Arthur Schnitzler come psicologo

È stato un gioco! Cos’altro esser doveva?
Non è che un gioco il nostro agir terreno,
Anche se ci sembrò così grande e profondo!
Con schiere di feroci mercenari gioca l’uno,
Un altro con superstizioni folli.
Qualcuno gioca con i soli, con le stelle,
lo gioco con le anime. Un senso
Lo troverà soltanto chi lo cerca.
L’un dentro l’altro scorrono sogno e veglia,
Verità e menzogna. In nessun luogo v’è certezza.
Nulla sappiam degli altri, nulla di noi;
Giochiamo sempre, chi l’intende è saggio
Paracelsus, A.Schnitzler

La storia della letteratura annovera un piccolo grup­po di grandi scrittori laureati in medicina che hanno apportato, pur nella loro sconfinata eterogeneità, una caratteristica comune al racconto, l’analisi psicologica. Pensate a Francois Rahelais, Jean Itard, Anthon Cechov, Michail Bulgakov, Arthur Conan Doyle, Wllliam Somerset Maugham, Louis-Ferdinand Céline, Carlo Levi, Georges Duhamel, Mario Tobino, Oliver Sacks. Sono sicuro che ciascun nome ha evocato nel buon Lettore il ricordo di appassionanti letture con risonanze interiori uniche.
Il nostro microscopio si accinge ad esaminare il dottor Arthur Schnitzler. Medico laringoiatra in Vienna fino al 1893, è stato un grande scrittore di novelle, romanzi e testi teatrali, nonché valente sceneg­giatore cinematografico per gli adattamenti dei suoi lavori. Contemporaneo di Freud e, per qualche verso, suo doppio, dedica alla neonata psicoanalisi alcune considerazioni tutt’altro che banali. E posso aggiungere molto attuali: Il metodo psicoanalitico è un interpretare sfrenato, talvolta anche coatto, fino a un determinato punto in cui ci si arresta arbitrariamente: la sfera sessuale. Ci si domanda perché non proceda ulteriormente nell’interpretazione, sino alla morte, a Dio e così via. Il metodo psicoanalitico approda nell’inconscio spesso senza necessità, ben prima che sia lecito. A volte per pigrizia mentale, altre volte per ottusità o per monomania. La psicoanalisi ritiene di conoscere l’inconscio del paziente o della vittima in ogni caso meglio di lui stesso. Anche ammettendo che l’analizzato sia stato, nel rispondere alle domande a lui rivolte, perfettamente sincero (il che accade più raramente di quanto possano immaginare gli psicoanalisti, anche quando gli analizzati sono mossi da buona volontà e anche questo accade più raramente di quanto gli psicoanalisti possano credere), si verificheranno molti casi, più di quanto gli analisti vorranno ammettere, nei quali il paziente saprà penetrare nel proprio inconscio più profondamente dell’analista e in modo più esatto.

Vorrei perciò disseppellire dall’oblio lo psicologo Arthur Schnitzler. Non so quanti di voi ricorderanno però che a differenza di altri scrittori, il suo confronto con la psicoanalisi si è articolato attraverso una ricerca squisitamente artistica, che non si è accontentata di assorbire ed elaborare personalmente solo gli studi di Freud, ma, come un perturbante suo fratello, ci ha con­dotto alla scoperta di una speciale terra di nessuno definita medioconscioe utilizzata dalla sua creatività.

Il medioconscio, chi è costui? Lasciamone la descri­zione allo stesso Schnitzler:
La psicoanalisi parla di conscio e inconscio ma trascura, secondo me, la zona intermedia, quella del medioconscio che costituisce il territorio più enormemente esteso della vita psichica e spirituale; da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio, o precipitano nell’inconscio. Il medioconscio è sempre disponibile. Ciò che conta soprat­tutto è la sua ricchezza e la sua capacità di reazione. Conta, però, anche se il movimento tra il medioconscio e il conscio da una parte, e il medioconscio e l’inconscio dall’altra, si compia senza interruzioni in modo rapido o lento e così via. Il medioconscio sta all’inconscio come il sopore sta alla morte apparente. Colui che è assopito può essere sempre destato con facilità, non così (almeno non sempre) il morto apparente. La psicoanalisi agisce molto più spesso sul medioconscio che (come essa crede) sull’inconscio. […] La rimozione avviene molto più spesso in direzione del medioconscio che dell’inconscio. E la psicoanalisi scava in rarissimi casi così profondamente come essa crede. Gli elementi del medioconscio sono in continuo movimento e il più lieve stimolo può far salire uno di questi elementi alla coscienza. Se così non fosse non esisterebbero né un’attività mentale, né uno sviluppo psichico.

Corre l’obbligo, a questo punto, prima di commenta­re questa definizione, di ricordare che Theodor Reik, allievo di Freud, ebreo come il suo maestro, emigrato negli Stati Uniti d’America per sfuggire alla persecuzione nazista, pubblicò nel 1913 un libro di 230fitte pagi­ne intitolato Arthur Schnitzler als Psycholog, (Minden, J.C. Bruns, 1913) che ho recuperato grazie al brillante, ami­chevole e risolutivo interessamento del mio maestro Aldo Carotenuto. Questo libro, è bene che si sappia, non è stato ancora tradotto in italiano e converrete con me che ciò è vergognoso per l’editoria italiana.

In Arthur Schnitzler come psicologo, Reik incensa note­volmente lo scrittore che ha a lungo frequentato. Egli fa della sua opera un commento prettamente psicologico, sottolineando prevalentemente i parallelismi con la psi­coanalisi di Freud.
Infatti, appena uscito il libro, Schnitzler nel ringraziare Reik gli dice di averlo letto con interesse davvero intenso e molto spesso anche con oggettiva approvazio­ne, ma naturalmente, non senza vivaci obiezioni. Lei ha visto, osservato, individuato nei miei lavori soprattutto valori e relazioni che la maggior parte dei critici di pro­fessione hanno bellamente ignorato; e finché Lei rimane nell’ambito del conscio, concordo spesso con Lei. Ma il mio inconscio, o diciamo meglio il mio semiconscio, lo conosco comunque meglio di Lei, e a condurre nel buio della psiche – è una cosa di cui sono sempre più convin­to – ci sono più strade di quante possano mai sognarsi (e interpretare nei sogni) gli psicoanalisti. E molto spesso c’è anche un sentiero che conduce nel bel mezzo del chiaro mondo interiore, laddove essi – e Lei con loro – troppo presto credono di dover svoltare nel regno delle ombre.
Come sottolinea anche Giuseppe Farese in Arthur Schnitzler. Una vita a Vienna (Mondadori, 1997): …il semiconscio è un primordiale appellativo di quella regione intermedia dell’anima che poi egli chiamerà definitivamente medioconscio.

Schnitzler si ribella all’interpretazione reikiana della propria opera sotto l’unico cielo della freudiana onnipo­tenza dei pensieri. Al suo diario confiderà, dopo tanti colloqui con Reik, la propria simpatia per gli psicoanalisti, sebbene li trovi un po’ troppo monomaniaci.
E lui che ha detto: Non è nuova la psicoanalisi, ma Freud. Così come non era nuova l’America, ma Colombo. La psicoanalisi è sempre esistita; ogni medico, ogni poeta, ogni uomo di stato, ogni conoscitore di uomini non poteva non usarla, anche se ciò avveniva in modo inconscio o automatico.
E in fondo Freud nella lettera di auguri del 14 maggio 1922 per il sessantesimo compleanno di Schnitzler, gli confessa di averlo fino ad allora evitato per una specie di timore del sosia. Nella stessa lettera gli riconosce il merito di sapere tutto quello che lui stesso aveva scoperto tramite un faticoso lavoro su altri uomini.

Freud elogia l’intuizione del concittadino e l’arricchisce di significato definendola una raffinata autopercezione e aggiunge: Credo, anzi, che nei profondo del Suo essere Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo, cosi sinceramente obiettivo e impavido, come nessuno prima di Lei.
Si scusa infine per essere caduto nuovamente nell’analisi – non riesco proprio a fare nient’altro – dei suoi scritti e conclude malinconicamente che purtroppo L’analisi non è un mezzo per farsi ben volere. Se l’analisi non è un mezzo per farsi ben volere, come sottolinea Freud, certamente lo è l’opera di un artista, di un drammaturgo come Schnitzler.

In realtà noi stimiamo, amiamo, chi è in grado di comunicarci, attraverso l’arte, quasi conducendoci per mano, sensazioni e conoscenze che avvertivamo in un luogo a noi sconosciuto, il medioconscio.
La mia ipotesi è che Schnitzler abbia voluto comuni­carci che il medioconscio sia accessibile unicamente agli artisti. Questa no mans’ land, che dobbiamo credere appartenga solo agli artisti, ci consente di entrare nelle zone più segrete della nostra vita.

Ecco allora, in breve, l’Interpretazione dei sogni secondo Schnitzler (tratto dall’opera Il velo di Beatrice):

I sogni sono desideri senza coraggio,
desideri sfrenati che la luce del giorno
ricaccia nei meandri della nostra anima,
da dove essi osano uscire, strisciando, solo di notte

Schnitzler è un individuo provato dall’esistenza, al quale non vengono risparmiati dolori di ogni sorta. Dispiaceri coniugali, ma soprattutto la tragica perdita della figlia Lili, che si toglie inspiegabilmente la vita prima dei vent’anni, con la pistola del marito, l’italiano Arnoldo Cappellini, ufficiale della milizia fascista, sposa­to l’anno prima.
Anche Freud ha un cammino difficile, muoverà l’Acheronte in mezzo ai flutti minacciosi della medicina ufficiale, sarà tradito dal suo delfino Jung e sprofonderà nell’angoscia per la morte di un nipotino amatissimo.
Entrambi medici si allontaneranno dal camice bian­co, per andare incontro a destini diversi. Studieranno tutti e due il metodo della suggestione catartica.
Freud andrà a Parigi da Charcot, Schnitzler si interes­serà dell’afonia funzionale e del suo trattamento con l’ipnosi. Ripudieranno insieme anche questa. Dopo la morte dei rispettivi padri, Freud scopre il complesso di Edipo; Schnitzler chiude lo studio di laringoiatra e si dedica esclusivamente alla scrittura. Freud si prende la rivincita nei confronti della medicina: con lui nasce la moderna psichiatria.
Schnitzler inventa un teatro rivoluzionario. Canta Eros, con le sue lusinghe e i suoi inganni eterni in Girotondo, dove non esistono personaggi, ma tipi psico­logici. In questo incomparabile testo viene messa in scena la giostra dell’amore, dieci piccoli dialoghi tra figu­re emblematiche dell’umanità: la prostituta ed il soldato, la cameriera e il giovane signore, la giovane signora e il marito, la donnina galante e il poeta, l’attrice e il conte che darà la mano alla prostituta per chiudere il cerchio dell’amore. Tutti ingannano e sono ingannati. Tutti inconsapevoli vinti e nel contempo illusi vincitori.

Un magistrale caso di perdita dell’identità dell’Io è il tema di Fuga nelle tenebre. In Brezza d’estate si può leggere una delle più belle definizioni del tempo analitico: forse le ore sincere, veritiere, sono proprio quelle in cui si capisce del tutto ciò che si vive – e s’intravede al contempo ciò che ci si è lasciati sfuggire.

Con Il sottotenente Gustl compare il primo monologo interiore di lingua tedesca. Ma è soprattutto Doppio sogno che, pur consegnando con grande anticipo il nostro autore ad un fama imperitura, troverà solo ai tempi odierni il meritato largo consenso.

Uno dei più geniali registi del ‘900, Stanley Kubrick, ha concluso la sua opera e la sua vita con il film Eyes wide shut, un titolo che rappresenta una contradictio in terminis. Occhi ben aperti, spalancati diremmo in italiano, si traduce con Eyes wide open. Nel titolo dell’opera siamo in presenza di un ossimoro, una figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono concetti antiteti­ci nella medesima locuzione. L’uso di shut, chiuso, non può che rappresentare la posizione delle palpebre durante l’attività onirica.

Questa pellicola ha fatto balzare ai vertici dei libri più venduti in tutto il mondo il vecchio Doppio sogno di Schnitzler, utilizzato in una fedele trasposizione cinematografica. Ma Schnitzler non era nuovo al mondo della Fabbrica dei sogni. Sceneggiatore di film tratti da suoi lavori, possiamo considerarlo un importante collaboratore della Decima Musa fin dai primordi. Nel 1914 partecipa alla realizzazione di Elskovsleg, film muto danese tratto da Liebelei; del 1921 è The Affairs of Anatol per la regia di Cecil B. de Mille (dal Ciclo di Anatol); il Giovane Medardo viene girato da un certo Mihalvy Kertefz che niente altri è se non il regista di Casablanca, Michael Curtiz; nel 1927 altra versione di Amoretto (Liebelei), diretto da Jacob e Luise Pleck; nel 1928 Freiwild (Res nullius) con la regia di Madsen, ed infine Fraulein Else nel 1929, diretto da Paul Czinner.

In un’intervista del 1927 rilasciata al giornalista americano Georg Viereck lo scrittore confessa: la mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano. Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Molti dei miei intrecci mi vengono in mente nel sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stesso. Rappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima.

La Traumnovelle si articola in sette tempi che scandiscono un giorno e una notte della coppia borghese composta da Fridolin, medico e da Albertine, sua moglie.
L’incipit li vede insieme ad addormentare la loro bambina. Ma questa ouverture contiene già tutti i temi del dramma coniugale. In poche pagine leggiamo il resoconto di quanto è accaduto durante il ballo in maschera il giorno precedente, e di quanto ha scatenato nei due protagonisti.
Entrambi lusingati, da un corteggiatore polacco lei, e da due compiacenti dame lui, restano fisicamente fedeli, l’uno all’altra, ma non insensibili alle fascinazioni di Eros.

Albertine in un eccesso di confidenza rivela al marito di aver subìto tempo addietro una fantasia di seduzione irresistibile, provocata da un aitante e misterioso ufficiale. Fridolin è attonito, ferito, stravolto. Ma ecco arrivare una chiamata urgente per il dottore. Dal secondo tempo accompagneremo il medico in un incontro con la figlia del paziente moribondo che, proprio sul letto di morte del padre, gli rivela il suo amore. Fuggito dalla casa dopo aver stilato il certificato di morte per il padre e di rinuncia per la figlia, lo vediamo accettare l’invito di una prostituta procace. Ma anche questa volta si ritrarrà dal compiere l’atto sessuale. Arriva infine, ospite inatteso e indesiderato, in una strana villa con maschere dedite a rituali orgiastici. Appena scoperto viene minacciato di morte, finché una donna misteriosa si offre come capro espiatorio, ottenendo la sua libertà. All’alba rientra a casa dopo aver assistito all’ultima incognita della notte, la visione all’obitorio di una donna che potrebbe essere la prostituta incontrata qualche ora prima, o addirittura la maschera che si è offerta come vittima sacrificale al suo posto.  Trova la moglie a letto in preda a un sogno innegabilmente erotico e la sveglia, notando nello stesso tempo la sua propria maschera, proprio quella che non riusciva a trovare di ritorno dalla villa, posta sul suo cuscino. Albertine gli ricorda improvvisamente sia la giovane sgualdrina che l’elegante signora sconosciuta sua salvatrice. I due dovranno confrontarsi e gettare finalmente la maschera dov’è nascosto il desiderio.  A questo punto la vita di coppia ha conosciuto il mondo infero dell’amore, che comprende la trasgressione e l’insoddisfazione, la ricerca insaziabile della felicità e gli appetiti sentimentali inappagati.

Nessun sogno è interamente un sogno e neanche svegliarsi ci difende da ciò che abbiamo vissuto durante l’attività onirica. Nessun tradimento fisico sembra essersi perpetrato ai danni dell’altro coniuge, ma una luce notturna illuminerà da questo momento il futuro dei due.  Non si può ipotecare il futuro, commenta la voce della donna che si è rifugiata nei sotterranei del sogno, contrariamente al marito che ha cercato i fantasmi, da sveglio, attraversando le ore della notte.

Credo che la chiave di lettura psicologica della Traumnovelle consista nella capacità dell’autore di rivelare attraverso il sogno i protagonisti a se stessi e ancora di più l’uno all’altro. Nel racconto sembra dispiegarsi con estrema semplicità una certa parte della psicologia junghiana. Non sembra azzardato individuare l’Anima in Albertine, che si identifica tout-court con il mondo onirico.  L’Anima aiuta a gettare la maschera della Persona die­tro cui si nasconde Fridolin. È per questo motivo che il maschile viene deputato a vivere ciò che è consentito al femminile soltanto sognare. Ma è nell’armonia di entrambi, consapevoli dei propri demoni interiori, che è possibile vivere.

Schnitzler, dopotutto, è l’unico scrittore legalmente autorizzato a scrivere per noi questa diagnosi: la vita è a rischio del sogno. E forse a poterci curare.

Già comparso in Giornale Storico di Psicologia Dinamica n.47, aprile 2000 Di Renzo Ed., Roma.

Pubblicato da

Amedeo Caruso

Presidente del Centro Studi Psiche Arte e Società, direttore dell'omonima rivista. Medico-Chirurgo, specialista in Medicina Interna, Psicoterapeuta, Esperto in Bioetica.