Cognome e nome: Padre Eterno – psicorecensione al film Dio esiste e vive a Bruxelles

Autore di appena quattro lungometraggi in venticinque anni, più sette corti in cinque anni (tra il 1981 e il 1985) e ancora un episodio del film Lumière and Company nel 1995, Jaco Van Dormael – belga, classe 1957 – brilla tra le stelle più luminose, ironiche e intelligenti della volta celeste cinematografica europea. Con il suo nuovo film ci ha trasportati in un viaggio fantastico e divertente, come solo hanno saputo fare finora il Federico Fellini di Amarcord e il Tim Burton di Big Fish. Con Jaco, finalmente, abbiamo appreso tre cose importanti: che Dio esiste, cosa fa e dove abita. E tutto questo viene trattato con leggerezza e sarcasmo, con originalità e simpatia fattesi pellicola. Viene proprio da Bruxelles questa voce cinematografica così rara e speciale, in mezzo a un magma di film contemporanei, che peccano di presunzione artistica e sono monchi d’idee e di giocosità. Sembra una nemesi storica che dalla stessa città che è stata negli ultimi tempi, insieme a Parigi, una delle più strettamente sorvegliate e preoccupanti per ragioni terroristiche, si sviluppi la storia del film che ha per interpreti nientepopodimeno che il signor Dio (Benoît Poelvoorde), la sua compagna (Yolande Moreau) e quella monella di sua figlia Ea (Pili Groyne). Continua a leggere Cognome e nome: Padre Eterno – psicorecensione al film Dio esiste e vive a Bruxelles

Io l’avevo detto! Recensione del film Tom à la ferme

Finalmente nelle sale Tom à la ferme di Xavier Dolan, da noi segnalato già nel 2013 come un vero diamante cinematografico (Manifesto del Movimento Psicofuturista)

Eccoci a una vera rivelazione. Tom à la ferme. La rivelazione riguarda l’attore nonché regista di questo film, Xavier Dolan, che è nato a Montreal nel 1989, e già nel 2009 ha debuttato con la sua opera prima J’ai tué ma mére. Quest’ultimo e i seguenti Les amours imaginaires (2010) e Laurence Anyways (2012) hanno ricevuto premi e riconoscimenti a bizzeffe. Il primo, addirittura, è stato candidato all’Oscar. Ricordate il titolo di questo film e tenete a mente il suo autore. Anche qui si tratta di un funerale, ma del suo amante. Giunto in fattoria, dove il giovane defunto abitava, il protagonista viene minacciato dal fratello che non vuole si sappia che il ragazzo era omosessuale, sia per il paese che per la madre. Così, insieme, ingaggiano una ragazza amica di Tom, che arriva nella casa per vestire la parte della fidanzata. Ma il gioco comincia a diventare violento e perverso. La fanciulla scappa non prima di aver ceduto alle voglie del fratellaccio, che si rivela però sempre più incline all’amore omosessuale, anzi maschera, attraverso le lotte, tentativi infantili di amplessi con Tom. Dopo il ballo del Conformista di Bertolucci e quello del Gattopardo di Visconti, abbiamo già situato, in terza posizione stabile, il tango dei due nella stalla. Cinema puro a 24 carati. Indimenticabile. Tutti in paese sanno che madre e figlio sono abbastanza strani e antipatici, ma Tom riceverà una conferma definitiva sulla malvagità bieca del fratello del suo amante, da un barista che gli racconta una storia che ha a che vedere con Victor Hugo ed un suo famosissimo romanzo. Nipotino degno di Hitchcock e figlio legittimo del migliore Malick (quello di La rabbia giovane e de I giorni del cielo), Xavier Dolan vi terrà appassionatamente avvinghiati alla poltrona del primo cinema in cui lo incontrerete. Rivelarvi di più, significherebbe rovinarvi la visione. Ma fidatevi e affidatevi (con un po’ di sana suspense) a questo gioiello di celluloide.

Intervista a Giorgio Albertazzi – Vie (e) regie dell’inconscio

In ricordo di Giorgio Albertazzi, ripubblico questa intervista contenuta nel mio libro Regie dell’inconscio (Alpes, Roma, 2014) sulle radici psicoanalitiche del cinema italiano d’autore. Dopo il nostro primo incontro continuammo a vederci sia per arricchire l’intervista e sia perché nacque lentamente una bella amicizia che lo convinse ad accettare il mio invito a partecipare come relatore a un convegno su psicologia e comunicazione di cui ero uno degli organizzatori. Fui da lui coinvolto a fare un intervento alla Camera a un convegno sul Teatro come veicolo di psicologia formativa e creativa nella scuola (pubblicato in La psicoanalisi all’Opera) dove il Maestro era ospite d’onore. Continua a leggere Intervista a Giorgio Albertazzi – Vie (e) regie dell’inconscio

TRANCELLULOIDE – Dizionario ragionato di cinema e ipnosi

Sono lieto di invitarti alla presentazione del mio nuovo libro

TRANCELLULOIDE – Dizionario ragionato di cinema e ipnosi

Questa nuova opera è – scusa l’immodestia – il primo dizionario al mondo di cinema e ipnosi. Unico nel suo genere, percorre tre secoli di cinema (dal 1897 al 2015!) e “analizza” oltre 300 film rari, difficilmente visti o vedibili, di grande successo o di nicchia, dove l’ipnosi è presente in modo totale, parziale e anche marginale. È un manuale agile e divertente che può trasformarsi in un piacevole corso per capire, attraverso il cinema, che cosa è e che cosa non è l’ipnosi.
Simona Argentieri e Simonetta Putti converseranno con me dopo una videoproiezione ispirata al libro.
Al termine dell’evento ci sarà un brindisi ipnocinefilo!

SABATO 21 MAGGIO 2016 – ORE 18.00
CINECLUB DETOUR – Via Urbana, 107, 00184 Roma (Metro Cavour)

Cineclub-Detour

Taxi Teheran – Un coraggioso tappeto volante giallo in giro per il mondo

La Serenissima Leonessa, divoratrice di celluloide, quest’anno ci ha accolto con una sorpresa fuori programma insperata e molto apprezzata. Il festival comincerà tra un paio di giorni, ma noi siamo già qui per incontrare gli amici veneziani che vediamo sempre – almeno annualmente – in occasione della Mostra del Cinema e che da qui salutiamo. Al cinema Giorgione proiettano Taxi Teheran di Jafar Panahi, che potrebbe già bastare da solo a farci ancora più convinti che il cinema fa bene, aiuta a riflettere e, se abbiamo un cuore, ce lo rende più forte e capace di coraggiose e generose azioni. Il film ha già vinto, lo sappiamo, l’Orso d’Oro a Berlino, ma potrebbe essere un vincitore ideale ex-aequo con qualunque film che conquisterà il Leone d’oro di questa edizione. Vale la pena che ne parliamo, affinché non ve lo perdiate, ovunque voi siate, ovunque lo troviate. Intanto è una dimostrazione pratica di come la creatività sia il motore più potente di ogni operazione artistica, e poi di quanto possa costare poco la realizzazione di un film se fatto con passione, ingegno e motivazione. La motivazione è quella di un regista inviso al suo governo, al quale da’ non poco fastidio, da parecchi anni ormai. Ma non demorde. Lo hanno condannato con divieto di fare film per un ventennio (come il periodo in cui er puzzone faceva tremare tutta Roma), messo dentro e fuori la prigione per vari mesi, nell’arco di un paio di anni, dopo processi burletta e accuse per noi assurde. Ma niente e nessuno lo fermano. Il pacifico Panahi è riuscito non solo a girare in clandestinità due film dopo le pene comminate, ma ha avuto la forza di farli uscire dal suo Paese e mostrarli al mondo intero (This is Not a Film del 2011 e Closed Curtain del 2013). E così ha fatto con questo terzo film, che rappresenta una vera e propria dichiarazione d’arte poetica cinematografica, ma anche una carta di celluloide volta a difendere i diritti dell’uomo e della donna in Iran e in tutto il mondo.

Panahi stesso è il guidatore di un taxi giallo. Così ha risparmiato su un altro attore e ha servito la sua causa perfettamente. Allora, la creatività… Già, perché in Taxi Teheran – film molto fuori degli schemi – anche di creatività, di originalità si tratta. Tanti anni fa il nostro indimenticabile inimitabile Alberto Sordi, girò ben due film (uno nel 1983 e l’altro nel 1987) come attore protagonista e da regista, intitolati Il tassinaro e Un tassinaro a New York, ricordate? Beh, si potrebbe dire: Guarda questo Panahi, ha rubato l’idea al nostro Albertone e il suo film non ha niente di originale! Ebbene, a parte l’idea del taxi (giallo anche questo) carpita all’ottimo Sordi, questo film è una vera gemma abbagliante, anzi un’esplosiva mistura di cinema ultrarealista con attori non professionisti e dialoghi che daranno di sicuro nuovi problemi in patria al regista ed ai suoi interpreti… o forse, invece, gli impediranno guai ulteriori, ed è quel che speriamo. Gli ottantadue minuti del film scorrono veloci quanto possono durare quattro o cinque corse di un vero taxi. Il tenace Panahi prende a bordo di volta in volta dei personaggi, che gli consentono di esporre, indirettamente, le gravi difficoltà che affliggono le menti e i corpi degli umani pensanti. Ci piace pensare e sottolineare però che, sebbene il governo e le leggi iraniane siano quelle che siano, il discorso riguarda anche noi popoli che ci crediamo liberi e forse tanto liberi non siamo. Decidete voi quando vedrete questo film scarno, povero, ironico, intelligente, che nell’alternarsi dei clienti del taxi, fa una panoramica cruda e spietata delle vessazioni e della cecità di un potere che soffoca le menti e incarcera i corpi, ma, suo malgrado, ipertrofizza la creatività degli artisti e nutre gli animi del popolo di forza e coraggio operativi. Posta una telecamera all’interno dell’auto, che spesso lo inquadra, il granitico regista (ha deciso di non scappare dalla sua patria e non è potuto andare a ricevere l’Orso d’oro a Berlino (lo ha ritirato la nipotina al suo posto), ma quanto gli costa ai dittatori…?) ospita insieme – succede come a Cuba, non puoi avere il taxi tutto per te – un borseggiatore reazionario e tagliagole e una dolce maestra che sa il fatto suo e gliene canta quattro. Quindi sale un venditore di dvd pirata col quale l’autista intrattiene un discorso sul cinema straniero proibito, che però viene diffuso largamente e senza sosta, perché la sete di conoscenza aumenta con il divieto di bere alla sorgente della cultura. Ecco due magnifiche signore anziane che sono in missione catartica, in quanto devono liberare due pesci rossi in una vasca a scopo propiziatorio, ma la sfera di vetro si rompe e devono fare tutto con urgenza. Di forte impatto è il momento in cui il taxi viene bloccato perché c’è stato un incidente e un uomo giace a terra ferito e sanguinante. Il nostro cinetaxi conduce il moribondo e la moglie verso l’ospedale e l’aspetto più drammatico viene sottolineato dal fatto che l’uomo chiede costantemente di poter fare testamento a favore della moglie, e la donna prega il tassista di essere testimone della richiesta e gli telefonerà in seguito più volte, per accertarsi che potrà chiamarlo in causa. Perché? La ragione è presto detta: l’eredità dell’uomo, morendo senza figli e senza testamento, passerebbe alla famiglia di lui e la povera donna sarebbe costretta a una vita grama, che nella maggior parte dei casi conduce le vedove alla prostituzione. Questa è la legge del posto. L’episodio più birichino è quello che vede protagonista la bravissima giovanissima attrice Hana Saeid, che impersona nel film se stessa, la nipotina del taxista (buon sangue cinematografico…pellicola che non mente!) che bacchetta lo zio in base agli insegnamenti delle sue maestre a proposito di ciò che è giusto o ingiusto fare. E soprattutto assistiamo a una lezione di cinema nel cinema, perché la ragazzina dalla lingua lunga e dal cervello agile, ha anche una fotocamera che riprende lo zio. A Teheran i bambini fanno sì scuola di cinema, ma sono indottrinati a senso unico, peccato! Infine, ecco l’avvocato, che deve essere sicuramente il vero avvocato del nostro regista-eroe. Si tratta di una donna che reca in braccio un fascio di rose e discetta sapientemente col guidatore a proposito dei diritti umani. A fine corsa lascerà una rosa rossa a simbolo di delicata ma irresistibile insurrezione permanente contro i soprusi. Capiamo che qualche delatore ha avuto la sua parte nelle traversie del regista, forse qualcuno che si dichiarava suo amico, da un breve incontro che fa il taxi cineasta con un suo amico. Purtroppo così va il mondo, ma sembra esserci sempre qualcuno, per fortuna, che riesce a capire e perdonare e soprattutto – come nel caso di Panahi – a far venir fuori da una tragedia un’opera d’arte. Lunga vita a questo strabiliante cineasta. Dunque la visione di questo film è altamente raccomandata se volete mantenervi vivi, vigili e vegeti. E, se ce la fate, andatevi a cercare gli altri film di questo caparbio umile titano del cinema. Se volete farli vedere anche ai vostri figli o nipoti, caldamente consigliati sono Il palloncino bianco e Offside: li farete forti e felici.

O Capitano! Mio Capitano! Epitaffio per il comandante Gerardo De Rosa in occasione del trentennale del sequestro dell’Achille Lauro

Quest’articolo è estratto dal mio libro Diario psicofuturista 2014-2015 di imminente uscita.

Quando la nave da crociera Achille Lauro salpò da Genova il 3 ottobre 1985 con me sopra, non sapevo neanche chi fosse il capitano dell’imbarcazione. Navigavo in viaggio premio con il grado di secondo medico di bordo insieme a un caro amico il cui zio era a quei tempi il commissario straordinario della Flotta Lauro, che ci promise questo viaggio offrendolo al nipote e consentendo a me di lavorare viaggiando. Vedrai – mi disse – per il secondo medico di bordo c’è poco lavoro, in genere svolge tutto il direttore sanitario (cioè il primario), che però sarà lieto della tua collaborazione. Una crociera dunque di tutto relax sembrava aspettarci. La seconda sera di navigazione, come di consueto, si svolgeva la cerimonia della presentazione degli alti ufficiali a tutti i passeggeri, con il comandante e il suo staff che stringono la mano a ciascuno e relativa fotografia (che ancora conservo gelosamente). Ebbi così il primo contatto col comandante Gerardo De Rosa, con il quale avrei poi condiviso futuri giorni di pericolo e avventura.  Continua a leggere O Capitano! Mio Capitano! Epitaffio per il comandante Gerardo De Rosa in occasione del trentennale del sequestro dell’Achille Lauro

Nelo Risi, un poeta cineasta sensibile a Psiche

Risi_dedicaIn memoria di Nelo Risi, poeta e cineasta pubblichiamo l’intervista che fa parte del libro Regie dell’inconscio. Da allora è nata una sincera e spontanea amicizia con Lui e la moglie Edith – finissima scrittrice e acuta cineasta – che ci ha portato a incontrarci in diverse amabili occasioni. Sia questo un affettuoso omaggio a un vero Maestro di cinema poetico e al raro poeta cinematografico che è stato. Continua a leggere Nelo Risi, un poeta cineasta sensibile a Psiche

Il fidanzato della parrucchiera – Recensione a Sarà il mio tipo? Di Lucas Belvaux

Sembra che le parrucchiere portino fortuna al cinema francese. Dopo quel capolavoro che è Le mari de la coiffeuse (1990) – di Patrice Leconte, con protagonista la nostra bellissima attrice Anna Galiena, in una delle vette della sua bravura, e Jean Rochefort, perfetto come mai – ecco comparire un’altra parrucchiera (quasi una sorella minore di Mathilde-Galiena) che ci regala un’interpretazione superba e ci dà una lezione femminile d’amore ancora più matura psicologicamente di quella del film di Leconte (perché qui non muore nessuno… morire d’amore è una tendenza ormai sconfitta dalla psicoanalisi). Siamo di fronte questa volta a una vera e propria rivincita delle parrucchiere contro gli algidi intellettuali che, pur insegnando filosofia, non hanno capito niente della vita e zero dell’amore. Il bello sofisticato di turno è Continua a leggere Il fidanzato della parrucchiera – Recensione a Sarà il mio tipo? Di Lucas Belvaux

Una lettura psicoanalitica del romanzo di un giudice – Frammenti di storie semplici

Come mai un giudice – autore di un romanzo che può fregiarsi della prefazione di Domenico Gallo, un insigne magistrato già senatore nella XII legislatura ed è arricchito dalla postfazione di Armando Spataro, altro illustre magistrato attualmente procuratore della Repubblica di Torino – richieda a uno psicoanalista a lui sconosciuto di fare una lettura psicoanalitica del suo romanzo, è quello che i lettori scopriranno nello scritto di Amedeo Caruso che conclude il libro di Roberto Oliveri del Castillo, magistrato che opera nel distretto di Bari. Continua a leggere Una lettura psicoanalitica del romanzo di un giudice – Frammenti di storie semplici