Psicovid: notizie dall’interno

L’informazione ai tempi del coronavirus – Regole e deontologia della comunicazione sanitaria – Webinar del 18.12.2020 organizzato da: Gemelli Molise, Ordine dei Giornalisti e Associazione Amici Università Cattolica

Buon pomeriggio a tutti,

nel ringraziare per l’invito il Gemelli Molise, l’Ordine dei Giornalisti al quale mi onoro di appartenere e l’associazione Amici Università Cattolica, mi fa piacere far presente in questa sede che sono diventato medico chirurgo e specialista internista nel cuore dell’Alma Mater, ovvero nella Facoltà di Medicina e Chirurgia alla Cattolica di Roma, e dove ho anche conseguito il diploma di esperto in bioetica istituito come corso al Gemelli di Roma tra i primi in Italia.

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Marte, Mercurio e Pan con modeste proposte per prevenire

Videointervista a cura di Giuseppe Rocco del Quotidiano del Molise

Trascrizione

Giuseppe Rocco: A che punto è secondo Te la “fase 2” così definita da Conte? Parlo naturalmente dal punto di vista medico e psicologico, ovviamente non politico.

Amedeo Caruso: Penso che la cosiddetta “fase 2” sia da gestire con molta attenzione da parte di tutti, specie i giovani, che forse hanno sofferto più degli altri la necessità di muoversi, uscire, incontrarsi, ritrovarsi nei soliti posti di riunione. Credo sia importante sottolineare che, con questa maggiore libertà di movimenti e di uscite e di visite a “congiunti”, il pandemonio pandemico non è finito e se non si sta attenti, rischiamo di fare un buco nell’acqua e di ritrovarci di nuovo con ospedali zeppi di persone ammalate. Anche per quanto riguarda gli studi medici, ho potuto notare che troppe persone non hanno ben capito che bisogna munirsi di mascherine per accedervi, bisogna evitare di affollarsi per fare richieste di medicine che possono tranquillamente essere spedite via email. In questo i giovani dovrebbero attivarsi, per aiutare i nonni e gli zii che hanno meno consuetudine e familiarità con gli strumenti tecnologici che ci consentono di evitare i contatti inutili e i contagi pericolosi.

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Arthur Schnitzler come psicologo

È stato un gioco! Cos’altro esser doveva?
Non è che un gioco il nostro agir terreno,
Anche se ci sembrò così grande e profondo!
Con schiere di feroci mercenari gioca l’uno,
Un altro con superstizioni folli.
Qualcuno gioca con i soli, con le stelle,
lo gioco con le anime. Un senso
Lo troverà soltanto chi lo cerca.
L’un dentro l’altro scorrono sogno e veglia,
Verità e menzogna. In nessun luogo v’è certezza.
Nulla sappiam degli altri, nulla di noi;
Giochiamo sempre, chi l’intende è saggio
Paracelsus, A.Schnitzler

La storia della letteratura annovera un piccolo grup­po di grandi scrittori laureati in medicina che hanno apportato, pur nella loro sconfinata eterogeneità, una caratteristica comune al racconto, l’analisi psicologica. Pensate a Francois Rahelais, Jean Itard, Anthon Cechov, Michail Bulgakov, Arthur Conan Doyle, Wllliam Somerset Maugham, Louis-Ferdinand Céline, Carlo Levi, Georges Duhamel, Mario Tobino, Oliver Sacks. Sono sicuro che ciascun nome ha evocato nel buon Lettore il ricordo di appassionanti letture con risonanze interiori uniche.
Il nostro microscopio si accinge ad esaminare il dottor Arthur Schnitzler. Medico laringoiatra in Vienna fino al 1893, è stato un grande scrittore di novelle, romanzi e testi teatrali, nonché valente sceneg­giatore cinematografico per gli adattamenti dei suoi lavori. Contemporaneo di Freud e, per qualche verso, suo doppio, dedica alla neonata psicoanalisi alcune considerazioni tutt’altro che banali. E posso aggiungere molto attuali: Il metodo psicoanalitico è un interpretare sfrenato, talvolta anche coatto, fino a un determinato punto in cui ci si arresta arbitrariamente: la sfera sessuale. Ci si domanda perché non proceda ulteriormente nell’interpretazione, sino alla morte, a Dio e così via. Il metodo psicoanalitico approda nell’inconscio spesso senza necessità, ben prima che sia lecito. A volte per pigrizia mentale, altre volte per ottusità o per monomania. La psicoanalisi ritiene di conoscere l’inconscio del paziente o della vittima in ogni caso meglio di lui stesso. Anche ammettendo che l’analizzato sia stato, nel rispondere alle domande a lui rivolte, perfettamente sincero (il che accade più raramente di quanto possano immaginare gli psicoanalisti, anche quando gli analizzati sono mossi da buona volontà e anche questo accade più raramente di quanto gli psicoanalisti possano credere), si verificheranno molti casi, più di quanto gli analisti vorranno ammettere, nei quali il paziente saprà penetrare nel proprio inconscio più profondamente dell’analista e in modo più esatto.

Vorrei perciò disseppellire dall’oblio lo psicologo Arthur Schnitzler. Non so quanti di voi ricorderanno però che a differenza di altri scrittori, il suo confronto con la psicoanalisi si è articolato attraverso una ricerca squisitamente artistica, che non si è accontentata di assorbire ed elaborare personalmente solo gli studi di Freud, ma, come un perturbante suo fratello, ci ha con­dotto alla scoperta di una speciale terra di nessuno definita medioconscioe utilizzata dalla sua creatività.

Il medioconscio, chi è costui? Lasciamone la descri­zione allo stesso Schnitzler:
La psicoanalisi parla di conscio e inconscio ma trascura, secondo me, la zona intermedia, quella del medioconscio che costituisce il territorio più enormemente esteso della vita psichica e spirituale; da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio, o precipitano nell’inconscio. Il medioconscio è sempre disponibile. Ciò che conta soprat­tutto è la sua ricchezza e la sua capacità di reazione. Conta, però, anche se il movimento tra il medioconscio e il conscio da una parte, e il medioconscio e l’inconscio dall’altra, si compia senza interruzioni in modo rapido o lento e così via. Il medioconscio sta all’inconscio come il sopore sta alla morte apparente. Colui che è assopito può essere sempre destato con facilità, non così (almeno non sempre) il morto apparente. La psicoanalisi agisce molto più spesso sul medioconscio che (come essa crede) sull’inconscio. […] La rimozione avviene molto più spesso in direzione del medioconscio che dell’inconscio. E la psicoanalisi scava in rarissimi casi così profondamente come essa crede. Gli elementi del medioconscio sono in continuo movimento e il più lieve stimolo può far salire uno di questi elementi alla coscienza. Se così non fosse non esisterebbero né un’attività mentale, né uno sviluppo psichico.

Corre l’obbligo, a questo punto, prima di commenta­re questa definizione, di ricordare che Theodor Reik, allievo di Freud, ebreo come il suo maestro, emigrato negli Stati Uniti d’America per sfuggire alla persecuzione nazista, pubblicò nel 1913 un libro di 230fitte pagi­ne intitolato Arthur Schnitzler als Psycholog, (Minden, J.C. Bruns, 1913) che ho recuperato grazie al brillante, ami­chevole e risolutivo interessamento del mio maestro Aldo Carotenuto. Questo libro, è bene che si sappia, non è stato ancora tradotto in italiano e converrete con me che ciò è vergognoso per l’editoria italiana.

In Arthur Schnitzler come psicologo, Reik incensa note­volmente lo scrittore che ha a lungo frequentato. Egli fa della sua opera un commento prettamente psicologico, sottolineando prevalentemente i parallelismi con la psi­coanalisi di Freud.
Infatti, appena uscito il libro, Schnitzler nel ringraziare Reik gli dice di averlo letto con interesse davvero intenso e molto spesso anche con oggettiva approvazio­ne, ma naturalmente, non senza vivaci obiezioni. Lei ha visto, osservato, individuato nei miei lavori soprattutto valori e relazioni che la maggior parte dei critici di pro­fessione hanno bellamente ignorato; e finché Lei rimane nell’ambito del conscio, concordo spesso con Lei. Ma il mio inconscio, o diciamo meglio il mio semiconscio, lo conosco comunque meglio di Lei, e a condurre nel buio della psiche – è una cosa di cui sono sempre più convin­to – ci sono più strade di quante possano mai sognarsi (e interpretare nei sogni) gli psicoanalisti. E molto spesso c’è anche un sentiero che conduce nel bel mezzo del chiaro mondo interiore, laddove essi – e Lei con loro – troppo presto credono di dover svoltare nel regno delle ombre.
Come sottolinea anche Giuseppe Farese in Arthur Schnitzler. Una vita a Vienna (Mondadori, 1997): …il semiconscio è un primordiale appellativo di quella regione intermedia dell’anima che poi egli chiamerà definitivamente medioconscio.

Schnitzler si ribella all’interpretazione reikiana della propria opera sotto l’unico cielo della freudiana onnipo­tenza dei pensieri. Al suo diario confiderà, dopo tanti colloqui con Reik, la propria simpatia per gli psicoanalisti, sebbene li trovi un po’ troppo monomaniaci.
E lui che ha detto: Non è nuova la psicoanalisi, ma Freud. Così come non era nuova l’America, ma Colombo. La psicoanalisi è sempre esistita; ogni medico, ogni poeta, ogni uomo di stato, ogni conoscitore di uomini non poteva non usarla, anche se ciò avveniva in modo inconscio o automatico.
E in fondo Freud nella lettera di auguri del 14 maggio 1922 per il sessantesimo compleanno di Schnitzler, gli confessa di averlo fino ad allora evitato per una specie di timore del sosia. Nella stessa lettera gli riconosce il merito di sapere tutto quello che lui stesso aveva scoperto tramite un faticoso lavoro su altri uomini.

Freud elogia l’intuizione del concittadino e l’arricchisce di significato definendola una raffinata autopercezione e aggiunge: Credo, anzi, che nei profondo del Suo essere Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo, cosi sinceramente obiettivo e impavido, come nessuno prima di Lei.
Si scusa infine per essere caduto nuovamente nell’analisi – non riesco proprio a fare nient’altro – dei suoi scritti e conclude malinconicamente che purtroppo L’analisi non è un mezzo per farsi ben volere. Se l’analisi non è un mezzo per farsi ben volere, come sottolinea Freud, certamente lo è l’opera di un artista, di un drammaturgo come Schnitzler.

In realtà noi stimiamo, amiamo, chi è in grado di comunicarci, attraverso l’arte, quasi conducendoci per mano, sensazioni e conoscenze che avvertivamo in un luogo a noi sconosciuto, il medioconscio.
La mia ipotesi è che Schnitzler abbia voluto comuni­carci che il medioconscio sia accessibile unicamente agli artisti. Questa no mans’ land, che dobbiamo credere appartenga solo agli artisti, ci consente di entrare nelle zone più segrete della nostra vita.

Ecco allora, in breve, l’Interpretazione dei sogni secondo Schnitzler (tratto dall’opera Il velo di Beatrice):

I sogni sono desideri senza coraggio,
desideri sfrenati che la luce del giorno
ricaccia nei meandri della nostra anima,
da dove essi osano uscire, strisciando, solo di notte

Schnitzler è un individuo provato dall’esistenza, al quale non vengono risparmiati dolori di ogni sorta. Dispiaceri coniugali, ma soprattutto la tragica perdita della figlia Lili, che si toglie inspiegabilmente la vita prima dei vent’anni, con la pistola del marito, l’italiano Arnoldo Cappellini, ufficiale della milizia fascista, sposa­to l’anno prima.
Anche Freud ha un cammino difficile, muoverà l’Acheronte in mezzo ai flutti minacciosi della medicina ufficiale, sarà tradito dal suo delfino Jung e sprofonderà nell’angoscia per la morte di un nipotino amatissimo.
Entrambi medici si allontaneranno dal camice bian­co, per andare incontro a destini diversi. Studieranno tutti e due il metodo della suggestione catartica.
Freud andrà a Parigi da Charcot, Schnitzler si interes­serà dell’afonia funzionale e del suo trattamento con l’ipnosi. Ripudieranno insieme anche questa. Dopo la morte dei rispettivi padri, Freud scopre il complesso di Edipo; Schnitzler chiude lo studio di laringoiatra e si dedica esclusivamente alla scrittura. Freud si prende la rivincita nei confronti della medicina: con lui nasce la moderna psichiatria.
Schnitzler inventa un teatro rivoluzionario. Canta Eros, con le sue lusinghe e i suoi inganni eterni in Girotondo, dove non esistono personaggi, ma tipi psico­logici. In questo incomparabile testo viene messa in scena la giostra dell’amore, dieci piccoli dialoghi tra figu­re emblematiche dell’umanità: la prostituta ed il soldato, la cameriera e il giovane signore, la giovane signora e il marito, la donnina galante e il poeta, l’attrice e il conte che darà la mano alla prostituta per chiudere il cerchio dell’amore. Tutti ingannano e sono ingannati. Tutti inconsapevoli vinti e nel contempo illusi vincitori.

Un magistrale caso di perdita dell’identità dell’Io è il tema di Fuga nelle tenebre. In Brezza d’estate si può leggere una delle più belle definizioni del tempo analitico: forse le ore sincere, veritiere, sono proprio quelle in cui si capisce del tutto ciò che si vive – e s’intravede al contempo ciò che ci si è lasciati sfuggire.

Con Il sottotenente Gustl compare il primo monologo interiore di lingua tedesca. Ma è soprattutto Doppio sogno che, pur consegnando con grande anticipo il nostro autore ad un fama imperitura, troverà solo ai tempi odierni il meritato largo consenso.

Uno dei più geniali registi del ‘900, Stanley Kubrick, ha concluso la sua opera e la sua vita con il film Eyes wide shut, un titolo che rappresenta una contradictio in terminis. Occhi ben aperti, spalancati diremmo in italiano, si traduce con Eyes wide open. Nel titolo dell’opera siamo in presenza di un ossimoro, una figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono concetti antiteti­ci nella medesima locuzione. L’uso di shut, chiuso, non può che rappresentare la posizione delle palpebre durante l’attività onirica.

Questa pellicola ha fatto balzare ai vertici dei libri più venduti in tutto il mondo il vecchio Doppio sogno di Schnitzler, utilizzato in una fedele trasposizione cinematografica. Ma Schnitzler non era nuovo al mondo della Fabbrica dei sogni. Sceneggiatore di film tratti da suoi lavori, possiamo considerarlo un importante collaboratore della Decima Musa fin dai primordi. Nel 1914 partecipa alla realizzazione di Elskovsleg, film muto danese tratto da Liebelei; del 1921 è The Affairs of Anatol per la regia di Cecil B. de Mille (dal Ciclo di Anatol); il Giovane Medardo viene girato da un certo Mihalvy Kertefz che niente altri è se non il regista di Casablanca, Michael Curtiz; nel 1927 altra versione di Amoretto (Liebelei), diretto da Jacob e Luise Pleck; nel 1928 Freiwild (Res nullius) con la regia di Madsen, ed infine Fraulein Else nel 1929, diretto da Paul Czinner.

In un’intervista del 1927 rilasciata al giornalista americano Georg Viereck lo scrittore confessa: la mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano. Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Molti dei miei intrecci mi vengono in mente nel sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stesso. Rappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima.

La Traumnovelle si articola in sette tempi che scandiscono un giorno e una notte della coppia borghese composta da Fridolin, medico e da Albertine, sua moglie.
L’incipit li vede insieme ad addormentare la loro bambina. Ma questa ouverture contiene già tutti i temi del dramma coniugale. In poche pagine leggiamo il resoconto di quanto è accaduto durante il ballo in maschera il giorno precedente, e di quanto ha scatenato nei due protagonisti.
Entrambi lusingati, da un corteggiatore polacco lei, e da due compiacenti dame lui, restano fisicamente fedeli, l’uno all’altra, ma non insensibili alle fascinazioni di Eros.

Albertine in un eccesso di confidenza rivela al marito di aver subìto tempo addietro una fantasia di seduzione irresistibile, provocata da un aitante e misterioso ufficiale. Fridolin è attonito, ferito, stravolto. Ma ecco arrivare una chiamata urgente per il dottore. Dal secondo tempo accompagneremo il medico in un incontro con la figlia del paziente moribondo che, proprio sul letto di morte del padre, gli rivela il suo amore. Fuggito dalla casa dopo aver stilato il certificato di morte per il padre e di rinuncia per la figlia, lo vediamo accettare l’invito di una prostituta procace. Ma anche questa volta si ritrarrà dal compiere l’atto sessuale. Arriva infine, ospite inatteso e indesiderato, in una strana villa con maschere dedite a rituali orgiastici. Appena scoperto viene minacciato di morte, finché una donna misteriosa si offre come capro espiatorio, ottenendo la sua libertà. All’alba rientra a casa dopo aver assistito all’ultima incognita della notte, la visione all’obitorio di una donna che potrebbe essere la prostituta incontrata qualche ora prima, o addirittura la maschera che si è offerta come vittima sacrificale al suo posto.  Trova la moglie a letto in preda a un sogno innegabilmente erotico e la sveglia, notando nello stesso tempo la sua propria maschera, proprio quella che non riusciva a trovare di ritorno dalla villa, posta sul suo cuscino. Albertine gli ricorda improvvisamente sia la giovane sgualdrina che l’elegante signora sconosciuta sua salvatrice. I due dovranno confrontarsi e gettare finalmente la maschera dov’è nascosto il desiderio.  A questo punto la vita di coppia ha conosciuto il mondo infero dell’amore, che comprende la trasgressione e l’insoddisfazione, la ricerca insaziabile della felicità e gli appetiti sentimentali inappagati.

Nessun sogno è interamente un sogno e neanche svegliarsi ci difende da ciò che abbiamo vissuto durante l’attività onirica. Nessun tradimento fisico sembra essersi perpetrato ai danni dell’altro coniuge, ma una luce notturna illuminerà da questo momento il futuro dei due.  Non si può ipotecare il futuro, commenta la voce della donna che si è rifugiata nei sotterranei del sogno, contrariamente al marito che ha cercato i fantasmi, da sveglio, attraversando le ore della notte.

Credo che la chiave di lettura psicologica della Traumnovelle consista nella capacità dell’autore di rivelare attraverso il sogno i protagonisti a se stessi e ancora di più l’uno all’altro. Nel racconto sembra dispiegarsi con estrema semplicità una certa parte della psicologia junghiana. Non sembra azzardato individuare l’Anima in Albertine, che si identifica tout-court con il mondo onirico.  L’Anima aiuta a gettare la maschera della Persona die­tro cui si nasconde Fridolin. È per questo motivo che il maschile viene deputato a vivere ciò che è consentito al femminile soltanto sognare. Ma è nell’armonia di entrambi, consapevoli dei propri demoni interiori, che è possibile vivere.

Schnitzler, dopotutto, è l’unico scrittore legalmente autorizzato a scrivere per noi questa diagnosi: la vita è a rischio del sogno. E forse a poterci curare.

Già comparso in Giornale Storico di Psicologia Dinamica n.47, aprile 2000 Di Renzo Ed., Roma.

Contro Lacan

Un’indagine dentro e fuori il lettino di Lacan, affollato da moglie, amanti, figlie grate e figlie adirate, un genero principe ereditario, diversi discepoli fedeli e alcuni seguaci tartufi, una biografa autorevole ed esegeti da operetta e, ancora, imitatori da strapazzo, pazienti riconoscenti, epigoni italiani spretati e sfegatati, ricalcanti logodiarroici.

Questo libro potrebbe essere definito un pamphlet. Ma l’autore psicofuturista non ama troppo adoperare francesismi o anglismi laddove non è necessario. Questo libello contiene un’appassionata riflessione nei confronti di Jacques Lacan, del suo pensiero e dei suoi epigoni. Una dichiarazione di non-amore da parte di uno psicoanalista che ama la psicoanalisi, ma anche la chiarezza e non vuole perdere di vista l’intento terapeutico che caratterizza l’invenzione freudiana.

Contro Lacan coinvolge anche: Aldo Carotenuto, Antonio Di Ciaccia, Catherine Millot, Maurizio Crozza, Elisabeth Roudinesco, Filip Buekens, Gabriella Ripa di Meana, Hillman, Jacques-Alain Miller, James Hillman, il Libro nero della psicoanalisi, Marguerite Duras, Massimo Recalcati, Masud Khan, Jean-Bertrand Pontalis, Sergio Benvenuto, Slavoj Zizek e tanti altri.

Il fidanzato della parrucchiera – Recensione a Sarà il mio tipo? Di Lucas Belvaux

Sembra che le parrucchiere portino fortuna al cinema francese. Dopo quel capolavoro che è Le mari de la coiffeuse (1990) – di Patrice Leconte, con protagonista la nostra bellissima attrice Anna Galiena, in una delle vette della sua bravura, e Jean Rochefort, perfetto come mai – ecco comparire un’altra parrucchiera (quasi una sorella minore di Mathilde-Galiena) che ci regala un’interpretazione superba e ci dà una lezione femminile d’amore ancora più matura psicologicamente di quella del film di Leconte (perché qui non muore nessuno… morire d’amore è una tendenza ormai sconfitta dalla psicoanalisi). Siamo di fronte questa volta a una vera e propria rivincita delle parrucchiere contro gli algidi intellettuali che, pur insegnando filosofia, non hanno capito niente della vita e zero dell’amore. Il bello sofisticato di turno è Continua a leggere Il fidanzato della parrucchiera – Recensione a Sarà il mio tipo? Di Lucas Belvaux

Lou Andreas Salome: Arte, Psiche e Libertà

La vita umana… ah! la vita, semplicemente… La vita è poesia.  E siamo noi che la viviamo giorno per giorno, frammento per frammento, nella sua inviolabile integrità, inconsapevoli di noi stessi ed è la vita che ci vive, che ci conduce.
Lou Andreas Salome

Impossibile scrivere queste riflessioni senza passare attraverso la bellissima biografia di H. F. Peters, Mia sorella mi sposa – La vita di Lou Andreas Salome,  pubblicata in Italia nel 1962. Questo libro è così affascinante che si intuisce subito  l’attrazione subita dalla sensibile e valorosa regista Liliana Cavani, che si è ispirata a questo libro intenso e minuzioso per il suo fortissimo film Al di là del bene e del male del 1977. Il film è stranamente introvabile, ma per fortuna sono in possesso della sceneggiatura, che ho riletto voracemente, facilitato dalle sottolineature che vi avevo impresse almeno trent’anni fa.  Obbligatorio addentrarsi nei suoi scritti letterari, circa venti, non tutti tradotti, non tutti reperibili. Imprescindibile conoscere i suoi scritti di psicoanalisi, dall’incontro con Freud fino alla sua morte. Lou ha scritto anche una autobiografia, Il mito di una donna Guaraldi Editore, 1975, che secondo Peters è interessante per quello che non dice. Alla sua morte, nel 1937, lascerà all’amico Pfeiffer il compito di custodire e decidere dei suoi diari e delle sue lettere.

Perché allora ci occupiamo ancora di lei? Non certo per raccontare di nuovo quello che esiste già ben scritto sulla pagina e ben descritto in pellicola, ma per indagare sulle ragioni che hanno condotto il fiume prorompente della sua esistenza nel mare della psicoanalisi. Dichiariamo subito quel che abbiamo capito vivendo insieme a lei, fianco a fianco, divenutaci amica, da semplice conoscente quale era prima di nuotare nei suoi scritti. Abbiamo sentito il fiato, l’odore, la forza delle sue parole, il coraggio dei suoi sentimenti, e l’audacia delle sue azioni uscire dalle pagine nelle quali ci siamo immersi, che sembravano bollire come acqua a cento gradi, liberando bolle che si aprivano sprigionando l’essenza della sua vita. Il senso dell’esistenza di Lou Andreas Salome è consistito nell’affermazione della libertà, della sua libertà di azione e di pensiero. Non che Lou non fosse libera prima di conoscere la psicoanalisi, ma il contatto con la scoperta freudiana l’ha aiutata, giustificata, consolata, rinforzata nella sua visione della vita. Dunque questo percorso, in parte narrativo, in parte riflessivo, sui passi di Lou, vuole essere soprattutto una meditazione sul senso della psicoanalisi e della vita, e non soltanto quella di Lou. Sul senso della vita mia e tua, Lettrice o Lettore che mi segui in questo cammino di parole.

Lou nasce a Pietroburgo in Russia, il 12 febbraio 1861. Unica figlia di un generale che la adora, e di una madre molto più giovane del marito, Lou ha cinque fratelli, due morti precocemente. Il fratello maggiore segue le orme paterne, abbracciando la vita militare; quello di mezzo farà l’ingegnere; il fratello minore diventa pediatra.

La perdita della fede in Dio fu il primo grande choc della adolescente Louise, che ricorderà questo momento acuto e terribile in un suo scritto psicoanalitico: Quasi lei stessa avesse precorso le idee freudiane sull’esistenza di Dio, inteso come un desiderio di un padre perduto, il bisogno di un padre eterno che ci accolga e ci perdoni. Alla morte del padre infatti dirà a se stessa (e lo scriverà): ecco ora sono veramente sola e indifesa. Con il padre ha un rapporto preferenziale, profondo e passionale. Lo adora. Lo dimostra un episodio di quando era bambina, e viene morsa da un cane di famiglia a cui è affezionata. Non dice nulla e va a scuola. Al ritorno apprende che uno dei servitori di casa è stato morso anche lui dal cane, e che l’animale viene soppresso perché sospetto portatore di rabbia. La bambina chiede allora al medico quali siano i sintomi della malattia e viene a sapere che sono l’idrofobia e il desiderio di mordere il migliore amico. A questo punto è terrorizzata perché teme di voler mordere il padre! Dal padre ancora apprende il valore del denaro. Una volta lui le dona una moneta d’argento da dieci copechi, per insegnarle il valore dei soldi. Lei però vuole dare in elemosina la moneta a un mendicante. Il padre si oppone, e le spiega che ciò che deve fare è donare al povero al massimo la metà della sua ricchezza. Così il padre tramuta la moneta da dieci in due da cinque, altrettanto brillanti e in tal modo le consente di fare del bene e di essere giudiziosa. Ha invece un rapporto conflittuale con la madre.  Prova ne sia una storia  della sua prima infanzia, quando vede dalla spiaggia la madre che nuota e le urla: Mammina, tesoro, annega, ti prego!. La madre sbalordita risponde: ma allora morirei… e lei: non fa niente! La madre vivrà fino a novant’anni ma Lou le darà filo da torcere, perché non si sottometterà mai alla sua giurisdizione. Giovanissima comincia a viaggiare insieme alla genitrice senza mai subire i suoi precetti. Lo spirito libero che è in lei si libra in volo prestissimo. Incontra in Italia Malvida Von Meysenburg, una protagonista della liberazione femminile ante litteram, autrice di un libro che a quei tempi fece epoca, Memorie di un’idealista. Malvida Malvida si era trasferita a Roma, di cui pensava che fosse la sola città che come poema vivente possa soddisfare i bisogni estetici dell’anima, e diventò una sorta di madrina spirituale di Lou, sebbene non per molto tempo. Lou conosce nel salotto della Meysenburg, in via della Polveriera (poco distante dal Colosseo), Paul Rée, autore di un libretto di aforismi – pubblicato anonimo – dal titolo Osservazioni psicologiche con cui aveva conquistato l’amicizia e la stima di Nietzsche. La giovane russa era alta, slanciata, con splendidi occhi azzurri. Così brillanti che di lei si diceva che quando entrava in una stanza nella stessa sorgeva il sole. Imbastì una tenera, affettuosa e complice amicizia – senza alcun risvolto sessuale – con Paul Rée, suscitando una campagna di odio e diffamazione contro di lei sostenuta da Malvida Von Meysenburg con lettere offensive alla famiglia di Lou e alla madre di Rée. A queste infamie si aggiunsero poi gli strali di Elizabeth Nietzsche, sorella del futuro famosissimo filosofo, amico di Paul, che finirà per andare a vivere con i due nello stesso appartamento. Curioso, davvero curioso: Lou racconta a Rée di avere un sogno ricorrente, di dividere un grande appartamento con due uomini, due amici, al centro di una grande casa con studio e biblioteca. Fiori e libri e ai lati della stanza si aprono camere da letto. Vivono davvero tutti e tre insieme, e insieme lavorano in perfetta, momentanea armonia, senza che una donna fra due uomini turbasse la serenità della convivenza. Una donna scandalosa per quei tempi, non c’è dubbio. Ma forse sarebbe altrettanto scandalosa una donna che si comportasse così ai nostri tempi, sempre e solo agli occhi di chi guarda senza pensare e senza cercare di capire. Quel che segue è abbastanza noto: il ménage à trois regge male, perché Nietzsche le chiede per ben due volte di sposarlo, ma lei rifiuta. Non riesce a confondere amicizia, confidenza, convivenza, confraternita e matrimonio. Lou ha una concezione molto speciale dell’amicizia e del sesso, nonché del matrimonio. Sta di fatto che non vuole rinunciare all’amicizia con Fritz, ma non vuole neanche scambiare la sua libertà con una fede nuziale. D’altronde ha già rifiutato le profferte di matrimonio di Paul. I due compari avrebbero dovuto capire in quale storia si erano infilati, accettando Lou come coinquilina. Pare che lo Zarathustra sia un’opera consolatoria di Nietzsche, dove non è tanto tenero con le donne. Nel libro aleggiano infatti frasi vendicative forse dirette unicamente a Lou (Vai con le donne? Non dimenticare la frusta!). Nietsche non conoscerà mai la gloria della portata del suo pensiero, che invaderà tutto il secolo fino a sfociare nella psicoanalisi. Darà segni di follia baciando un cavallo a Torino. Una lapide nella città, in via Carlo Alberto testimonia l’episodio. Morì vittima della tabe dorsale, ultimo stadio della sifilide contratta probabilmente in Sicilia. Lou andrà diretta verso la psicoanalisi, passando per la poesia. Di lei infatti  Freud dirà: Lou è il poeta della psicoanalisi. Quando uscì in Italia il film di Liliana Cavani ci fu uno scandalo quasi simile a quello suscitato da Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Nel film della Cavani si avanza l’ipotesi che Paul Rée ritrovi se stesso nel riconoscimento della sua omosessualità, ed esiste una scena che fece inorridire e sgomentò i perbenisti, quella in cui il personaggio viene sodomizzato con il collo di una bottiglia. Felix Guattari in una conversazione con Liliana Cavani nel 1977 pubblicata su Le Monde affermava: devo dire che nel film mi sono sentito scrutare da uno sguardo di donna, una donna che ha per me un’identità composita, che è insieme Liliana Cavani, Dominique Sanda, Lou Salome, ma anche certe donne con cui ho vissuto situazioni analoghe. Dato che la stampa francese ha accusato Liliana Cavani di preferire il sex shop alla verità storica, c’è una sola risposta possibile – che era già stata di Lou e che oggi è di Liliana Cavani: non dovete rendere conto a nessuno! Proprio così, Lou Salome non vuole rendere conto a nessuno, a meno che non sia per propria scelta, e questo accadrà soltanto con Freud, quando si sottoporrà all’analisi con lui. Il tempo prima dell’incontro con Freud, che avverrà nel 1911 e che darà un giro di boa – il classico turning point – alla vita di Lou, è semplicemente elettrizzante. Incontra molti uomini, scrive molti libri. Ma il libro più importante è quello della sua vita. Neanche la sua autobiografia o i suoi scritti su Rilke, i romanzi come Ruth o Fenitschka lasceranno una traccia così indelebile nella storia del cammino umano e della psicoanalisi come il suo esempio di vita. Conosce oltre a Nietzsche e Rée anche Rilke, Wagner e Martin Buber, Strindberg, Wedekind e ancora Stanislavsky, Max Reinhardt, Leonida Pasternak (il padre di Boris) e finanche Tolstoj. Durante la sua vita le furono appioppati diversi nomignoli e frasi da leggenda. Quelli dispregiativi sempre collegati con il suo demonico potere di conquistare gli uomini, di farli innamorare di sé, ma soprattutto inscindibili dall’invidia che li creava. La strega dell’Hainberg è quello che le donano gli abitanti di Gottingen, la città dove aveva la residenza con il professor Andreas, unito a lei da un matrimonio bianco. Non sappiamo chi abbia coniato questa frase: Quando Lou si appassiona a un uomo, dopo nove mesi costui mette al mondo un libro! … ma crediamo che sia davvero un aforisma che racchiude tutta la  potenza creativa di questa donna fatale, più forte dell’uomo, capace di inventare la nuova donna, un essere in grado di ristabilire l’equilibrio troppo a sfavore del femminile. In questo le sono sorelle Anaïs Nin, Virginia Woolf e Sabina Spielrein. Indipendente e sicura di sé come Anaïs, svolge un ruolo fondamentale per Freud e con Freud, così come Anaïsha fatto con Rank. Le sue idee sulla guerra sono all’incirca le stesse che enuncia Virginia in Tre ghinee e la conclusione è unica: Fate andare al potere le donne e vedrete che forse guerre non ce ne saranno. Ci sarà più dialogo, più pietas per i morti causati da maschi vivi, Altrimenti lasciateci in pace, ci tiriamo fuori, la guerra è un affare maschile. Ci resta soltanto la possibilità di piangere i nostri figli caduti.

Per la psicoanalisi è come Sabina, forse sarà importante più di quanto Marie Bonaparte lo è stata presso Freud. Così come Sabina è stata importantissima per Jung, forse più di Emma o di Tony Wolff. Se Marie Bonaparte ha istituito la psicoanalisi freudiana in Francia e ha prodotto anche la nascita di un Lacan (pensandoci bene), l’apporto di amicizia e solidarietà che Lou regala a Freud è impareggiabile. Se Anais può scrivere nei suoi diari che è pronta per la conquista di Jung (e chissà cosa sarebbe successo se si fossero davvero incontrati!), Lou ha conquistato decisamente Freud, con il quale manterrà un sodalizio  – senza sesso – sincero e immutato dal 1911, anno del loro incontro, fino alla morte di lei nel 1937. Come abbiamo detto prima, i suoi incontri d’amicizia e d’amore avevano condotto il Nietzsche rifiutato a comporre lo Zarathustra. L’amaro della sconfitta amorosa bagnò anche Franz Wedekind, che sembra abbia  scritto il dittico Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora per vendicarsi di Lou (non a caso la protagonista si chiama Lulu, ed è una donna perduta!). Wedekind, fidando delle sue arti di seduttore, dopo una serata mondana aveva tentato invano una facile conquista di Lou, che invece lo aveva lasciato a bocca asciutta… Non ce ne dispiace affatto, anche perché da quest’opera il regista Georg Wilhelm Pabst trasse il bellissimo film Lulu – Il vaso di Pandora del 1928 con una delle dive più belle, brave e intelligenti di Hollywood, Louise (anche lei!) Brooks (Guido Crepax, sia detto per inciso, si è ispirato per il personaggio della sua eroina fumettistica Valentina proprio a questa formidabile attrice). Torniamo a Lou ed ai suoi amori, prima che incontri Freud. Mentre l’abbiamo lasciata per un momento (ma lo abbiamo già detto tangenzialmente), ha sposato il professor Andreas, dopo che lui si è piantato un coltello in corpo per strapparle la promessa di matrimonio. Questa promessa che lei non tradirà mai, fino alla morte, comporta però il pegno di un’unione che non si consumerà mai sessualmente. Arriva il turno di un giovane poeta, Renè Rilke, che in pochi anni diventerà lo squisito cantore di un mondo invisibile e amoroso, scopritore di nuovi sentieri della lirica e del pensiero creativo. Lui ha 22 anni, lei 36. Questa differenza d’età non è un ostacolo. Da Renè diventa Rainer, e dal poeta esteta e delicato che era prima del suo incontro con lei, si trasforma nell’intenso compositore de I quaderni di Malte Laurids Brigge, de Le Elegie Duinesi e dei Sonetti a Orfeo. La loro storia d’amore è travolgente, come sempre per Lou, e come invece sembra accadere una sola volta nella vita per gli uomini che lei incontra e sceglie. Ma come scrive Peters  …il suo rifiuto a continuare una relazione amorosa, una volta che la passione si era spenta, rappresentava una terribile delusione per gli uomini che l’amavano. A troppe riprese conobbe vertici amorosi che spingevano i partner a rendere permanente uno stato che per lei appariva, per la sua stessa natura, transitorio come il fluire e defluire della marea. Sentite però questa dichiarazione d’amore di Lou a Rilke:

Sono stata per anni la tua donna perché tu sei stato per me la prima realtà, uomo e corpo inscindibili l’uno dall’altro, realtà incontestabile della vita stessa. Avrei potuto ripeterti io pure, alla lettera, le parole che tu mi dicesti nel confessarmi il tuo amore: “tu sola sei reale”. Per questo siamo stati marito e moglie prima ancora di diventare amici, non per scelta, ma per l’insondabile mistero di questa unione compiutasi quasi al di fuori della nostra volontà. Non due metà che si cercavano; ma la nostra totalità che si riconosceva tremante in un’unità incomprensibile, preordinata. Così fummo fratello e sorella, come in un passato lontano prima che l’unione del fratello con la sorella divenisse sacrilegio.

Nei confronti dei suoi uomini l’unica regola che conosceva era quella dell’istinto. Una volta, pur avendolo abbandonato da poco per sua scelta, sente un desiderio erotico violento e irrefrenabile nei confronti di un partner, e allora non trova altra soluzione che ingoiare una lettera di lui, unico simbolo concreto della sua fisicità. Ecco un calembour emblematico coniato da Lou: Ai ricordi sono fedele per sempre, agli uomini mai. Non è un caso che Marlene Dietrich scriverà qualcosa di simile anni dopo: Io sono per principio una donna fedele, ma devo ancora conoscere l’uomo che meriti la mia fedeltà. Lou si sta avvicinando a Freud, perché possiamo leggere la sua caparbia volontà di Essere sempre più profondamente se stessa, evolversi secondo il ritmo e la legge della propria natura… Così commenta Peters: Questo determinava le sue azioni e questo ci spiega anche la sua fanatica forza di volontà. Perché secondo lei l’essere umano deve essere libero per potersi sviluppare, per realizzare se stesso. E in ciò Lou vedeva il significato della libertà: la realizzazione del proprio io. Infatti scrive “La libertà si riscatta in noi nei momenti più gravi della nostra esistenza, quando la nostra coscienza non dice: vorrei… ma: eccomi, sono qui e non posso fare altrimenti.

L’incontro con Rilke avviene nel 1897. È una coincidenza significativa che proprio dal Cantico dei Cantici letto insieme a Rilke prende spunto il titolo del libro di Peters: Tu mi hai preso il cuore, mia sorella mia sposa, con uno solo dei tuoi occhi e una sola delle tue collane. Come è bello il tuo amore, mia sorella, mia sposa! E quanto più amabile del vino.

La sua biografa inglese Butler è convinta che durante la relazione Lou restasse incinta. E così pure pensa Eudo C. Mason, studioso di Rilke. A quel tempo risale una lirica di Rainer che recita: Tu mia notte di giugno con le mille vie, su cui nessun passò prima di me: io sono in te.

Non si è mai riuscito a capire per bene chi sia stato il primo uomo della sua vita… il vecchio Gillot, che poteva essere suo padre e che lei stimava molto fintanto che lui non si fece avanti con profferte amorose? E le cui figlie avevano la stessa età di Lou? Sappiamo per certo che anche questo primo precettore della fanciulla non avrebbe esitato a lasciare la famiglia per lei. In realtà Lou restò incinta ma del dottor Pineles. Il dottor Friedrich Pineles era un internista e letterato viennese e tra i primi auditori di Freud. È il 1901, Lou ha 40 anni. Aspetta un bambino da questo medico scapolo, che è pronto a sposarla. Esiste una versione secondo la quale lei perse il bambino cadendo da una scala, mentre raccoglieva mele da un albero. In realtà sembra che sebbene Zemek (questo era il nomignolo di lui) volesse il figlio, e volesse ufficializzare la sua relazione, lei non poteva e non voleva. Perché era pur sempre sposata con Andreas e temeva che il marito avrebbe potuto avere una reazione, incontrollabile e funesta, alla notizia di una gravidanza della moglie. Non dimentichiamo che il professor Andreas aveva istinti suicidi, e quindi omicidi (tutti i suicidi, si sa, sono omicidi almeno di se stessi). Non si sarebbe fatto tanti scrupoli a farsi di nuovo del male oppure a uccidere un rivale, che per giunta avesse ingravidato la moglie, e Lou lo sapeva bene. Ma come si spiega tutto ciò? Come si spiega ancora che Lou accettasse e tollerasse serenamente il fatto che la loro governante (di lei e Andreas) Maria, avesse dato alla luce una bimba frutto del rapporto con Andreas? Lei viveva al piano di sopra (quando c’era) e il marito e la governante con la bambina al piano di sotto. Non possiamo non pensare, non possiamo non interpretare, per essere precisi, che Andreas ci appare una granitica figura paterna per Lou. Abbiamo ricordato quanto Lou fosse attaccata al padre. Sembra proprio che lei faccia di tutto per non deluderlo. E poi: non è forse giusto non avere rapporti sessuali con un padre? Ecco ciò che ha fatto Lou: ha sposato un uomo col quale non ha mai avuto rapporti sessuali, gli ha consentito di diventare padre non attraverso di lei, ma ha rispettato un patto di non tradimento del matrimonio, inteso solo come legame affettivo e mai sessuale. Lei stessa scrive: la vita amorosa naturale, in tutte le sue manifestazioni e i suoi sviluppi, e in particolare forse nelle sue forme più alte e individualizzate, è basata sul principio della infedeltà.

Se Lou non va a letto col suo legittimo marito, perché è una figura paterna, allora potremmo dire che Anais Nin, di cui ho parlato in un altro scritto[1], può andare a letto con un padre anche solo perché non è affatto una figura paterna. Ma come Anais Nin, anche Lou rimane incinta (né l’una, né l’altra di marito o padre, sia ben chiaro). E come Anais rifiuta questo figlio. Il tempo che la separa da Freud è brevissimo. Il tempo di un’altra relazione amorosa, con il dottor Poul Bjerre, celebre psicoterapeuta svedese che presentò Lou a Freud e fu sicuramente suo intimo. Nel 1911 conosce finalmente Freud al Congresso di Weimar dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale. L’incontro con Freud è una vera folgorazione, un altro legame nei quali lei è ormai specialista. Ma questo è il legame dei legami, nell’amore e nella morte, nella professione e nella vita, nel desiderio e nella castità. Per 26 anni, fino alla sua morte (era più giovane di cinque anni di Freud, che le sopravviverà soltanto un anno) resterà la fedelissima, la pasionaria, la poetessa della psicoanalisi.  Secondo Ernest Jones, Freud ammirava la spiccata personalità e gli ideali etici di Lou, che sentiva molto superiori ai propri. E lei con Freud impara a conoscere finalmente se stessa. Insomma impara a guardarsi dentro, a specchiarsi nella sua anima e a nuotarci con dolcezza e serenità. La sua vita si può davvero dividere in un periodo pre e post-freudiano. Infatti nel suo ringraziamento a Freud del 1931 dice: Quello di cui, finalmente, prendevo coscienza seguendo il vostro insegnamento, si rivelò come il senso e il valore delle mie aspirazioni incoscienti.

Ed ecco che si configura il terzo momento, il terzo tempo della sinfonia della vita di Lou Andreas Salome, sotto il segno della libertà liberata dalla confusione e dall’istinto. Sentiamo cosa scrive Lou in proposito: Non posso vivere secondo un ideale e tantomeno servir da modello a qualcun altro. Ma quello che posso certamente fare è di vivere la mia vita e lo farò, qualunque cosa avvenga. E così facendo non rappresento alcun principio, ma qualcosa di assai più meraviglioso, qualcosa che vive in me, gioioso e caldo di vita e che vuole uscire, a liberarsi.

È libera anche con Freud, che le consente di frequentare i seminari del mercoledì, ma non si indispettisce alla sua richiesta di seguire anche i seminari di Adler, che era già dissenziente. Lou ispira fiducia a Freud, e lei si fida di lui, proprio perché è l’unico uomo che non vuole tenerla al giogo, ma ha capito il suo gioco. Ne farà un’analista, una brillante psicoanalista, e resteranno amici e colleghi e complici per tutto il resto della loro vita. Sempre nello scritto La mia gratitudine per Freud la Salome tiene a precisare che è disposta a farsi tenere al guinzaglio da Freud, ma a condizione che il guinzaglio sia davvero molto lungo. Diventerà una brava psicoanalista, ma come dice Jutta Prasse la sua opera ante Freud è un’analisi dell’amore che nei suoi scritti propriamente psicoanalitici verrà arricchita e affinata, ma in nessun punto contraddetta[2].

Nel 1958 esce il libro postumo Alla scuola di Freud a cura di Ernst Pfeiffer. Durante le sedute del mercoledì, si racconta che Lou fosse la più serena, e una volta mentre sferruzzava, secondo la sua abitudine uno dei presenti osservò che Lou, mentre era attenta alle rivelazioni di Freud, godeva come in un coito continuo, simboleggiato dal moto perenne degli uncinetti. Dunque era solita armeggiare con gli strumenti del ricamo durante questi incontri settimanali. Questa considerazione sul “godere”, assai lacaniana, ci permette di riallacciarci a quanto Felix Guattari dice ancora a Liliana Cavani dopo la visione del film[3]: (nel caso di Lou) non si tratta di un desiderio femminile. È il desiderio che sta prima della divisione fra uomo e donna, ciò che non vuol dire bambino. È il desiderio prima che le persone si cristallizzino, il desiderio allo stato nascente.  Come poteva dunque una donna, che aveva conosciuto e capito Nietzsche, non finire allieva di un uomo che aveva capito l’inconscio? Colgo alla rinfusa le perle racchiuse nel film Al di là del bene e del male di Liliana Cavani, così bene incastonate nel personaggio di Fritz (Nietzsche): Il bene e il male non esistono perché sono concetti di una morale contro la vita … Lo scherzo e il riso sono i primi segni della via giusta… L’amante ideale è metà uomo e metà donna… Un uomo e una donna sono quasi uguali e se sono amici sono identici… Tutti concetti che possono essere sottoscritti sia da Lou che da Freud. A un certo punto la Cavani fa pronunciare  una breve forte frase a Nietzsche: Lou, dì a Paul che vi amo… In questa asserzione si condensa la loro sacra trinità, anche se ciascuno a suo modo la realizzerà. Noi al momento scegliamo quella di Lou che ribadisce:

Non aver amato significa non aver vissuto. Ogni amore anche il più tragico lascia dietro di sé tracce positive. Se due esseri si accostano con autentica serietà all’atto sessuale che è uno dei più transitori, se non esigono alcuna fedeltà l’uno dall’altro, accontentandosi invece della momentanea felicità che possono avere l’uno dall’altro, essi conoscono veramente uno stato di divina follia. L’amore sessuale porta in sé felicità e anche pericolo, ma l’amore è una sorta di elisir di giovinezza e quando ne siamo privati la nostra vitalità si spegne.

Sembra certo che Freud fosse rimasto incantato da questo Inno alla vita attribuito a Nietzsche e che invece ottenne un sorriso malizioso di Lou che ne era la vera autrice, e si compiacque del gradimento. Rileggiamolo:

Certo, così un amico ama l’amico,

Come io amo te, o Vita – Vita misteriosa

Che io in te gioisca o pianga,

Che tu gioia mi doni oppur dolore.

Millenni per esistere, per pensare!

Stringimi fra le tue braccia:

Non hai più gioia da donarmi…

Ebbene… donami il tuo dolore.

Non credo che la psicoanalista Salome si sia mai pentita di questi versi. Raccontano che Freud si mettesse a ridere di fronte alla veemenza con cui gli disse di voler studiare la psicoanalisi. In realtà la psicoanalisi l’aveva pacificata con i suoi dubbi e le sue incertezze, relativi ai suoi propri comportamenti. Mediante Freud aveva capito che era stato giusto comportarsi come aveva fatto, vivendo secondo i propri istinti e le proprie sicurezze, perché soltanto così possiamo costruire la nostra individualità. Con questo agire è inevitabile provocare dolore, o innescare sofferenze negli altri, ma molto più spesso è facile scatenare odio o invidia contro di sé. Ed anche il conflitto con il mondo esterno fa parte del gioco. Bisogna però conoscere le regole del gioco, per ribaltare e vincere quella règle du jeu che viene messa alla berlina da Jean Renoir nel suo film omonimo così esemplare e sarcastico. La regola del gioco siamo noi a stabilirla, nel rispetto della civiltà e dell’umanità, ma senza farci condizionare dal senso comune o dal collettivo, come direbbe Jung. Le radiose pagine sull’amore di Lou devono accompagnare sempre il lavoro di noi psicoanalisti:

Amando ci si sostiene l’un l’altro come quando si impara a nuotare con il salvagente, facendo come se l’altro fosse il mare stesso che ci porta.

Sebbene Poul Bjerre, lo psicoterapeuta svedese che ebbe con lei una relazione, abbia detto di lei che molte ragioni potevano indurla a rifiutare la maternità, come il sacrificarsi per un figlio, o cedere al figlio qualcosa di sé, e nonostante lo stesso abbia confidato a Peters che lei non era in grado di compiere un sacrificio, e neppure di darsi completamente (nemmeno a un uomo nel più appassionato trasporto dei sensi), crediamo che si tratti per lo più di considerazioni postume un po’ vendicative. Soprattutto perché dice: non era fredda, poteva fondersi col compagno sul piano intellettuale, ma umanamente non sapeva dare. Come avrebbe potuto svolgere il lavoro di psicoanalista per oltre venticinque anni allora, diciamo noi? Noi non crediamo che una persona incapace di donarsi umanamente possa svolgere, per un quarto di secolo, un lavoro così difficile e coinvolgente la propria intera vita. Grazie alla lezione di Lou Andreas Salome e alla sua bravura di addentrarsi nei territori della psiche, dove anche gli angeli temono di entrare, la psicoanalisi tutta, con la stessa ammissione di Freud, deve inchinarsi ai risultati della sua ricerca, che poi sono anche la sua concezione del mondo, un’etica conforme e la conquista permanente della libertà. Rileggiamo attentamente le sue riflessioni in un articolo del 1928 intitolate Ciò che consegue dal fatto che non è stata la donna ad ammazzare il padre:

…Ma in quanto alla donna direi: se il matrimonio deve significare per lei più di un pregiudizio borghese o di un concubinato che per caso si protrae nel tempo, è necessario che ami nell’uomo anche il figlio del padre, il figlio di ciò in cui rimane radicata, principio originario della comunione di entrambi. Comunione per la quale non solo si è sposi ma anche fratelli. E a questo punto, perché no, si può parlare di “incesto” universale. Entrambi vivono così la vera sanzione del loro legame uniti nel terzo, nel padre: anche la venerazione, anzi la divinizzazione più autentica dell’uomo, infatti, è in fondo risultato di un transfert – passa attraverso la vedova del padre.

Anais Nin (che di incesto reale ne sapeva qualcosa[4]) avrebbe potuto essere una sua valida interlocutrice e mi domando se si fossero incontrate quali scintille letterarie e psicoanalitiche sarebbero scaturite. Mi viene da pensare per Lou alla autobiografia di Lilian Hellman, composta di due parti, Una donna incompiuta e Una donna segreta. Anche la Hellman è una scrittrice volitiva, sicura di sé, delle sue azioni e dei suoi  scritti e soprattutto libera. Ma tutti siamo incompiuti fino alla fine, e il nostro compito nella vita è la realizzazione del nostro inconscio, come direbbe Jung. Se secondo San Giovanni La verità ci renderà liberi, l’avventurosa vita di Lou Andreas Salome ci rivela che mediante la lezione della psicoanalisi, solo la libertà ci renderà veri, come lei è stata ed è.

Già comparso sul Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura n.8, Psicologia e Arte, aprile 2009, Fioriti Ed.


[1] Vedi lo scritto che segue: Una spia nel tempio della psicoanalisi

[2] La materia erotica, L.A.Salome, Edizioni delle Donne 1977, Roma. Prefazione di Jutta Prasse.

[3] sempre dall’intervista del 12/10/1977 comparsa su Le Monde.

[4] Vedi ancora articolo seguente Una spia nel tempio della psicoanalisi

Una spia nel tempio della psicoanalisi

…Mi è tornato a mente il mio amico A.N. quando veniva psicoana­lizzato. A me sembrava un cavallo ferito che si trascina attraverso l’arena, tirandosi dietro le interiora striscianti sul suolo. Una vista tutt’altro che gradevole. Non mi è riuscito più di riaddormentarmi. Ho paragona­to gli psicoanalisti a pulitori di fogne; l’odore penetrante della loro professione gli rimane attaccato anche nella vita privata. Nei loro occhi c’è sempre una espressione che fa pensare alla pulitura delle fogne spirituale.
Dialogo con la morte, Arthur Koestler (1966)

Prometto che la storia che sto per raccontare sarà fedele (ma appassionatamente) ai fatti che coinvolse­ro, circa settanta anni fa, una donna di nome Anaïs Nin, due psicoanalisti – Renè Allendy e Otto Rank – e uno scrittore, Henry Miller.

Costoro non sono i soli personaggi di questa inchie­sta psico-letteraria. Le altre comparse, con ruoli non sempre marginali, rispondono ai nomi di Hugo, marito di Anaïs; June Mansfield, moglie di Henry Miller; Antonin Artaud, scrittore ed attore francese di teatro e cinema; Eduardo Sanchez, cugino di Anaïs; Joaquin J. Nin, padre di Anaïs. Mi è sembrato quasi più onesto far raccontare parte di questa tranche de vie al personaggio principale, Anaïs Nin. Perché, oltre ad essere la protagonista ed il sog­getto della mia esposizione, ne è la vera autrice ed anche l’unica fra tutti che abbia avuto il coraggio e la capacità di narrarla man mano che si consumava nei giorni e nei cuori, nei corpi e nei pensieri di ciascuno di loro. E che Anaïs Nin mi tormenti, dovunque Ella sia, con gli incubi più paurosi, se le farò dire qualcosa di non realmente accaduto. Ma che mi accompagni in questa rievocazione se la trova onesta, di quelli sì che furono giorni (those were the days!), accettando questo ingaggio letterario.

Mi affaccerò, come cantore di questa epopea, a qual­che piccola finestra per dei brevi commenti, e chiude­rò la porta del discorso come la sto aprendo ora, alla mia eroina preferita. Il mio debito e la mia ricono­scenza verso Anaïs Nin sono immensi (nel mio primo libro Viaggio nell’ipnosi, ho avuto l’o­nore di ospitarLa come unica attrice femminile nell’o­dissea dell’astronave che compiva un breve volo nei cieli dell’ipnosi) ed oggi sono lieto di farLe da naviga­tore nel resoconto della Sua missione segreta, che potrebbe intitolarsi Agente Anaïs Nin, dalla psicoanalisi con amore.

Immaginiamo allora che l’agente segreto con licenza di amare Anaïs Nin, si introduca nel Tempio della Psicoanalisi per compiere una missione di conoscen­za di questa dottrina, per capire come questa inven­zione possa aiutare il genere umano. Eccola che parla:

Il mio nome è Anaïs, Anaïs Nin (quante volte abbiamo sussultato al cinema quando 007 ha declamato il suo My name is Bond, James Bond…?). Solo per i vostri occhi (For your eyes only – ancora Ian Fleming) riesumerò, al servizio segreto di Sua Maestà l’Anima, il rapporto confidenziale che ho redatto per il Ministro della Difesa Mondiale della Psicoanalisi. Sono entrata in contatto con la Psicoanalisi attraverso mio cugino, che mi incoraggiò a fare un percorso psi­coana litico, dopo che egli era stato in analisi a New York fino al 1928 con un discepolo di Otto Rank. A quel tempo ero già sposata con Hugh Parker, (chia­mato sempre da me Hugo), industriale americano di Boston e trapiantato a Parigi come apprendista della National City Bank. Ho sposato quest’uomo all’età di 18 anni. Mio padre ha abbandonato la mia mamma, mia sorella, mio fratello e me, quando avevo undici anni.Mia madre ed i miei fratelli sono stati aiutati da Hugo dopo le nostre nozze. Hanno vissuto a Parigi con il suo supporto. Non potrò mai dimenticarlo. Non ho dimenticato quasi nulla, perché sono stata un’attenta e diligente alunna della vita, affidando al mio fluviale diario il resoconto di quasi tutti i miei giorni. Un diario che consta – in originale – di migliaia e migliaia di pagine che riempiono una serie stermi­nata di quaderni, ciascuno chiamato in maniera stravagante ma significativa, soprattutto per me. Ma veniamo al mio rapporto confidenziale al Ministero della Difesa della Psicoanalisi.

Aprile 1932. Oggi per la prima volta ho suonato il campanello di casa Allendy (Costui è uno psicoanalista francese che insieme a Marie Bonaparte ha fondato la società Psicoanalitica francese, è un uomo colto ed ha al suo attivo diversi libri e molti pazienti). Allendy mi fa capire che non ho bisogno di analisi eppure tocca un punto sensibile dicendomi “Sembra che manchi di fiducia in sé”.

Mi metto a piangere. Parlo di mio padre. Ancora una interpretazione: “Lei è rinchiusa in sé stessa ed è diventata indipendente. Vedo che è orgogliosa ed autosufficiente. Teme la crudeltà degli uomi­ni più vecchi e al primo segno di crudeltà in qualcuno, lei rimane paralizzata”. Gli chiedo di poter tornare. C’è qualcosa di sconcertante nell’analisi che è una sfida per lo scrittore.

Maggio 1932. Seconda seduta da Allendy. Mi fulmina con opinioni violente ma giuste su mio padre. Mi scopre subito quando tento di fare il suo lavoro, di identificarmi con lui.

E spara una cannonata che colpisce il mio albero maestro: “ha mai desiderato di superare gli uomini nel loro lavoro, di avere più successo?”. Ma mi capisce: “Forse lei è una di quelle donne che sono amiche, non nemiche dell’uomo”. L’analisi mi riesce sgradevole… Sento una crescente resistenza al sondaggio. Decidiamo di vederci regolarmente. Ho fiducia nel dottor Allendy. Gli dico però che il costo delle sedute mi impedisce di vederlo più di una volta a settimana. Il dottor Allendy non solo riduce a metà il suo onora­rio, ma mi propone di pagarlo lavorando per lui. Renè Allendy è anche medico. Gli ho chiesto di aiu­tarmi da quel punto di vista. Ero sincera? Dovevo proprio mostrargli il seno? Volevo saggiare il mio fascino su di lui? Mi sta curando davvero il dr. Allendy?

Fine maggio 1932. Allendy ha detto ad una persona che conosco – e che me lo ha riferito – che sono quasi guarita. Ma temo di averlo abbagliato e di avergli nascosto qualche parte segreta del mio vero io.

Luglio 1932. Faccio un sogno tenero con Allendy. Forse non dovrei raccontarglielo. Mi metto nelle sue mani, è dar­gli troppo, mentre lui… le mie ostilità si dissolvono quando lui compare. Gli racconto il sogno. Leggo Jung e mi identifico col paziente che attribui­sce al medico poteri misteriosi, come se fosse un mago, o un criminale demoniaco, o la personificazio­ne corrispondente nel bene, ovvero un redentore. Jung dice: “Visto che non possiamo evolverci all’indie­tro verso la consapevolezza animale, non ci resta che procedere lungo il sentiero più difficile di una consa­pevolezza più elevata”. Poveri noi!… mi dico.

Gennaio 1933. Ancora al lavoro con Allendy. Gli scrivo: “Non è solo la cura dell’individuo, ma il fatto che, curandolo, lui rivela i mondi che si stendono al di là dell’io. È questa liberazione dell’io che mi sembra il dono più prezioso che lei mi ha fatto. Ed è soltanto allora che si incomincia ad amare”. Ma Allendy comincia ad innamorarsi di me. È buffo che io sia andata da lui per curare la mancan­za di fiducia nel mio fascino femminile e che lui sia caduto vittima proprio di questo fascino. Mi parla di lui anche se non più sollecitato da me. Splendori e miserie di uno psiconalista. Ha ammesso di soffrire di mancanza di affetto e di bisogno di amore fin dall’infanzia. L’amore che riceve dai suoi pazienti non è per lui, per l’uomo, ma per il guaritore. Improvvisamente ho compreso la tragedia della vita di un’analista. Il controllo che egli esercita sulla vita gli dà lo straor­dinario potere di entrare nella vita di altri, di condividere i loro segreti, la loro intimità, di saper più del marito, dell’amante, dei genitori, completamente immerso nell’anima e nel corpo del paziente. Ma gli è concesso solo di guardare, di essere il voyeur, non di toccare, non di essere amato, desiderato, odiato. La mia vita gli è stata offerta tutta ma non gli appar­tiene. Sarei senza timone se non avessi Allendy. E chi può dire se l’analista non è vittima di un affetto illusorio quanto il paziente? E non potrebbe darsi che, se il paziente ama il dotto­re perché si sente capito, e pertanto conosciuto, e per­tanto amato, il dottore si innamori del paziente solo perché gli è concessa tanta intimità con un essere umano. Gli è concesso di guardare un corpo che fa all’amore, di scrutare nei letti, negli accessi di pianto, nelle grida di desiderio, di paura, di dolore. Gli è con­cesso di vivere la vita di un altro, di salvarlo, di senti­re il peso delle sue colpe, delle sue confessioni, di conoscere i suoi bisogni. Egli si sente desiderato, indispensabile, mescolato é intrecciato ad un altro. Egli può quasi toccare il corpo di cui gli è concesso conoscere fino all’ultimo brivido, sino all’ultima vibrazione. Perché un amore del genere dovrebbe essere più illu­sorio di altri?

Anaïs ha spodestato ormai il suo primo analista. Inizia quel­lo che avrebbe poi fatto, quasi contemporaneamente e propugna­to incautamente, il dottor Sandor Ferenczi: l’analisi reciproca. (Per ulteriori, migliori e definitivi chiarimenti rimando all’ipe­resaustivo Il mare di Ferenczi, Di Renzo Ed., Roma 1997, di Giorgio Antonelli). Anaïs incomincia una nuova seduta facendo sedere Allendy sulla pol­trona del paziente. Analizza i suoi presagi come mancanza di fiducia nella vita e nell’amore. Gli fa notare che si porta dentro una proiezione di sconfitta. Scrive testualmente: Ero io che mi occupavo di lui, invece che lui di me. Allendy è spodestato. Ma proprio questo furto della corona gli restituisce intatto l’analista e dice di lui: Ma come analista ha vinto perché mi ha fatto capire qualcosa di molto importante. Ecco che cosa ha capito:

14 febbraio 1933. Conclusiva e stupenda vittoria di Allendy, il trionfo dell’analista. Con tutta la mia volontà, con tutta la mia mente, vole­vo capire – ma non ci sono riuscita fino a oggi. E tutto così semplice. Una frase ha provocato l’illuminazione: “Pour moi les gestes ne comptent pas”. Una semplice parola: gesti. I gesti non contano. Il gesto sessuale che esigevo da Eduardo come prova del suo amore. Il mio bisogno di gesti. Il mio gloriar­mi dell’ardente espansività di June. La mia tempesta di ribellione quando Allendy, nonostante il suo amore, si rifiutava di compiere il gesto conclusivo. Il mio bisogno, bisogno di gesti. Situazione aggravata dal fatto che sono un essere insolitamente espressivo, espansivo, che continuamente esteriorizzo, che ogni sentimento che provo acquista istantaneamente una forma, trova un’espressione – sicché, al confronto, Eduardo, Hugo e Allendy sembravano inerti. Ma il bisogno di gesti derivava dall’assenza di fiducia. Se mi fossi resa conto in tempo che Eduardo mi amava, che Hugo mi amava, e anche Allendy – in effetti, tutti loro più profondamente di quanto mi abbia mai amato Henry – non mi sarei sentita offesa dall’assenza di gesti. Henry mi ha glorificata con gesti … ma ho sem­pre saputo che l’amore di Henry era meno profondo. Allendy, ben sapendo che “è proprio questo che non volevo accettare” – che per soddisfare me stessa dovevo posse­dere l’uomo anima e corpo – che non avrei prestato orecchio a nessuna ragione, compromesso, deficienza, nevrosi che rendessero impossibile la fusione – che la mia “possessività” era gigantesca rispetto alla mia paura dell’abbandono – ha lottato per ficcare in me questa percezione, in modo che potessi finalmente sbaraz­zarmi del “dolore”. Mi è divenuto chiaro con quanto disperato accanimento io abbia cercato di “possedere” Allendy “interamente”, come un trofeo, mentre ciò che voglio è un padre, un amico. E come lui tutto questo l’abbia avvertito, l’abbia combattuto, abbia cancellato se stesso per curare me. Oggi la forza della sua volon­tà e l’acutezza della sua intuizione mi hanno sbalordi­to – perché io l’ho davvero sedotto, incantato; lui ha tremato, in mia presenza, mi parlava balbettando – e supremo è stato il suo trionfo. È stato quando l’ho lasciato che mi sono resa conto di ogni cosa, mentre percorrevo le strade, sperduta, parlando a me stessa. Gesti! Senza dubbio avevo guadagnato in fatto di fiducia, sì, ma ancora volevo gesti, trofei, vittorie.

Anaïs in questo periodo vive (ma forse vivrà sempre così) col marito Hugo in estrema libertà, pur salvando forme e molte apparenze. Non dobbiamo dimenticare neanche noi il debito di estrema gratitudine che lei ha nei confronti di quest’uomo, che, sposandola, ha salvato lei e tutta la sua famiglia da una vita di probabilissimi stenti e desolazioni. Leggendo i suoi diari siamo spiazzati, come tutti i suoi lettori, ma riconosciamo in lei ogni caratteristica che contraddistinge noi esseri viventi. Anaïs dice e si contraddice. Va a letto con un altro uomo ma giura di amare il marito. Detesta lo sposo nel momento in cui lo paragona a qualche altro di cui è infatuata. Si strappa i capelli, digiuna, fa debiti per uno, e poi si delizia con caviale e champagne con un altro. A volte anche nello stesso giorno. Dice Lucrezio: “Inter se mortales mutua vivunt” e cioè, siamo membri l’uno dell’altro. Anaïs ce lo ricorda ad ogni pagina. Abbandona la propria casa per alcuni giorni dicendo al mari­to che parte per l’estero, e si rifugia invece in una dimora a Clichy, con il giovane scrittore squattrinato Henry Miller, con cui ha iniziato una forte, tormentata, poetica, creativa relazione. Lo scrittore americano rievocherà quel periodo nel libro I giorni di Clichy. Ma la sua Musa Anaïs gli ispirerà forse tutti i suoi grandi romanzi, a cominciare dai Tropici, e quello del Cancro sarà edito per la prima volta grazie all’incoraggia­mento ed al sacrificio economico di Anaïs. Ma anche i tre romanzi della cosiddetta Crocifissione in Rosa (Nexus, Plexus e Sexus), hanno un debito con i giorni di libertà e di amore vis­suti con la Nin. Ma tutto questo non basta. E si badi bene che Anaïs si pro­clama innamoratissima di Henry, è l’uomo che vuole sposare (…sembra quasi dimenticare di essere già sposata, oppure lo dice proprio a dispetto del fatto di essere già sposata?). Frequenta Antonin Artaud, attore, scrittore, drammaturgo geniale e incompreso che, sebbene omosessuale, si innamora di lei e lei lo ricambia. Lui adora il suo talento e lei lo ripaga sentimentalmente per la sua ine­guagliabile diversità, per la sua femminile sensibilità. Tentano anche di fare l’amore, ma lui non ci riesce. Lei, che scriverà una pagina caustica ridicolizzando le prestazioni infantili ed inef­ficienti del povero Allendy, trasforma la scena con Artaud, in realtà assai più triste, in un atto d’amore pieno di abnegazione. Non c’è bisogno di fare l’amore per amarsi, gli fa capire, lei lo amerà comunque. Ma poi il desiderio di Henry la riprend­e. Dalla sua relazione con il futuro, furioso autore di Opus Pistorum Anaïs si sente stimolata stupendamente. Lui è un diavolo sobillatore, la incita, la insulta, la invoglia a scrivere. E lei fa lo stesso. Leggono ciascuno gli scritti dell’altro. Si cri­ticano a vicenda tra un amplesso e una sbornia. Si incoraggiano, si appassionano. Lei scopre di avere fame di vita, di emozioni. Lui ha la forza della povertà, ma anche la potenza della creatività, due elementi che insieme diventano nitroglicerina. Sono due vul­cani in perenne eruzione, e si contagiano e si sfidano a chi è in grado di eruttare più lava letteraria. Una storia nella storia racconta che Henry, stufo di scrivere racconti pornografici ben pagati, abbia passato il testimone ad Anaïs, che comporrà le pagine poi raccolte nei due libri che la resero famosa al grande pubblico: Delta di Venere ed Uccellini. Devo ammettere che anche per uno psicoanalista avvezzo a sentirne di cotte e di crude dai suoi pazienti e dai libri professionali, non è facile accostarsi alle esperienze di Anaïs. Bisogna allacciare le cintu­re per affrontare la velocità e l’ebbrezza delle emozioni che Anaïs ci comunica. Eccone un piccolo assaggio:

Ottobre 1932. Grazie ad Allendy, posso fare a meno di una mera vittoria. Amo. Li amo entrambi. Henry e June.

Appena conquistato Henry, Anaïs vuole amare e si fa amare anche da sua moglie. Le sembra in questo modo di amare meglio entrambi. Ma non è finita qui. Continuate a tenere allacciate le cinture.

Novembre 1932. Chi è la fonte della mia forza?Allendy. E questa sera ho bisogno di lui. Allendy è mio padre, il mio dio – tutto questo insieme.

È una carica di dinamite, qualunque essere che le si avvicina con desiderio, lo fa esplodere. Tutti sono innamorati di lei. Allendy, Henry Miller, Hugo, June, Artaud. Allendy è l’uomo che cristallizza, è una bilancia di onestà, immobile, pura sapienza: Henry è l’uomo che conosce l’obbedienza al ritmo. June è l’espansività. È fermamente decisa a sposare Henry, non teme le sue future scappatelle, e intanto si difende ipocritamente dal marito che vuole giacere con lei (e si pente dei suoi pretestuosi mal di capo, come una qualunque civetta piccolo-borghese); corteggia Allendy, e si immerge nella torbida June. Finalmente fa l’amore anche con Allendy che ha resistito fin troppo, per i suoi gusti. Lui, ormai stracotto, fa finta di cedere anche se è questa l’unica cosa che realmente agogna. Si difende ignobilmente dicendole che se lo faranno, ciò dovrà avvenire una volta sola. Ma l’agente segreto della psicoanalisi non ci casca. Se si vive solo due volte (You only live twice, ritorna l’agente segreto per antonomasia) e non una sola, è sicura che non si potranno amare una volta sola. Renè passa addirittura a pratiche sado-maso, frustandola. Lei sta al gioco. Ormai è nelle sue mani. Ma dalla partita lui uscirà a pezzi. Sentiamo che cosa scrive della faccenda nei panni di Nouvelle Justine:

Ma ho notato una cosa: il suo pene, dopo tutta questa eccitazione da parte sua – frustate, lotta, carezze furibonde, baci sui seni – era ancora molle. Henry sarebbe già stato in fiamme. Allendy mi ha spinto la testa verso il pene, come se fosse la prima volta e poi, nonostante questo alone di eccitazione, di minacce, non mi ha scopata meglio dell’altra volta. Il suo pene era corto e snervato. Voluttuosa! E così che gli sembrava la faccenda. Io ho fatto la commedia. Allendy ha detto che aveva raggiunto il colmo del godimento. Giaceva ansimante e soddisfatto.

E commenta: scriverò l’intera verità nel mio diario perché la realtà merita di essere descritta nei termini volgari.

I quattro uomini (Hugo, Henry, Allendy, Artaud) sanno qualcosa o forse troppo gli uni degli altri e fingono e probabilmente temono di sapere di più. Ciascuno geloso e invidioso degli altri, incapaci tutti di abbandonare o farsi lasciare da Anaïs. Ma non finisce qui. Un quinto uomo (ri)compare sulla scena. È il padre di Anaïs, Il dongiovanni Joaquin, colpevole e meritevo­le nello stesso tempo dell’esistenza del diario di Anaïs (lei confessa di averlo cominciato a scrivere non appena il padre ha abbandonato la famiglia), che tenta l’estrema impresa non riuscita neanche al gen­tiluomo di Siviglia. Ma è lei l’artefice, il vero architetto di que­sta mostruosa cattedrale atea e libertina.

Giugno 1933. Ricercato e ritrovato il padre, lo seduce facen­dogli credere che sia lui il seduttore e raccoglie queste parole tre­mende insieme al suo sperma. Toi Anaïs!  je n’ai plus de Dieu! (Sono ormai senza Dio!). La sua vendetta è compiuta (Vendetta privata? All’autore di James Bond questo agente segreto in versione femminile sarebbe piaciuto davvero moltissimo). Lo seduce per poi pian­tarlo in asso come punizione per averla abbandonata da bambina. E ciò che la aiuterà a capire Rank, il “sesto uomo”, il suo nuovo sesto senso. Finita l’avventura con Allendy, Anaïs conosce Otto Rank. Rank, come tutti sanno, è stato per anni il segretario della società psicoanalitica di Vienna, aiutato e adorato da Freud, tra i pochissimi membri della società psicoanalitica ristretta e segreta. Uno di quelli, per capirci, insieme a Jones e pochi altri ad essere gratificato del dono di un anello d’oro che Freud con­segnò ai pochi eletti fedelissimi. Questo anello a sua volta fu regalato da Rank proprio ad Anaïs Nin. Anaïs entra in ana­lisi con Otto Rank perché ancora assetata di conoscenza inte­riore. Rank soddisferà la sua sete ma contemporaneamente le rivelerà le sue debolezze. Anaïs è ancora strettamente legata ad Henry Miller che le confesserà: Voglio lasciare una mia cica­trice sul mondo. Ma oltre alla cicatrice letteraria dichiarata – e oggi universalmente acclarata, lascia anche una cicatrice indelebile su Anaïs. La ingravida. Ecco cosa scrive lei:

Naturalmente, non sono persuasa che Henry non abbia prodotto nulla. Penso che Rank giudichi solo il contenuto, e Rebecca il fallimento artistico. Trascurando sempre un essere non creato, non formulato, che lotta per nascere, e al quale non ho anco­ra dato vita. Cosa tanto più tragica, per me, perché avviene con­temporaneamente alla scoperta che porto nel mio utero il seme del figlio di Henry. Sono rimasta incinta cinque o sei settimane fa. L’ho scoperto in maniera inequivocabile due giorni fa. So che è figlio di Henry, non di Hugo, e devo distruggerlo. Ho provato il più tremendo miscuglio di emozioni – orgoglio di essere madre, donna, una donna completa, l’amore per un’u­mana creazione, le infinite possibilità della maternità. Mi sono immaginata questo piccolo Henry, l’ho desi­derato, l’ho rifiutato, l’ho confrontato con l’amore (è una scelta tra il figlio e Henry). Mi sono sentita triste, euforica, ferita, sbalordita. Ho odiato l’idea di distrug­gere una vita umana. Ho osservato la trasformazione del mio corpo, il gonfiarsi dei seni, il peso dell’utero, la sensazione di essere tirata in basso, di una crescita, di una trasformazione. Ho desiderato la serenità, senza la quale un bambino non può nascere. Adesso, in questo momento critico della mia vita, non posso averlo. Henry non lo vuole. Non posso dare a Hugo un figlio di Henry. Henry e io non siamo riusciti a produrre opere d’arte, ed ecco che creiamo un figlio. È una cosa che mi travolge, che mi lega a lui, che mi terrorizza. Henry mi tratta con rispetto e tenerezza. Ma rimane pur sempre un ego. Rimane lui stesso un bambino che non desidera un rivale. Io mi trovo a un misterioso “carrefour”, esitante, uccidendo il bambino solo per amore di Henry e di Hugo. Sono sgomenta e tutte le diavolerie e le passioni sono messe a tacere. Non più la vergine, l’artista sterile, l’a­mante, la donna diabolica umana solo a metà, bensì la donna completamente sbocciata. Che deve essere uccisa. Nella mia immaginazione, ho vissuto la mater­nità. Continuo a considerarla: un’abdicazione, un’abnegazione, la suprema immolazione dell’ego. Mi viene offerta, questa condizione, nel momento in cui sono più che mai consapevole di me stessa come artista, come una donna solitaria, non accoppiata. Perché non accoppiata? Dov’è Henry? Henry sembra diventare il figlio. L’autodistruttivo, immaturo figlio, che deve giocare tanto, dormire tanto, bere tanto, e starsene per la strada, irresponsabile e inconsapevole. Oh Dio, oh Dio, oh Dio.

Notte. Mi rifiuto di continuare a fare la madre. Sono stata madre per i miei fratelli, per i deboli, per i pove­ri, per Hugo, per i miei amanti, per mio padre. Voglio vivere solo per l’amore dell’uomo e in quanto artista – da amante e da creatrice. Non maternità, sacrificio, generosità. Maternità, significa ancora una volta soli­tudine, dare, proteggere, servire, arrendersi. No. No. No.

Dunque Anaïs decide di abortire. È una scelta straziante, ma che non ci sia una via d’uscita la ha chiarito lei stessa con il dialogo sopra riportato con l’unico vero confessore che ha, il suo diario. Con Rank sembra reiterare – una probabile incoercibi­le coazione a ripetere – lo stesso comportamento avuto con Allendy. Invece andrà oltre. Attraverserà la prima crisi della psicoanalisi insieme a Rank, che non crede più in una psicoa­nalisi trascinata troppo a lungo, né crede nella necessità di passare troppo tempo a esplorare il passato scavandoci dentro. Egli crede che la nevrosi sia come un ascesso virulento, un’in­fezione. Deve essere attaccata con tutte le forze nel presente. Certo, l’origine della malattia può risiedere nel passato, ma la crisi virulenta deve essere affrontata dinamicamente. Bisogna attaccare il centro della malattia mediante i suoi sintomi pre­senti, perché il passato è un labirinto. Ormai per Rank l’ana­lisi è il peggior nemico dell’anima, ha ucciso ciò che ha analizzato. Egli è stufo della psicoanalisi pontificale e dogmatica di Freud e dei suoi discepoli. Ecco perché si distacca definitiva­mente da Freud. Nel febbraio del 1934 Anaïs ha affittato un appartamento, per essere a Parigi più vicina a Rank. È inna­morata del suo scuro, piccolo Rank, che secondo lei donandole il famoso anello di Freud, si è finalmente liberato del padre. Si profila in questo momento la possibilità di recarsi da Jung. La storia non si fa con i se e con i ma. Accontentiamoci solo di questa dichiarazione fatta a Rank:

Dovrei andare da Jung e fregiarmi di un altro scal­po? Scalpi, e non cure, ma più vita e amore. Schiavi. Eduardo adora Jung. Sa che anche Jung con me diver­rebbe umano. E se io scrivessi il romanzo delle ideo­logie di questi uomini, e il dramma delle tentazioni che per loro io rappresento? “Loro” sono i sacerdoti, e io sono Taide. Solo che non so cosa mi impedisca di essere June. Forse la compassione che nasce dallo scrivere un romanzo, o un fisico più debole?

Si rifugia in una stanza di Rue Henry Rochefort, dove fa l’a­more con Rank, bevono champagne, lei lo osserva mentre man­gia avidamente in fretta, e lei assapora il cibo lentamente. Otto grugnisce di piacere come un oscuro animale, nascondendo la sua faccia nel seno di lei. Lei si sente come un mare di sensazioni che va alla deriva. Ma non dimentica Henry. Né senza Henry, né senza Rank. Rank è diventato ormai un amante eccitante, mentre prima lo definiva troppo rapido e troppo all’o­scuro della risposta della donna. Ma lei aveva già percepito che Rank è uno che ama fino alla morte, altruisticamente, ama… Lei si definisce una traditrice e sa perché: tradisco gli uomini perché sono traditori. Solo con il suo aiuto Rank capi­sce di essere in grado di mantenere l’equilibrio tra analisi e vita. Ma Rank è pieno di debiti, e deve emigrare in America, dove potrà guadagnare di più. Ed ecco che Anaïs accetta la pro­posta di Rank di trasferirsi negli Stati Uniti e lavorare insieme a lui. Nel novembre del 1934 sbarca a New York. E in poco tempo prende a lavorare febbrilmente. I suoi pazienti si moltiplicano ad un ritmo esponenziale:

Non faccio a tempo a raccattare la mia colazione con­tinentale e a vestirmi, che il telefono suona già, e i pazienti sono alla porta. C’è un’anticamera lunga circa due metri, tra la porta e il divano sul quale si sdraiano, e, prima che lo raggiungano, riesco a capire come si sentono. Io mi siedo controluce, in una poltrona pro­fonda. C’è solo una finestrella alta, sopra Central Park. Il fumo delle sigarette riempie la stanzetta e, anche quando la radio è spenta, riesco a sentire il suono vago della musica che proviene da altre stanze. È la musica di fondo di New York. Le voci dei pazien­ti, tristi, acute, forti, sussurranti, stanche, animate, colorite, tediose, rauche, esili, blese, straniere. Le facce dei pazienti, con le palpebre abbassate, come se gli occhi stessero osservando un dramma interiore; il giovane che non riesce ad amare nessuno; la sorella che può amare solo il fratello; lo scrittore che non riesce a scrivere; l’uomo ossessionato dalla politica, che non riesce a prender partito; lacrime, risate, scop­pi d’ira, silenzi imbronciati: tutto questo riempie la stanzetta. Un giorno vidi cadere così tante lacrime che, quando scoprii una pozza di acqua vicino la mia porta, sulle prime pensai che fosse tutto quel piangere, e poi notai l’ombrello che era stato dimenticato a versar lacrime sul tappeto. In giorni chiari, pungenti, freddi di neve e di gelo sulle finestre, i pazienti arrivano riconoscenti per il calore, per un attimo di riposo, un momento di intimità con se stessi. Strano, la perdita del sé è una malattia più grave che non la perdita del suo impo­store, l’Io. L’Io è la caricatura che la gente scambia per il sé, l’Io è la frode, l’attore, il travestito del sé. Sè per­duti, sè confusi, sé ciechi, quando nasce il vero sé l’Io svanisce. Qui risiede il rimedio contro l’ira, l’antidoto che il mondo ha preferito denigrare e trascurare. Quante presone dure e disumane ho visto sciogliersi sotto i miei occhi per riumanizzarsi di nuovo. Quante furie sono state dissipate, quanti atteggiamenti falsi abban­donati, quanti odî guariti. Ho visto gente contorta e potente divenire costruttiva, creativa, umana e soprat­tutto ho visto che la fonte d’ira più frequente è l’im­potenza. L’ostilità è gelosia. La distruttività è un segno d’impotenza.

Ormai diventata analista non smette di apprendere da Rank, perché lui tocca tutte le cose con la magia del significato. Quelli che vengono da lui sono come ciechi, sordi, muti. Quando lui scopre l’intreccio delle loro vite, loro cominciano a trovarle inte­ressanti, e questo interesse li salva. L’intreccio creato dall’in­conscio si rivela più interessante di qualsiasi storia poliziesca. Rank scopre i legami, le trame, i modelli, e tutto diventa di un interesse inesauribile, pieno di sorprese.

Ma Anaïs è delusa anche da Rank. Lo abbiamo già detto, e lei lo ha scritto un’infinità di volte in mille modi diversi. È capace di amarli tutti, riesce a descrivere una giornata come il 6 giugno 1934, vissuta senza ritegno, all’insegna della fellatio, prima con Henry e poi con Rank.Di ritorno confida ad Henry: una donna dovrebbe nutrirsi esclusivamente di sperma…. e subito dopo parlano di psicoanalisi. Ma lei ha bisogno di inventare sempre la vita. Rivolge un pensiero finanche a Dio reputandolo forse geloso della sua venerazione per l’uomo. E si domanda: se Dio mi vuole esclusivamente per Lui, è questa la rete che mi porterà a Jung?

Ha già scritto nel febbraio 1933 che suo marito le ha detto che lei dispone di un harem e a ciascuno dice: Sei tu il favorito. Se prima il vero re era Henry, poi lo è stato Allendy e quindi Rank e poi di nuovo Henry, che ha dovuto lasciare un po’ di spazio per Artaud e ancora un po’ per Hugo, e tutti insieme posto per Joaquin. Ed abbiamo già assistito alla sua tentazione per Jung e alla gelosia percepita addirittura nell’Onnipotente!

È la fine per Rank, che morirà davvero poco dopo Freud nel 1939. Ma lasciamo di nuovo la parola alla scrittrice:

Dopo Rank, vivrò solo per gli altri, questa è la mia gioia.

La psicoanalisi mi ha salvata perché ha permesso la nascita del mio vero io, religioso. Non posso diventa­re una santa. Ma sono pienissima e ricchissima e ho molto di cui scrivere. Mi accontenterò di un po’ di pace e di qualche preciso ricordo. Non posso inse­diarmi definitivamente nella vita umana. Non mi basta. Devo ascendere a regioni più vertiginose. La psicoanalisi mi ha salvata dalla morte. Mi ha permes­so di vivere e, se abbandono la vita, sarà solo per mio volere, in quanto non contiene l’assoluto. Ma quanto amo ancora il relativo, la banalità e il calore di un fuoco, e una bella raccolta di orecchini, ed Haydn ascoltato con il fonografo, e le risate con Eduardo, e le battute su Mae West, e il nuovo completo di lana nera con enormi maniche e scollatura sensuale dalla gola ai seni, e il braccialetto e la collana di pietre azzurre, incastonati di stelle, e la nuova biancheria, e la nuova vestaglia di velluto nero e il cassetto pieno di copie di “Tropico del Cancro” con la mia prefazione, e l’ul­tima lettera di Rank, e il telefono che squilla tutto il giorno, addio addio addio… Amore.

E l’abate Alterman, suo amico, afferma: Vous etes une âme très disputée.

Fa ancora promettere al padre di recarsi da Jung se tutte le altre medicine non dovessero funzionare. Il cugino Eduardo l’aveva avvertita dicendole che cercava sempre un analista per­ché siamo il tipo umano supremo, il più vicino a Dio. A Eduardo appariva come una sorta di vittima di un immenso dramma psicoanalitico. I poveri analisti come Allendy e Rank che non avevano vissuto fino ad allora, e che hanno scoperto l’essere meravi­glioso che è Anaïs, non riescono a restare analisti, e hanno cer­cato la propria redenzione nella sua vita.

Poveri analisti, coraggio! Non esisterà mai più un’altra spia brava come Anaïs ad intrufolarsi nel Tempio della Psicoanalisi.

Anaïs Nin, la spia che ci amava.

Pubblicato sul Giornale Storico di Psicologia Dinamica, Eros e Psiche, aprile 2004, Di Renzo Ed., Roma.

Il visitatore di Eric-Emmanuel Schmitt

Dopo Caro Professore dedicato a Cesare Musatti, ecco a fine stagione teatrale uno spettacolo su e con Freud, un’altra giuggiola per noi che ci occupiamo di psicoanalisi e arte. Autore della piece è un giovane filosofo francese di soli 37 anni (la versione italiana è di Enzo Siciliano, la regia di Antonio Calenda, al Teatro Eliseo di Roma). In scena quattro personaggi. Il professor Freud, sua figlia Anna, un ufficiale della Gestapo e il Visitatore. È il 22 aprile del 1938 (l’11 marzo l’Austria è stata invasa dalle truppe hitleriane). Mancano otto settimane alla partenza per Parigi della famiglia Freud. Il padre della Psicoanalisi (un ateo che converte secondo le parole del Visitatore) è in grande ambasce per la tragedia che si è abbattuta sugli ebrei. Il professore ormai ottantaduenne ha pronta una lettera liberatoria nei confronti del nazismo che, se firmata, gli darà la possibilità di espatriare. I tempi precipitano a causa dell’ennesima incursione di un avido ufficiale della Gestapo, che condurrà Anna in caserma e a un passo dalla deportazione. Dalla finestra (ma in realtà si capisce che è dal Cielo Metafisico) ecco arrivare un bellissimo Paziente abbigliato con un elegante frac (un eccellente Kim Rossi Stuart). Turi Ferro (un Freud più florido dell’originale, ma altrettanto lucido) è in crisi: Non ha senso curare un solo individuo quando tutto il mondo impazzisce, e deve misurarsi con l’enigmatico Personaggio che è venuto a visitarlo. Ma Chi visita Chi? Imbarazzato e disorientato rispetto alla vera identità dell’Ospite, l’anziano psicoanalista dapprima lo tratta come il comune paziente lo fa sdraiare sul divano (riprodotto fedelmente sull’originale) e usa addirittura l’ipnosi. Ma presto i ruoli si ribaltano: finalmente un Dio (ebraico?) si rivela e si incarna e fa anche pipì (fuori scena… necessità fisiche dell’incarnazione: il Visitatore ricorre spesso al Motto di Spirito). Il dubbio che sia davvero il Padre Eterno si insinua in lui quando gli viene rammentata una frase che ha pronunciato all’età di 5 anni: Sono Sigmund Freud, devo ricordarmene. Come fa a saperlo? Ed ecco riassunte per lo Spettatore le idee freudiane sul “divino” fatte cadere a pioggia sulla scena: …Dio è un grido… …la sua richiesta è la rivolta della carcassa umana… …se ci si abbandona a credere è difficile che si sia sulla strada della verità… …l’ateo sa che non ci sono porte… …la vita è una malattia mortale… …Dio è un ipotesi inutile… Ma la partita per il più geniale e convinto positivista del secolo sembra persa. Vediamo come. Alle sue insistenti richieste di un miracolo, l’Uomo vestito da prestigiatore sfodera un trucchetto da music-hall: il suo elegante bastone si trasforma in un bouquet di fiori: la fede si nutre di fede. Forse Il Visitatore convince Feud non come Essere Supremo ma ponendosi come un “semplice Paziente” che soffre: …vede Professore, come Dio non ho né fine né aldilà… …la mia vita é una prigione… …essere il Tutto é di una noia mortale… …Lei legge mai i Suoi libri? Pensi che dovunque io vada trovo le mie creature… …nel momento in cui ho reso l’uomo libero ho perso la mia potenza… Con queste parole zittisce il professore che gli chiede ragione del Male nel mondo. Il Paziente Impossibile scocca l’ultima dolce freccia motivando tutto il suo operato con la parola chiave della psicoanalisi: Amore (o transfert, se volete), Curare è come amare. Sigmund Freud si converte? Chissà?! Sicuramente il Visitatore fa atto di fede nell’Uomo: Basta Mozart… (la cui musica accompagna le scene finali dello spettacolo) un uomo può farti credere nell’uomo… Al grande psicoanalista che non potrà mai analizzare (aiutare testualmente) questo Inconsueto Paziente che non ha né padre, né madre, né sesso, né inconscio, perciò non può essere curato, non resta che una colomba che entra dalla finestra nel momento in cui lui scompare, a riprova che non si è trattato di un sogno. Dio è mistero, non enigma, ci dice una voce fuori scena.

Teatro Eliseo, Primavera 1997. Articolo scritto “a caldo” la sera della rappresentazione in collaborazione con la Collega e Amica Renata Biserni e con l’affettuosa assistenza della Prof.ssa Gina Lama, che qui ringrazio Entrambe. Già pubblicato su Giornale Storico di Psicologia Dinamica “Psicoanalisi à rebours” n.42 giugno 1997, Liguori Ed. Napoli.