30 Nov 2012 – Amedeo Caruso all’opera da Lithos

Evento speciale delle Conversazioni del venerdì del Centro Studi di Psicologia e Letteratura

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Presentazione de La psicoanalisi all’opera e di Psiche istruzioni per l’uso.

Questo è un invito per una serata libridinosa!
Venerdì 30 novembre, alle ore 21.30 – Libreria OFFICINA Lithos, via Vigevano 2, Roma.
In allegato la locadina-invito.
L’ingresso è libero. ATTENZIONE a NON confondersi con il numero civico 15 dove è l’altra libreria Lithos.

Con simpatia,
Amedeo

 

Ricordo di Luigi Aurigemma con la sua ultima intervista

Luigi Aurigemma: Jung non riusciva a formulare bene alla fine della sua vita quello che sapeva della non-morte, della morte totale, cioè l’esperienza dell’eternità…

Amedeo Caruso: Secondo Lei che idea aveva Jung dell’esperienza dell’eternità?

L.A.: Ripeto, Jung sapeva che esiste una morte non totale.

A.C.: Mi viene in mente quella poesia di Montale, se la ricorda? (e gliela recito a memoria, è una delle mie preferite: Sono pronto ripeto, ma pronto a che? / Non alla morte cui non credo / né a questo brulichio d’automi che si chiama la vita / L’altra vita è un assurdo / ripeterebbe la sua progenitrice con tutte le sue tare / l’oltrevita è nell’etere che se ne ciba per durare più a lungo nel suo inganno / Essere pronti non vuol dire scegliere / tra due sventure o due venture / oppure tra il tutto e il nulla / È dire io l’ho provato /ecco il velo, se inganna non si lacera).

L.A.: Più invecchio e più mi sento animato e turbato dal dubbio. Invecchiare bene significa aver capito almeno qualcosa di quello che è stato, ma in questi giorni sono pervaso dal dubbio. È difficile invecchiare quando non si capisce, e pensare di non capire vuol dire non essere capace di tirare le somme di quel che si è vissuto. Invecchiare bene significa conoscere meglio la verità delle cose. Arricchire la conoscenza. Intendo dire la conoscenza della verità non tanto la conoscenza delle cose. Questo significa invecchiare saggiamente, non lasciarsi sfuggire l’essenziale.

A.C.: Le confesso Professore che mi da un grande conforto ricordare a me stesso la magia imponderabile che usa Jung per descrivere la nostra esistenza: “la vita è un breve intervallo tra due grandi misteri, che poi sono uno soltanto”.

L.A.: Però perchè lei ha scritto che il tempo della vita è breve?

A.C.: (È un lapsus, non oso interpretarglielo, ma è chiaro, chiarissimo: si duole del fatto che la vita sia breve… in realtà io ho scritto che “il tempo della morte” è breve… non della vita). Diciamo che è un modo per familiarizzare con il concetto della morte. Non vorrei parlare soltanto per bocca di altri ma Bataille lo ha scritto in modo sconvolgente: l’unico modo per familiarizzare con l’idea della morte è quello di collegarla a un’idea libertina. È un po’ quello che lei dice quando invita a “lasciar respirare il diavolo”.

L.A.: Sono contento che lei ricordi e tenga presente questa mia espressione, è proprio quello che ci vuole, per noi umani, lasciar respirare il diavolo in noi.

Intervista a Paulo Coelho

Estratto dell’intervista a Paulo Coelho pubblicata sul n. 41 del Giornale Storico di Psicologia Dinamica

Caruso: Il libro L’Alchimista, è pieno di riferimenti ai sogni. Per esempio Lei scrive: “…la possibilità di rendere la vita degna di essere vissuta, è quella di realizzare i sogni”, e ancora “…più vicini siamo ai sogni, più vicini siamo alla vita”, e anche “… chi crede nei sogni è capace anche di interpretarli”. Come è arrivato a questa bellissima conclusione per condividere la quale anche uno psicanalista può impiegare tanti anni?

Coelho: Prima di tutto la ringrazio molto per questi complimenti che mi ha fatto. Secondo, posso dirle che anche io ho passato un periodo della mia vita in cui c’è stata la psicoanalisi. Ma io ero davvero troppo giovane e certe cose non le potevo capire, avevo appena 19-20 anni. Sicuramente questa idea dell’anima mundi, (di cui parlo nel libro) molto più junghiana che freudiana, è stata (ed è ancora) tanto presente durante la mia vita. Quando io ho studiato l’alchimia, un’opera che mi ha davvero impressionato, è stato questo libro di Jung Alchimia e psicologia. In questo libro si parla molto del sogno come di una coscienza, intendo dire un epifenomeno che è una manifestazione universale. Nella vita ci sono molti archetipi che continuamente si trasformano e sono poi i codici di comprensione tra gli uomini. Si parla molto di questa luminosità, cioè di riuscire a condividere un certo simbolo anche se non lo si conosce, se non fa parte della propria logica. Gli antichi alchimisti, tramite questi simboli universali, hanno sviluppato quella che è la teoria, più che altro l’essenza, di questo linguaggio tramite i simboli, che molte volte si esprimono proprio tramite i sogni.

Caruso: Allora veniamo al Suo mondo dei sogni. Questi sono cominciati prima dell’interesse per l’alchimia? Sono i sogni che hanno determinato l’interesse per l’alchimia?

Coelho: No. E’ stato il contrario: l’alchimia mi ha risvegliato l’interesse per i sogni.

Caruso: Quando è cominciato questo interesse per l’alchimia?

Coelho: Verso i 22-23 anni, durante la generazione hippy. Sono stato affascinato non dalla parte classica della alchimia ma da quella riguardante l’applicazione diretta di essa. E, come tutti gli intellettuali, ho pensato che avrei potuto raggiungere un obiettivo concreto soltanto tramite la teoria. Questo, comunque è un equivoco, perché l’alchimia è la manifestazione di ciò che è la teoria trasportata sul piano concreto. Voglio dire che ciò che è nel mondo spirituale, il sogno per esempio, si riflette poi nel mondo concreto. Sicuramente questo non fa parte solo di me, non è una cosa solo mia, tutti gli oggetti che ci circondano fanno parte di sogni di altre persone, che poi si sono concretizzati.

Vie (e) regie dell’inconscio. Intervista a Giorgio Albertazzi

Estratto dell’intervista a Giorgio Albertazzi pubblicata nel Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 3, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006.

Se il sogno è la via regia all’inconscio, come afferma Freud, molti artisti hanno trovato, forse prima di Freud, attraverso la loro creatività – come la psicoanalisi ha fatto con i suoi propri strumenti – la strada per conoscere i labirinti della vita interiore degli esseri umani.

Giorgio Albertazzi, che ammette candidamente di non sognare mai – o quasi, è stato ed è uno dei sommi ricercatori internazionali della rappresentazione scenica e cinematografica guidato (inconsapevolmente forse) dal demone ispiratore e illuminante – luciferino, dunque – dei misteri della psicologia del profondo.

Avvicinarsi ai segreti dell’inconscio pretende un corteggiamento quotidiano di opere letterarie fino a portarsele a letto, risvegliandosi e sognando ad occhi aperti di trasferirle sul palcoscenico o sul set, facendole passare prima dal filtro della propria imagerie.

Si tratta di utilizzare secondo me una trance peculiare degli artisti, che – quando sono tali – versano in uno stato perpetuo di reverie, che è in bilico tra il duende e l’ipnosi terapeutica.

Nel caso di Giorgio Albertazzi non soltanto il lavoro degli altri ma anche i suoi personali e originali scritti hanno configurato un mirabile e prezioso quadro che ci consentono di definirlo un vero e proprio “principe quaternario dell’inconscio teatrale e filmico”, con una strizzatina d’occhio a Jung, che “guarda caso” il Nostro ha anche conosciuto personalmente.

Un principe quaternario che si autodefinisce “un perdente di successo” che ha introdotto Dostoevskij e la Gradiva di Jensen-Freud nelle nostre case e vite televisive fin dagli anni ’70. E Shakespeare e “Il Silenzio delle sirene” e “Pilato sempre” e “Le Memorie di Adriano” e Pirandello e centinaia di altre rappresentazioni nei maggiori teatri italiani e stranieri.

Non c’è un autore o un testo da lui interpretato e/o diretto che non abbiano a che vedere con le problematiche e le meraviglie intriganti dell’inconscio. Basterebbe il suo dottor Jekyll per vincere una eventuale scommessa sull’importanza di psiche nella carriera di questo Senex-Puer in perfetto equilibrio tra saggezza e follia, raggiunta probabilmente mediante l’esperienza di impersonare anche mister Hyde, e riuscendo in quello che non riuscì al personaggio di Stevenson, che altro non è che un processo individuativo, una non-divisione tra l’essere e l’ombra, la ricerca della soluzione di continuo fra i due stati umani contrapposti.

Il Maestro ha capito che l’unico modo per partecipare al grande enigma della vita e dello spettacolo è quello di giocare nelle vesti del loser, dell’errante. L’unica possibilità per capire qualcosa della vita e dell’arte è di porsi nelle condizioni di giocarsi tutto sempre, perchè per capire il gioco bisogna cominciare a sapere come si sta quando si perde, quando si è disperati. Anche la vita riusciamo ad apprezzarla soprattutto quando rischiamo di perderla, o di perdere chi amiamo.

Mettersi in gioco nel caso di Albertazzi vuol dire ancora di puntare su testi difficili della roulette dello spettacolo (come rischiare insomma soltanto su un numero anziché accomodarsi sul rosso e nero).

Ma il destino degli iniziatori, di coloro che aprono la breccia nel muro che divide il vecchio dal nuovo, degli sperimentatori curiosi ed aperti a nuove conoscenze è sempre quello di sentirsi dei diversi, dei solitari che suscitano invidie ed incomprensioni ed in cambio ottengono una capacità introspettiva che li rende capaci di intravedere tutta la meschinità e la miseria umana. Questo è anche il compito e il destino del lavoro psicoanalitico, saper cercare per sè e per i propri psicoanauti le strade di una vita nuova, sostenendosi e sostenendo il lavoro comune nella ricerca della autenticità e della autonomia, per sedere insieme al tavolo della vita con il nostro personale doppio, che si chiami mr. Hyde oppure Dorian Grey ed aprire una “conversazione mai interrotta”, sotto il sole della creatività e senza mai dimenticare la lezione di Shakespeare che ci definisce tutti attori sulla scena dell’esistenza.

Queste sono le premesse psicoanalitiche che sono diventate un tessuto connettivo di grande fibra, resistenza e persistenza nelle amabili conversazioni con il Maestro Giorgio Albertazzi.

La Psicoanalisi all’Opera

Questo nuovo libro di Amedeo Caruso ha un illustre precedente – come sostiene nella sua prefazione Giorgio Antonelli – illustre quanto poco noto in Italia: il pionieristico Die Bedeutung der Psychoanalyse für die Geisteswissenschaften di Otto Rank e Hanns Sachs, pubblicato nel 1913 e tradotto, in italiano, Psicanalisi e sue applicazioni.
In Psicoanalisi all’Opera la psicoanalisi regna, anzi è all’opera sulle arti. Viene applicata alla musica, da Puccini e Rossini al rock di Sting e degli Alan Parson Project. È adoperata per interpretare la letteratura sempre più profondamente per una lettura di Proust e Joyce alla luce di Freud e Jung. Viene utilizzata per capire meglio la pittura di Frida Kahlo e gli acquerelli di Henry Miller. Si intriga di teatro scovando regie che mettono in scena addirittura il Fondatore della Psicoanalisi, il grande Sigmund, e il Padre della Psicoanalisi Italiana, Cesare Musatti. Entra al cinema per curiosare professionalmente tra registi come Truffaut e Jane Campion, o rovistare nei simboli del Mago di Oz o indagare sul film che racconta la pazzia di Re Giorgio III. Il libro contiene anche quattro interviste speciali a personaggi illustri delle discipline in esame: Paul Bowles, Pier Augusto Breccia, Nanni Garella ed Henri Laborit.

Psiche istruzioni per l’uso

Il libro è in vendita presso la Libreria Lithos di Roma oppure facendone richiesta all’autore.

Questo agile manuale ha una semplice pretesa: quella di certificare al meglio le enormi e attualissime possibilità terapeutiche e culturali della psicoanalisi. La compagnia di Psiche diventa, per tutti i Ricercatori dell’Inconscio e dell’Anima, un vero Genio della Lampada di Aladino, che consente di leggere oltre, prima, sotto e sopra le cose umane, dalla guerra al fumo, dal terrorismo alla depressione, dai farmaci ai sogni. Il libro è diviso in quattro capitoli, che sono: Professione psicoanalista, contenente istruzioni per un felice svolgimento dell’attività analitica da parte degli addetti ai lavori; Viaggi e incontri con Psiche, che riporta le impressioni dell’autore di ritorno dal Giappone e dagli USA, ma anche dalla Parigi del Père Lachaise, e le interviste a Umberto Galimberti e Luigi Zoja; Psiconferenze, conversazioni su varia attualità, in cui sono ritratte anche le prime eroine della psicoanalisi, nonché squisite scrittrici, Lou Andreas Salome e Anaïs Nin; Due Maestri della Psicoanalisi, un ricordo degli Amici Aldo Carotenuto e Luigi Aurigemma.

Recensioni – Le Stanze dei Sogni

Un dialogo costruito sui sogni-racconti degli spettatori che assistono allo spettacolo come in work in progress, una finestra sul profondo dove s’incontrano verità e visioni, tracce mistiche e scene di vita, incubi e sprazzi di illusioni. Ma se d’immaginario si tratta è un sentire borgesiano, finzione, dubbio amletico e domande eterne sulla vita e sulla morte; sogno karmico come possibilità di nuove aperture, sogno per eccellenza, cinematografico, alla Hitchcock. Fa da fondale una suggestione creata da stanze giocate su pannelli di klimtiana e magrittiana memoria… e Sabelli coinvolge il pubblico anche grazie alla bravura di Donato Cimaglia, percussionista di fine scuola jazz.

ROMA – 03/02/99 – M.G. –

Sabelli uno dei talenti più poliedrici dell’attuale teatro italiano, ha ideato un palcoscenico in movimento, una sorta di giostra/spazio temporale che gli permette di presentare sogni differenti in successione… Facendo forza sulle suggestioni visive ideate da artisti come Hopper, Magritte, Klimt, e sfruttando quelle sonore ideate dal vivo dal batterista jazz Donato Cimaglia, “Le stanze dei sogni” diviene una virtuosistica prova d’attore. Sabelli, grazie alla collaborazione di Amedeo Caruso, riesce a far rivivere sulla scena, tra gli altri Amleto, J.L.Borges ed Orson Welles, Athur Schintzler e Frank Sinatra, alla ricerca di un sogno comune…

PORTA PORTESE 12/02/99

Le stanze dei sogni propone un gioco a incastro fatto di sogni d’artista, sogni della grande letteratura e drammaturgia, sogni storici, musicali, pittorici e persino sogni del pubblico, che viene invitato a scriverli su un foglio di carta e a consegnarli all’attore, con l’eventualità che vengano poi letti e rielaborati sul palcoscenico.
La scena è mobile come una giostra, le suggestioni pure. Sabelli chiama in causa onirica Borges, Schnitzler, Hopper, Magritte, Klimt, ma anche Amleto che recita il monologo “essere o non essere” in chiave psicoanalitica, Frank Sinatra che rivive la sua vita come un sogno karmico e Orson Welles che incontra Karen Blixen e rimpiange di non avere avuto tempo per girare un film dal di lei racconto The Dreamers. Con Sabelli alla ribalta il batterista jazz Donato Cimaglia che firma le musiche di questo e suggestivo curioso “One man show” a cavallo dell’inconscio della durata complessiva di un’ora.

CORRIERE DELLA SERA 14/02/99 -Margherita D’Amico

Un universo di sogni violato, deriso, intrappolato in metafore esistenziali raccontato da illustri personaggi: Frank Sinatra, Orson Welles, Arthur Shintzler, Karen Blixen, Lou Andreas Salomè…
Ottimo il lavoro di Stefano Sabelli, artista a tutto tondo (attore, cantante, performer) seducente, accattivamnte, brillante nel continuo imporsi ed esporsi dei suoi protagonisti. Mai un attimo di noia, di insofferenza (…) I suoi Sogni corrono veloci intramati di ricordi, citazioni (Shakespeare, Borges, Stevenson) cullati dalla musica. Beethoven, Strauss, brani jazz e ballate popolari, celebri songs resi immortali dalla voce di Frank Sinatra.

IL TEMPO – 16/02/99 – Carmela Piccone

La scenografia è una giostra che al momento opportuno si ferma per far vivere, in un quadro, l’interprete del nostro arco vitale.. Stefano Sabelli, accompagnato dalle musiche di Donato Cimaglia, riesce a dar vita alla dotta e visionaria esternazione delle nostre coscienze con grande estro imprevedibilità e un pizzico di insana e avvolgente follia, cocktail necessario per interessare e interessarsi all’ego attoriale.

ITALIA SERA -17/02/99 – Paola Aspri

Se Caruso è bravissimo nell’ideare dei veri e propri monologhi che richiamano alla mente riferimenti letterari comuni, spesso anche coltissimi e raffinati, Sabelli è estremamente abile ad evitare il rischio di un lavoro troppo didascalico, fornendo chiavi di lettura immediate e suggestioni profonde, per mezzo di costumi, musiche, luci ed intonazioni vocali differenti. Quando la giostra gira si torna tutti bambini, si aspetta che si apra lo scenario seguente chiedendosi chi vi si troverà, come se si parlasse di amici e di elementi ormai propri dell’immaginario collettivo.
Splendida l’atmosfera marina con il vascello dove al tempo stesso siedono il Corsaro Nero ed Achab, Lord Jim e magari Nostromo, con il rumore del mare che si porta via anche i nostri sogni e le nostre fantasie di bambini e adulti.

IL GIORNALE D’ITALIA 25/02/99 – Gianluca Verlezza

Le stanze dei Sogni potrebbe essere definito una summa dei vari modi di fare teatro. Recitazione classica, musica dal vivo, proiezioni, canto, creano infatti un insieme suggestivo di immagini e atmosfere grazie anche a una scenografia funzionale: una giostra di stanze che ruotano, con cambi a vista, e che impegnano il protagonista a variare velocemente, epoca, sfondo e costume.
In scena i sogni confessioni di personaggi famosi di ieri e di oggi, tra gli altri, Frank Sinatra,Amleto, Borges, Schnitzler, Orson Welles, Andrè Lou Salomè. L’interpretazione di quest’ultima, che appare simile a una bambola meccanica sospesa in aria, è un po’ l’emblema della recitazione eclettica del funambolico Stefano Sabelli.

AVVENIMENTI 11/04/99 – Alma Daddario

Recensioni – Da Paulo Coelho a Laurie Anderson, ventitré interviste raccolte nel libro di un analista junghiano

di Luciana Sica (Fonte: La Repubblica)

Robert Altman e James Hillman, Laurie Anderson e Paulo Coelho, Georges Lapassade e Judith Malina. E poi ancora: Alberto Oliverio, Dacia Maraini, Aldo Carotenuto, Bianca Garufi, Laura Morante, Paolo Rossi, Daniele Sepe, Ernest Lawrence Rossi… ventitré personaggi intervistati sul sogno e la psicoanalisi, una galleria di ritratti piuttosto insoliti – di professori, antropologi, registi, attori, scrittori, pittori, musicisti, insomma d’ intellettuali e artisti – raccolti in un libro che ha un titolo basato su un calembour facile facile ma di sicuro effetto: Di che sogno sei, in uscita da Liguori (pagg. 170, lire 35.000). L’ autore è il quarantaquattrenne Amedeo Caruso, specialista in medicina interna e psicoterapeuta di formazione junghiana, studioso di trance e d’ ipnosi, ma anche appassionato cultore di piaceri letterari, con un gusto vistoso per il cinema, il teatro, la musica. Si direbbe uno psicoanalista en artiste, e il suo libro in qualche modo gli somiglia, riflette senz’ altro l’ eclettismo intellettuale, o anche più semplicemente il divertimento dell’ autore, la passione di curiosare, d’ indagare nelle pieghe più segrete degli affascinanti personaggi che tanto gli piace incontrare. Ecco, divertissement è la parola più adatta per descrivere questo libro esile ma gradevolissimo: se manca ovviamente lo spessore del saggio scientifico, alcuni passaggi possono comunque interessare anche i lettori più avvertiti. In particolare, è molto ben condotta l’ intervista ad Alberto Oliverio, uno psicobiologo di fama. Le risposte sono precise, mai banali, sempre molto colte. Da sottoscrivere pienamente è il punto di vista di Oliverio sulla psicoanalisi: poco gli importa “delle diatribe, delle valenze terapeutiche, se cura o non cura, se è morta o vegeta o vive”. E’ ben altro che conta alla fine, non certe posizioni apocalittiche che dissimulano malamente interessi fin troppo scoperti. Dice Oliverio, col sano distacco del neuroscienziato: siamo comunque di fronte a “un fenomeno che ha sovvertito completamente l’ immaginario non soltanto artistico e culturale, perché non credo che esista un artista del Novecento che non abbia dovuto fare i conti con l’ inconscio… “Poi è entrato, per utilizzare un termine junghiano, nell’ inconscio collettivo insieme ad altre discipline scientifiche, come per esempio la dimensione relativistica del pensiero, che oggi si tende a sottovalutare”. A volte invece – in questo singolare libro di Amedeo Caruso – le emozioni vengono profuse a piene mani, quasi con spudoratezza. Mettiamo – per fare un solo esempio – l’ incontro con la Anderson, sofisticata musicista sperimentale e donna bella e misteriosissima, “indossatrice di voci”, com’ è stata più volte definita (in modo riduttivo). Con lei il discorso scivola su tracciati diversi, assume subito un che di poetico e soprattutto di religioso, da quei laghi ghiacciati che sogna tanto spesso all’ adesione al buddismo. E come osa concludere l’ autore del libro il suo incontro con la Anderson? Con una frase che di asetticamente professionale non ha proprio nulla, e somiglia piuttosto al malinconico addio di un ragazzo innamorato: “Bon voyage, Laurie, today and forever and a day!”.

Il nodo junghiano. Intervista al prof. Luigi Zoja

05/02/2011: Amedeo Caruso, socio fondatore del Centro Studi Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto, ha intervistato a Milano il Prof. Luigi Zoja in occasione del Convegno “50 anni senza Jung” (12° Convegno del CSPL).

Caruso e Zoja si sono confrontati sull’eredità e l’attualità del pensiero di C.G. Jung in relazione a psicoterapia e movimento psicoanalitico.

Questo video è un estratto dell’intervista integrale curata da Amedeo Caruso, realizzata per la regia di Benedetta Rinaldi (socio del CSPL) e montata da Marco Muffolini.

Lo psicoanalista all’Opera

Terme di CaracallaQuesto è un breve diario di ascolti e visioni (ed emozioni, e rimozioni) operistiche cui abbiamo assistito (e che ci hanno assistito) da marzo ad agosto del 2006. Da Napoli a Roma, da Narni a Pesaro il vostro critico psicoanalista e andato all’Opera.

Napoli, marzo-aprile. Appassionati di Mozart ci rechiamo al San Carlo per ritrovare Le nozze di Figaro, con la regia di Martone. Ci delude la messinscena, anche se lodiamo l’orchestra diretta da J. Tate. L’opera buffa del supremo viennese, cosi colorata e birichina e profonda, risulta ingrigita e immalinconita dalla ricercata poverta (ma quanto sara costata?) del regista napoletano. Torna in mente uno spettacolo indimenticabile plasmato con grazia michelangiolesca al Comunale di Firenze dal regista francese Antoine Vitez, che catturo e definì per sempre, decenni or sono nella nostra idea della caverna platonica, quest’opera di Mozart. Il divino Amadeus concentro tutta la sua visione del mondo (e dunque dell’amore, delle relazioni, dell’amicizia, degli affari) nella trilogia “italiana” – con libretto composto nella nostra lingua da quel magnifico scrittore e viaggiatore che fu Lorenzo Da Ponte. Mozart richiede lo spirito gaio di un uomo persuaso delle vanita delle cose terrene, e che coincide con la visione joyciana che la vita essendo poco trasformabile necessita dell’inclinazione degli esseri viventi alla sua accettazione. Di tutto questo non c’e traccia al San Carlo.

Concediamo a Martone un’altra chance. Torniamo nel Regno dei Borboni (camerieri e tassisti maleducati piu di prima, tendenza ovunque alla “furberia dei quartieri”) per il Cosi fan tutte. Stessa impressione. Delusi per la nuova pesantezza volgiamo un pensiero ad una deliziosa, medesima mise en scene fatta da Giorgio De Lullo al Festival di Spoleto (quando era ancora un festival). La grazia, la dolcezza, l’eleganza, la finezza del grande compagno di Romolo Valli raggiunsero lo zenit, quella sera, della capacita magica dell’Opera. Piu del cinema, piu del teatro, ti ingloba in se e ti ospita – felice prigioniero – in un mondo dove regnano gli occhi e le orecchie, facendo levitare il nostro corpo. Cherubino che vola – letteralmente! complice Vitez (1979, dirigeva Muti) alla marcia militar per non fare piu il farfallone amoroso, e la fede delle femmine che e come l’Araba Fenice (“che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”), secondo De Lullo (1977, dirigeva Daniel Nazareth) continuano a cancellare qualunque ricordo di queste visite (con lacrime) napoletane. Rinunciamo al Don Giovanni (martonesco) e preferiamo aiutare i nostri pazienti a trovare l’amore maturo, fermi questa volta sulla nostra poltrona.

Roma, giugno. Sbarca il Turco in Italia nella capitale con un nocchiero–regista pieno di talento, Stefano Vizioli. Amabile e gioiosa, piena di inventiva e di forza ludica e caratteriale quest’opera avrebbe fatto felice anche il rubicondo Rossini e restera memorabile. Sara un caso che questo regista ancora giovanissimo e stato invitato dal Centro Studi di Psicologia e Letteratura gia dieci anni fa per parlare insieme di psicoanalisi e musica alla Casa della Cultura di Roma e dove incanto la platea?

Caracalla, luglio-agosto. Passati buoni trent’anni dall’ultima abluzione alle Terme operistiche dove assistemmo ad una scalcinatissima Aida (chi era il regista? Chi il direttore d’orchestra? Ma c’era l’orchestra?) con elefanti sul palco e chiacchieroni americani–pop e corn–sugli spalti ed elicotteri rumorosi in cielo e dove giurammo di non tornare mai piu, eccoci tornare sul luogo del delitto (never say never) trascinati da una pantera verdiana. Una coloratissima scena e una forbita regia di Paolo Micciche con una buona direzione d’orchestra di Silvano Corsi ci riappacificano con il luogo e tornano a farci emozionare.

Torniamo a vedere a Caracalla anche Turandot di Puccini e ci piace l’idea registica di Henning Brockhaus di cominciare con gli interpreti truccati da Puccini e compagni per poi mettere in scena l’opera e terminare laddove ha terminato Puccini (e noto l’episodio del grande Toscanini che si giro verso il pubblico esclamando “Qui finisce l’opera e a questo punto il maestro e morto!”), in quanto l’autore non riusci’ a concludere questo capolavoro, la cui fine (commissionata a Franco Alfano) in questa realizzazione si svolge con gli artisti che ricambiano gli abiti e recitano cantando di(s)messi la parte finale: nessuno dorme.

Narni, agosto. Il felino verdiano ci accompagna alla scoperta di un’altra Aida splendida, commovente e indimenticabile con regia, scene e costumi di Paolo Baiocco e con la luminosa, fulgida e coinvolgente direzione del maestro Francesco Chirivi’. Scopriamo che questo e l’esordio nella direzione d’orchestra del musicista (diplomato in flauto) che ha piu che diretto, accompagnato con bacchetta di acciaio in guanto di velluto bianco l’orchestra e il coro della della Filarmonica “Banatul” di Timisoara, come un condottiero sempre alla testa del suo esercito, che non passa mai in retroguardia e si distingue per la fierezza ed il coraggio dei propositi, si che i suoi orchestrali guardino a lui come all’esempio per portare a termine l’impresa. Come Cesare potrebbe scrivere di se: “Sono, sogno, suono”. Questa Aida e inoltre particolarmente intrigante perche e costruita su una storia che e un po’ leggenda e che potrebbe essere un archetipo. Infatti a Narni e conservato il Sarcofago di Ramose dove potrebbe essere celata la vera Aida che si chiamava in realta HAI THA.

Un gentiluomo di Narni ha trasportato questo sarcofago fin qui dall’antico Egitto ed il talentuoso regista Paolo Baiocco ha costruito le scene partendo dalle fattezze dell’originale. Il risultato e stato uno spettacolo vivo, emozionante e finalmente diverso dalle messe in scena colossali e da quelle stereotipe.

Pesaro, agosto. Fulminati da Rossini, e forse trascinati a lui dal nostro adorato Stendhal (che scrisse una “Vita di Rossini” deliziosa) quest’anno ci regaliamo le tre prime in programma. Torvaldo e Dorliska con la regia dell’efferato Martone, che pero questa volta non ci fa inquietare. L’opera e abbastanza rara, ma a questo vuole servire anche il festival, a far conoscere le opere meno rappresentate del grande pesarese, che nonostante le simpatie francesi e quelle della Francia per lui, ha destinato tutto il suo patrimonio in eredita alla citta che gli ha dato i natali, con il fermo appoggio della seconda moglie francese, che qui tutti lodano, fino a pensare di dedicarle strade e monumenti. Il secondo giorno va in scena “La cambiale di matrimonio” che e l’opera prima di Gioachino, ed e semplicemente fantastica, anche se la regia non e nuova, ma ripescata nel lago del tempo quando fu commissionata a Luigi Squarzina. Data la sua brevita vi e annesso “L’obbligo del primo comandamento” di Mozart e nessuno capisce perche. Incontro il mio amico Arrigo Quattrocchi, critico musicale del “Manifesto” (nonche ospite tra gli esperti musicali nel mio libro “Di che sogno sei?”) e cerco delucidazioni. In effetti anche lui e perplesso di questo ripescaggio della vecchia regia di Squarzina e soprattutto della incollatura di un Mozart davvero solo per iniziati o fanatici che starebbe bene solo in un revival mozartiano. Leggo l’indomani le sue critiche sempre centrate ed illuminanti. Lui segue il festival dal 1985, dalla sua nascita e pertanto e uno dei maggiori esperti del fenomeno, un vero Genius Loci. Per fortuna c’e Dario Fo che con la sua “Italiana in Algeri” la terza sera fa in modo che “se ne cada o’teatro” (secondo la classica definizione del successo secondo Eduardo) ed anche lui sarebbe insieme a Vizioli–il regista preferito del genio autore de “Il barbiere di Siviglia”. Dario Fo e in forma smagliante e ha dipinto le scene e progettato i costumi, come farebbe un giovanissimo artista alla sua prima prova d’accademia, mettendoci tutta l’anima. Ha reso attuale e soave quest’opera senza perdere nulla della sua grinta personale e della sua poetica, che si esprime anche in un’opera leggera e giocosa come questa. I commenti seri sulla musica e sul canto cercateli sotto la firma di Arrigo Quattrocchi, una vera garanzia per principianti ed iniziati. Per quanto ci riguarda–e a nostra discolpa–come psicoanalisti eravamo semplicemente in vacanza, ma possiamo senz’altro svelarvi un segreto: abbiamo scoperto che l’opera fa sognare.