in bioetica istituito come corso al Gemelli di Roma tra i primi in Italia.

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Marte, Mercurio e Pan con modeste proposte per prevenire

Videointervista a cura di Giuseppe Rocco del Quotidiano del Molise

Trascrizione

Giuseppe Rocco: A che punto è secondo Te la “fase 2” così definita da Conte? Parlo naturalmente dal punto di vista medico e psicologico, ovviamente non politico.

Amedeo Caruso: Penso che la cosiddetta “fase 2” sia da gestire con molta attenzione da parte di tutti, specie i giovani, che forse hanno sofferto più degli altri la necessità di muoversi, uscire, incontrarsi, ritrovarsi nei soliti posti di riunione. Credo sia importante sottolineare che, con questa maggiore libertà di movimenti e di uscite e di visite a “congiunti”, il pandemonio pandemico non è finito e se non si sta attenti, rischiamo di fare un buco nell’acqua e di ritrovarci di nuovo con ospedali zeppi di persone ammalate. Anche per quanto riguarda gli studi medici, ho potuto notare che troppe persone non hanno ben capito che bisogna munirsi di mascherine per accedervi, bisogna evitare di affollarsi per fare richieste di medicine che possono tranquillamente essere spedite via email. In questo i giovani dovrebbero attivarsi, per aiutare i nonni e gli zii che hanno meno consuetudine e familiarità con gli strumenti tecnologici che ci consentono di evitare i contatti inutili e i contagi pericolosi.

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Contro Lacan – Download Gratuito

Mi unisco volentieri alle iniziative di solidarietà digitale, offrendo, con il gentile consenso della casa editrice Lithos di Roma, la versione in pdf del mio libro più recente dal titolo Contro Lacan.Mi auguro che questo breve testo, composto come una difesa della psicoanalisi e della psicoterapia classiche freudiana e junghiana che siano, possa rappresentare anche una difesa contro il tedio, la noia e la paura causate dalla solitudine e della segregazione alla quale siamo quasi tutti costretti in questi tempi. Spero inoltre che le mie considerazioni sulla psicoterapia e sulla vita contenute nel libello, siano di incoraggiamento e di aiuto psicologico per quanti vorranno leggermi.

Buona lettura e buona salute psicofisica a tutti!

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Arthur Schnitzler come psicologo

È stato un gioco! Cos’altro esser doveva?
Non è che un gioco il nostro agir terreno,
Anche se ci sembrò così grande e profondo!
Con schiere di feroci mercenari gioca l’uno,
Un altro con superstizioni folli.
Qualcuno gioca con i soli, con le stelle,
lo gioco con le anime. Un senso
Lo troverà soltanto chi lo cerca.
L’un dentro l’altro scorrono sogno e veglia,
Verità e menzogna. In nessun luogo v’è certezza.
Nulla sappiam degli altri, nulla di noi;
Giochiamo sempre, chi l’intende è saggio
Paracelsus, A.Schnitzler

La storia della letteratura annovera un piccolo grup­po di grandi scrittori laureati in medicina che hanno apportato, pur nella loro sconfinata eterogeneità, una caratteristica comune al racconto, l’analisi psicologica. Pensate a Francois Rahelais, Jean Itard, Anthon Cechov, Michail Bulgakov, Arthur Conan Doyle, Wllliam Somerset Maugham, Louis-Ferdinand Céline, Carlo Levi, Georges Duhamel, Mario Tobino, Oliver Sacks. Sono sicuro che ciascun nome ha evocato nel buon Lettore il ricordo di appassionanti letture con risonanze interiori uniche.
Il nostro microscopio si accinge ad esaminare il dottor Arthur Schnitzler. Medico laringoiatra in Vienna fino al 1893, è stato un grande scrittore di novelle, romanzi e testi teatrali, nonché valente sceneg­giatore cinematografico per gli adattamenti dei suoi lavori. Contemporaneo di Freud e, per qualche verso, suo doppio, dedica alla neonata psicoanalisi alcune considerazioni tutt’altro che banali. E posso aggiungere molto attuali: Il metodo psicoanalitico è un interpretare sfrenato, talvolta anche coatto, fino a un determinato punto in cui ci si arresta arbitrariamente: la sfera sessuale. Ci si domanda perché non proceda ulteriormente nell’interpretazione, sino alla morte, a Dio e così via. Il metodo psicoanalitico approda nell’inconscio spesso senza necessità, ben prima che sia lecito. A volte per pigrizia mentale, altre volte per ottusità o per monomania. La psicoanalisi ritiene di conoscere l’inconscio del paziente o della vittima in ogni caso meglio di lui stesso. Anche ammettendo che l’analizzato sia stato, nel rispondere alle domande a lui rivolte, perfettamente sincero (il che accade più raramente di quanto possano immaginare gli psicoanalisti, anche quando gli analizzati sono mossi da buona volontà e anche questo accade più raramente di quanto gli psicoanalisti possano credere), si verificheranno molti casi, più di quanto gli analisti vorranno ammettere, nei quali il paziente saprà penetrare nel proprio inconscio più profondamente dell’analista e in modo più esatto.

Vorrei perciò disseppellire dall’oblio lo psicologo Arthur Schnitzler. Non so quanti di voi ricorderanno però che a differenza di altri scrittori, il suo confronto con la psicoanalisi si è articolato attraverso una ricerca squisitamente artistica, che non si è accontentata di assorbire ed elaborare personalmente solo gli studi di Freud, ma, come un perturbante suo fratello, ci ha con­dotto alla scoperta di una speciale terra di nessuno definita medioconscioe utilizzata dalla sua creatività.

Il medioconscio, chi è costui? Lasciamone la descri­zione allo stesso Schnitzler:
La psicoanalisi parla di conscio e inconscio ma trascura, secondo me, la zona intermedia, quella del medioconscio che costituisce il territorio più enormemente esteso della vita psichica e spirituale; da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio, o precipitano nell’inconscio. Il medioconscio è sempre disponibile. Ciò che conta soprat­tutto è la sua ricchezza e la sua capacità di reazione. Conta, però, anche se il movimento tra il medioconscio e il conscio da una parte, e il medioconscio e l’inconscio dall’altra, si compia senza interruzioni in modo rapido o lento e così via. Il medioconscio sta all’inconscio come il sopore sta alla morte apparente. Colui che è assopito può essere sempre destato con facilità, non così (almeno non sempre) il morto apparente. La psicoanalisi agisce molto più spesso sul medioconscio che (come essa crede) sull’inconscio. […] La rimozione avviene molto più spesso in direzione del medioconscio che dell’inconscio. E la psicoanalisi scava in rarissimi casi così profondamente come essa crede. Gli elementi del medioconscio sono in continuo movimento e il più lieve stimolo può far salire uno di questi elementi alla coscienza. Se così non fosse non esisterebbero né un’attività mentale, né uno sviluppo psichico.

Corre l’obbligo, a questo punto, prima di commenta­re questa definizione, di ricordare che Theodor Reik, allievo di Freud, ebreo come il suo maestro, emigrato negli Stati Uniti d’America per sfuggire alla persecuzione nazista, pubblicò nel 1913 un libro di 230fitte pagi­ne intitolato Arthur Schnitzler als Psycholog, (Minden, J.C. Bruns, 1913) che ho recuperato grazie al brillante, ami­chevole e risolutivo interessamento del mio maestro Aldo Carotenuto. Questo libro, è bene che si sappia, non è stato ancora tradotto in italiano e converrete con me che ciò è vergognoso per l’editoria italiana.

In Arthur Schnitzler come psicologo, Reik incensa note­volmente lo scrittore che ha a lungo frequentato. Egli fa della sua opera un commento prettamente psicologico, sottolineando prevalentemente i parallelismi con la psi­coanalisi di Freud.
Infatti, appena uscito il libro, Schnitzler nel ringraziare Reik gli dice di averlo letto con interesse davvero intenso e molto spesso anche con oggettiva approvazio­ne, ma naturalmente, non senza vivaci obiezioni. Lei ha visto, osservato, individuato nei miei lavori soprattutto valori e relazioni che la maggior parte dei critici di pro­fessione hanno bellamente ignorato; e finché Lei rimane nell’ambito del conscio, concordo spesso con Lei. Ma il mio inconscio, o diciamo meglio il mio semiconscio, lo conosco comunque meglio di Lei, e a condurre nel buio della psiche – è una cosa di cui sono sempre più convin­to – ci sono più strade di quante possano mai sognarsi (e interpretare nei sogni) gli psicoanalisti. E molto spesso c’è anche un sentiero che conduce nel bel mezzo del chiaro mondo interiore, laddove essi – e Lei con loro – troppo presto credono di dover svoltare nel regno delle ombre.
Come sottolinea anche Giuseppe Farese in Arthur Schnitzler. Una vita a Vienna (Mondadori, 1997): …il semiconscio è un primordiale appellativo di quella regione intermedia dell’anima che poi egli chiamerà definitivamente medioconscio.

Schnitzler si ribella all’interpretazione reikiana della propria opera sotto l’unico cielo della freudiana onnipo­tenza dei pensieri. Al suo diario confiderà, dopo tanti colloqui con Reik, la propria simpatia per gli psicoanalisti, sebbene li trovi un po’ troppo monomaniaci.
E lui che ha detto: Non è nuova la psicoanalisi, ma Freud. Così come non era nuova l’America, ma Colombo. La psicoanalisi è sempre esistita; ogni medico, ogni poeta, ogni uomo di stato, ogni conoscitore di uomini non poteva non usarla, anche se ciò avveniva in modo inconscio o automatico.
E in fondo Freud nella lettera di auguri del 14 maggio 1922 per il sessantesimo compleanno di Schnitzler, gli confessa di averlo fino ad allora evitato per una specie di timore del sosia. Nella stessa lettera gli riconosce il merito di sapere tutto quello che lui stesso aveva scoperto tramite un faticoso lavoro su altri uomini.

Freud elogia l’intuizione del concittadino e l’arricchisce di significato definendola una raffinata autopercezione e aggiunge: Credo, anzi, che nei profondo del Suo essere Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo, cosi sinceramente obiettivo e impavido, come nessuno prima di Lei.
Si scusa infine per essere caduto nuovamente nell’analisi – non riesco proprio a fare nient’altro – dei suoi scritti e conclude malinconicamente che purtroppo L’analisi non è un mezzo per farsi ben volere. Se l’analisi non è un mezzo per farsi ben volere, come sottolinea Freud, certamente lo è l’opera di un artista, di un drammaturgo come Schnitzler.

In realtà noi stimiamo, amiamo, chi è in grado di comunicarci, attraverso l’arte, quasi conducendoci per mano, sensazioni e conoscenze che avvertivamo in un luogo a noi sconosciuto, il medioconscio.
La mia ipotesi è che Schnitzler abbia voluto comuni­carci che il medioconscio sia accessibile unicamente agli artisti. Questa no mans’ land, che dobbiamo credere appartenga solo agli artisti, ci consente di entrare nelle zone più segrete della nostra vita.

Ecco allora, in breve, l’Interpretazione dei sogni secondo Schnitzler (tratto dall’opera Il velo di Beatrice):

I sogni sono desideri senza coraggio,
desideri sfrenati che la luce del giorno
ricaccia nei meandri della nostra anima,
da dove essi osano uscire, strisciando, solo di notte

Schnitzler è un individuo provato dall’esistenza, al quale non vengono risparmiati dolori di ogni sorta. Dispiaceri coniugali, ma soprattutto la tragica perdita della figlia Lili, che si toglie inspiegabilmente la vita prima dei vent’anni, con la pistola del marito, l’italiano Arnoldo Cappellini, ufficiale della milizia fascista, sposa­to l’anno prima.
Anche Freud ha un cammino difficile, muoverà l’Acheronte in mezzo ai flutti minacciosi della medicina ufficiale, sarà tradito dal suo delfino Jung e sprofonderà nell’angoscia per la morte di un nipotino amatissimo.
Entrambi medici si allontaneranno dal camice bian­co, per andare incontro a destini diversi. Studieranno tutti e due il metodo della suggestione catartica.
Freud andrà a Parigi da Charcot, Schnitzler si interes­serà dell’afonia funzionale e del suo trattamento con l’ipnosi. Ripudieranno insieme anche questa. Dopo la morte dei rispettivi padri, Freud scopre il complesso di Edipo; Schnitzler chiude lo studio di laringoiatra e si dedica esclusivamente alla scrittura. Freud si prende la rivincita nei confronti della medicina: con lui nasce la moderna psichiatria.
Schnitzler inventa un teatro rivoluzionario. Canta Eros, con le sue lusinghe e i suoi inganni eterni in Girotondo, dove non esistono personaggi, ma tipi psico­logici. In questo incomparabile testo viene messa in scena la giostra dell’amore, dieci piccoli dialoghi tra figu­re emblematiche dell’umanità: la prostituta ed il soldato, la cameriera e il giovane signore, la giovane signora e il marito, la donnina galante e il poeta, l’attrice e il conte che darà la mano alla prostituta per chiudere il cerchio dell’amore. Tutti ingannano e sono ingannati. Tutti inconsapevoli vinti e nel contempo illusi vincitori.

Un magistrale caso di perdita dell’identità dell’Io è il tema di Fuga nelle tenebre. In Brezza d’estate si può leggere una delle più belle definizioni del tempo analitico: forse le ore sincere, veritiere, sono proprio quelle in cui si capisce del tutto ciò che si vive – e s’intravede al contempo ciò che ci si è lasciati sfuggire.

Con Il sottotenente Gustl compare il primo monologo interiore di lingua tedesca. Ma è soprattutto Doppio sogno che, pur consegnando con grande anticipo il nostro autore ad un fama imperitura, troverà solo ai tempi odierni il meritato largo consenso.

Uno dei più geniali registi del ‘900, Stanley Kubrick, ha concluso la sua opera e la sua vita con il film Eyes wide shut, un titolo che rappresenta una contradictio in terminis. Occhi ben aperti, spalancati diremmo in italiano, si traduce con Eyes wide open. Nel titolo dell’opera siamo in presenza di un ossimoro, una figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono concetti antiteti­ci nella medesima locuzione. L’uso di shut, chiuso, non può che rappresentare la posizione delle palpebre durante l’attività onirica.

Questa pellicola ha fatto balzare ai vertici dei libri più venduti in tutto il mondo il vecchio Doppio sogno di Schnitzler, utilizzato in una fedele trasposizione cinematografica. Ma Schnitzler non era nuovo al mondo della Fabbrica dei sogni. Sceneggiatore di film tratti da suoi lavori, possiamo considerarlo un importante collaboratore della Decima Musa fin dai primordi. Nel 1914 partecipa alla realizzazione di Elskovsleg, film muto danese tratto da Liebelei; del 1921 è The Affairs of Anatol per la regia di Cecil B. de Mille (dal Ciclo di Anatol); il Giovane Medardo viene girato da un certo Mihalvy Kertefz che niente altri è se non il regista di Casablanca, Michael Curtiz; nel 1927 altra versione di Amoretto (Liebelei), diretto da Jacob e Luise Pleck; nel 1928 Freiwild (Res nullius) con la regia di Madsen, ed infine Fraulein Else nel 1929, diretto da Paul Czinner.

In un’intervista del 1927 rilasciata al giornalista americano Georg Viereck lo scrittore confessa: la mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano. Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Molti dei miei intrecci mi vengono in mente nel sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stesso. Rappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima.

La Traumnovelle si articola in sette tempi che scandiscono un giorno e una notte della coppia borghese composta da Fridolin, medico e da Albertine, sua moglie.
L’incipit li vede insieme ad addormentare la loro bambina. Ma questa ouverture contiene già tutti i temi del dramma coniugale. In poche pagine leggiamo il resoconto di quanto è accaduto durante il ballo in maschera il giorno precedente, e di quanto ha scatenato nei due protagonisti.
Entrambi lusingati, da un corteggiatore polacco lei, e da due compiacenti dame lui, restano fisicamente fedeli, l’uno all’altra, ma non insensibili alle fascinazioni di Eros.

Albertine in un eccesso di confidenza rivela al marito di aver subìto tempo addietro una fantasia di seduzione irresistibile, provocata da un aitante e misterioso ufficiale. Fridolin è attonito, ferito, stravolto. Ma ecco arrivare una chiamata urgente per il dottore. Dal secondo tempo accompagneremo il medico in un incontro con la figlia del paziente moribondo che, proprio sul letto di morte del padre, gli rivela il suo amore. Fuggito dalla casa dopo aver stilato il certificato di morte per il padre e di rinuncia per la figlia, lo vediamo accettare l’invito di una prostituta procace. Ma anche questa volta si ritrarrà dal compiere l’atto sessuale. Arriva infine, ospite inatteso e indesiderato, in una strana villa con maschere dedite a rituali orgiastici. Appena scoperto viene minacciato di morte, finché una donna misteriosa si offre come capro espiatorio, ottenendo la sua libertà. All’alba rientra a casa dopo aver assistito all’ultima incognita della notte, la visione all’obitorio di una donna che potrebbe essere la prostituta incontrata qualche ora prima, o addirittura la maschera che si è offerta come vittima sacrificale al suo posto.  Trova la moglie a letto in preda a un sogno innegabilmente erotico e la sveglia, notando nello stesso tempo la sua propria maschera, proprio quella che non riusciva a trovare di ritorno dalla villa, posta sul suo cuscino. Albertine gli ricorda improvvisamente sia la giovane sgualdrina che l’elegante signora sconosciuta sua salvatrice. I due dovranno confrontarsi e gettare finalmente la maschera dov’è nascosto il desiderio.  A questo punto la vita di coppia ha conosciuto il mondo infero dell’amore, che comprende la trasgressione e l’insoddisfazione, la ricerca insaziabile della felicità e gli appetiti sentimentali inappagati.

Nessun sogno è interamente un sogno e neanche svegliarsi ci difende da ciò che abbiamo vissuto durante l’attività onirica. Nessun tradimento fisico sembra essersi perpetrato ai danni dell’altro coniuge, ma una luce notturna illuminerà da questo momento il futuro dei due.  Non si può ipotecare il futuro, commenta la voce della donna che si è rifugiata nei sotterranei del sogno, contrariamente al marito che ha cercato i fantasmi, da sveglio, attraversando le ore della notte.

Credo che la chiave di lettura psicologica della Traumnovelle consista nella capacità dell’autore di rivelare attraverso il sogno i protagonisti a se stessi e ancora di più l’uno all’altro. Nel racconto sembra dispiegarsi con estrema semplicità una certa parte della psicologia junghiana. Non sembra azzardato individuare l’Anima in Albertine, che si identifica tout-court con il mondo onirico.  L’Anima aiuta a gettare la maschera della Persona die­tro cui si nasconde Fridolin. È per questo motivo che il maschile viene deputato a vivere ciò che è consentito al femminile soltanto sognare. Ma è nell’armonia di entrambi, consapevoli dei propri demoni interiori, che è possibile vivere.

Schnitzler, dopotutto, è l’unico scrittore legalmente autorizzato a scrivere per noi questa diagnosi: la vita è a rischio del sogno. E forse a poterci curare.

Già comparso in Giornale Storico di Psicologia Dinamica n.47, aprile 2000 Di Renzo Ed., Roma.

A che punto è la morte di Amedeo Caruso: perdono, assoluzione letteraria e promessa d’amicizia

Ho ricevuto e, con il benevolo consenso dello scrittore Pino Imperatore, pubblico:

Caro Amedeo,

innanzitutto perdonami per averti fatto morire. Non avrei neanche lontanamente immaginato che tu fossi una persona così brillante e briosa e un professionista di così chiara fama. La prossima volta non lo farò più…

Ma ora che ci penso, essendo tu già defunto, non potrei, fatta salva una tua ipotetica resurrezione, farti morire una seconda volta, anche perché troverei deontologicamente scorretto ammazzare un uomo morto. La mia etica me lo impedirebbe, credimi.

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Una recensione psicoanalitica davvero “personale” del giallo napoletano Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore

ovvero: Elogio del mio assassino

Tutto è cominciato con una divertita telefonata ricevuta da una mia ex assistita (io preferisco definire “assistiti” i pazienti con me in cura medica o psicoanalitica), la cui psicoterapia ha sortito effetti gratificanti per entrambi, e, nonostante la lontananza geografica, siamo rimasti in ottimi rapporti che coltiviamo via email. Dunque qualche settimana fa, la signora Mavà (la chiamerò così perché era un suo ricorrente e sorridente intercalare) mi annuncia, assai divertita e ironica, che ha appena letto che sono stato assassinato! …in un romanzo giallo, però, si affretta ad aggiungere, insieme al fatto che questo libro viene venduto con appena un paio di euro in più insieme a un quotidiano. Mi augura una buona estate e mi consiglia la lettura, secondo lei piacevole, di questo volume, il cui autore è Pino Imperatore, sul quale mi documento, giustamente incuriosito, con rapidità. In serata trovo subito il libro presso l’edicola più vicina a casa mia. Pur avendo in cantiere questa estate una mole notevole di lavoro, non rinuncio all’intrigante idea di macinare un po’ di pagine di questo voluminoso noir; e, come fanno in genere i lettori “seriali”, controllo subito il numero totale delle pagine, senza provare a mettere a fuoco nient’altro dell’ultima pagina, che in questo caso porta il numero 361. Va bene, mi sono detto, cominciamo col leggiucchiare un pochino e vediamo se la storia mi prende.

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Contro Lacan

Un’indagine dentro e fuori il lettino di Lacan, affollato da moglie, amanti, figlie grate e figlie adirate, un genero principe ereditario, diversi discepoli fedeli e alcuni seguaci tartufi, una biografa autorevole ed esegeti da operetta e, ancora, imitatori da strapazzo, pazienti riconoscenti, epigoni italiani spretati e sfegatati, ricalcanti logodiarroici.

Questo libro potrebbe essere definito un pamphlet. Ma l’autore psicofuturista non ama troppo adoperare francesismi o anglismi laddove non è necessario. Questo libello contiene un’appassionata riflessione nei confronti di Jacques Lacan, del suo pensiero e dei suoi epigoni. Una dichiarazione di non-amore da parte di uno psicoanalista che ama la psicoanalisi, ma anche la chiarezza e non vuole perdere di vista l’intento terapeutico che caratterizza l’invenzione freudiana.

Contro Lacan coinvolge anche: Aldo Carotenuto, Antonio Di Ciaccia, Catherine Millot, Maurizio Crozza, Elisabeth Roudinesco, Filip Buekens, Gabriella Ripa di Meana, Hillman, Jacques-Alain Miller, James Hillman, il Libro nero della psicoanalisi, Marguerite Duras, Massimo Recalcati, Masud Khan, Jean-Bertrand Pontalis, Sergio Benvenuto, Slavoj Zizek e tanti altri.