La vita umana… ah! la vita, semplicemente… La vita è poesia. E siamo noi che la viviamo giorno per giorno, frammento per frammento, nella sua inviolabile integrità, inconsapevoli di noi stessi ed è la vita che ci vive, che ci conduce.
Lou Andreas Salome
Impossibile scrivere queste riflessioni senza passare attraverso la bellissima biografia di H. F. Peters, Mia sorella mi sposa – La vita di Lou Andreas Salome, pubblicata in Italia nel 1962. Questo libro è così affascinante che si intuisce subito l’attrazione subita dalla sensibile e valorosa regista Liliana Cavani, che si è ispirata a questo libro intenso e minuzioso per il suo fortissimo film Al di là del bene e del male del 1977. Il film è stranamente introvabile, ma per fortuna sono in possesso della sceneggiatura, che ho riletto voracemente, facilitato dalle sottolineature che vi avevo impresse almeno trent’anni fa. Obbligatorio addentrarsi nei suoi scritti letterari, circa venti, non tutti tradotti, non tutti reperibili. Imprescindibile conoscere i suoi scritti di psicoanalisi, dall’incontro con Freud fino alla sua morte. Lou ha scritto anche una autobiografia, Il mito di una donna Guaraldi Editore, 1975, che secondo Peters è interessante per quello che non dice. Alla sua morte, nel 1937, lascerà all’amico Pfeiffer il compito di custodire e decidere dei suoi diari e delle sue lettere.
Perché allora ci occupiamo ancora di lei? Non certo per raccontare di nuovo quello che esiste già ben scritto sulla pagina e ben descritto in pellicola, ma per indagare sulle ragioni che hanno condotto il fiume prorompente della sua esistenza nel mare della psicoanalisi. Dichiariamo subito quel che abbiamo capito vivendo insieme a lei, fianco a fianco, divenutaci amica, da semplice conoscente quale era prima di nuotare nei suoi scritti. Abbiamo sentito il fiato, l’odore, la forza delle sue parole, il coraggio dei suoi sentimenti, e l’audacia delle sue azioni uscire dalle pagine nelle quali ci siamo immersi, che sembravano bollire come acqua a cento gradi, liberando bolle che si aprivano sprigionando l’essenza della sua vita. Il senso dell’esistenza di Lou Andreas Salome è consistito nell’affermazione della libertà, della sua libertà di azione e di pensiero. Non che Lou non fosse libera prima di conoscere la psicoanalisi, ma il contatto con la scoperta freudiana l’ha aiutata, giustificata, consolata, rinforzata nella sua visione della vita. Dunque questo percorso, in parte narrativo, in parte riflessivo, sui passi di Lou, vuole essere soprattutto una meditazione sul senso della psicoanalisi e della vita, e non soltanto quella di Lou. Sul senso della vita mia e tua, Lettrice o Lettore che mi segui in questo cammino di parole.
Lou nasce a Pietroburgo in Russia, il 12 febbraio 1861. Unica figlia di un generale che la adora, e di una madre molto più giovane del marito, Lou ha cinque fratelli, due morti precocemente. Il fratello maggiore segue le orme paterne, abbracciando la vita militare; quello di mezzo farà l’ingegnere; il fratello minore diventa pediatra.
La perdita della fede in Dio fu il primo grande choc della adolescente Louise, che ricorderà questo momento acuto e terribile in un suo scritto psicoanalitico: Quasi lei stessa avesse precorso le idee freudiane sull’esistenza di Dio, inteso come un desiderio di un padre perduto, il bisogno di un padre eterno che ci accolga e ci perdoni. Alla morte del padre infatti dirà a se stessa (e lo scriverà): ecco ora sono veramente sola e indifesa. Con il padre ha un rapporto preferenziale, profondo e passionale. Lo adora. Lo dimostra un episodio di quando era bambina, e viene morsa da un cane di famiglia a cui è affezionata. Non dice nulla e va a scuola. Al ritorno apprende che uno dei servitori di casa è stato morso anche lui dal cane, e che l’animale viene soppresso perché sospetto portatore di rabbia. La bambina chiede allora al medico quali siano i sintomi della malattia e viene a sapere che sono l’idrofobia e il desiderio di mordere il migliore amico. A questo punto è terrorizzata perché teme di voler mordere il padre! Dal padre ancora apprende il valore del denaro. Una volta lui le dona una moneta d’argento da dieci copechi, per insegnarle il valore dei soldi. Lei però vuole dare in elemosina la moneta a un mendicante. Il padre si oppone, e le spiega che ciò che deve fare è donare al povero al massimo la metà della sua ricchezza. Così il padre tramuta la moneta da dieci in due da cinque, altrettanto brillanti e in tal modo le consente di fare del bene e di essere giudiziosa. Ha invece un rapporto conflittuale con la madre. Prova ne sia una storia della sua prima infanzia, quando vede dalla spiaggia la madre che nuota e le urla: Mammina, tesoro, annega, ti prego!. La madre sbalordita risponde: ma allora morirei… e lei: non fa niente! La madre vivrà fino a novant’anni ma Lou le darà filo da torcere, perché non si sottometterà mai alla sua giurisdizione. Giovanissima comincia a viaggiare insieme alla genitrice senza mai subire i suoi precetti. Lo spirito libero che è in lei si libra in volo prestissimo. Incontra in Italia Malvida Von Meysenburg, una protagonista della liberazione femminile ante litteram, autrice di un libro che a quei tempi fece epoca, Memorie di un’idealista. Malvida Malvida si era trasferita a Roma, di cui pensava che fosse la sola città che come poema vivente possa soddisfare i bisogni estetici dell’anima, e diventò una sorta di madrina spirituale di Lou, sebbene non per molto tempo. Lou conosce nel salotto della Meysenburg, in via della Polveriera (poco distante dal Colosseo), Paul Rée, autore di un libretto di aforismi – pubblicato anonimo – dal titolo Osservazioni psicologiche con cui aveva conquistato l’amicizia e la stima di Nietzsche. La giovane russa era alta, slanciata, con splendidi occhi azzurri. Così brillanti che di lei si diceva che quando entrava in una stanza nella stessa sorgeva il sole. Imbastì una tenera, affettuosa e complice amicizia – senza alcun risvolto sessuale – con Paul Rée, suscitando una campagna di odio e diffamazione contro di lei sostenuta da Malvida Von Meysenburg con lettere offensive alla famiglia di Lou e alla madre di Rée. A queste infamie si aggiunsero poi gli strali di Elizabeth Nietzsche, sorella del futuro famosissimo filosofo, amico di Paul, che finirà per andare a vivere con i due nello stesso appartamento. Curioso, davvero curioso: Lou racconta a Rée di avere un sogno ricorrente, di dividere un grande appartamento con due uomini, due amici, al centro di una grande casa con studio e biblioteca. Fiori e libri e ai lati della stanza si aprono camere da letto. Vivono davvero tutti e tre insieme, e insieme lavorano in perfetta, momentanea armonia, senza che una donna fra due uomini turbasse la serenità della convivenza. Una donna scandalosa per quei tempi, non c’è dubbio. Ma forse sarebbe altrettanto scandalosa una donna che si comportasse così ai nostri tempi, sempre e solo agli occhi di chi guarda senza pensare e senza cercare di capire. Quel che segue è abbastanza noto: il ménage à trois regge male, perché Nietzsche le chiede per ben due volte di sposarlo, ma lei rifiuta. Non riesce a confondere amicizia, confidenza, convivenza, confraternita e matrimonio. Lou ha una concezione molto speciale dell’amicizia e del sesso, nonché del matrimonio. Sta di fatto che non vuole rinunciare all’amicizia con Fritz, ma non vuole neanche scambiare la sua libertà con una fede nuziale. D’altronde ha già rifiutato le profferte di matrimonio di Paul. I due compari avrebbero dovuto capire in quale storia si erano infilati, accettando Lou come coinquilina. Pare che lo Zarathustra sia un’opera consolatoria di Nietzsche, dove non è tanto tenero con le donne. Nel libro aleggiano infatti frasi vendicative forse dirette unicamente a Lou (Vai con le donne? Non dimenticare la frusta!). Nietsche non conoscerà mai la gloria della portata del suo pensiero, che invaderà tutto il secolo fino a sfociare nella psicoanalisi. Darà segni di follia baciando un cavallo a Torino. Una lapide nella città, in via Carlo Alberto testimonia l’episodio. Morì vittima della tabe dorsale, ultimo stadio della sifilide contratta probabilmente in Sicilia. Lou andrà diretta verso la psicoanalisi, passando per la poesia. Di lei infatti Freud dirà: Lou è il poeta della psicoanalisi. Quando uscì in Italia il film di Liliana Cavani ci fu uno scandalo quasi simile a quello suscitato da Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Nel film della Cavani si avanza l’ipotesi che Paul Rée ritrovi se stesso nel riconoscimento della sua omosessualità, ed esiste una scena che fece inorridire e sgomentò i perbenisti, quella in cui il personaggio viene sodomizzato con il collo di una bottiglia. Felix Guattari in una conversazione con Liliana Cavani nel 1977 pubblicata su Le Monde affermava: devo dire che nel film mi sono sentito scrutare da uno sguardo di donna, una donna che ha per me un’identità composita, che è insieme Liliana Cavani, Dominique Sanda, Lou Salome, ma anche certe donne con cui ho vissuto situazioni analoghe. Dato che la stampa francese ha accusato Liliana Cavani di preferire il sex shop alla verità storica, c’è una sola risposta possibile – che era già stata di Lou e che oggi è di Liliana Cavani: non dovete rendere conto a nessuno! Proprio così, Lou Salome non vuole rendere conto a nessuno, a meno che non sia per propria scelta, e questo accadrà soltanto con Freud, quando si sottoporrà all’analisi con lui. Il tempo prima dell’incontro con Freud, che avverrà nel 1911 e che darà un giro di boa – il classico turning point – alla vita di Lou, è semplicemente elettrizzante. Incontra molti uomini, scrive molti libri. Ma il libro più importante è quello della sua vita. Neanche la sua autobiografia o i suoi scritti su Rilke, i romanzi come Ruth o Fenitschka lasceranno una traccia così indelebile nella storia del cammino umano e della psicoanalisi come il suo esempio di vita. Conosce oltre a Nietzsche e Rée anche Rilke, Wagner e Martin Buber, Strindberg, Wedekind e ancora Stanislavsky, Max Reinhardt, Leonida Pasternak (il padre di Boris) e finanche Tolstoj. Durante la sua vita le furono appioppati diversi nomignoli e frasi da leggenda. Quelli dispregiativi sempre collegati con il suo demonico potere di conquistare gli uomini, di farli innamorare di sé, ma soprattutto inscindibili dall’invidia che li creava. La strega dell’Hainberg è quello che le donano gli abitanti di Gottingen, la città dove aveva la residenza con il professor Andreas, unito a lei da un matrimonio bianco. Non sappiamo chi abbia coniato questa frase: Quando Lou si appassiona a un uomo, dopo nove mesi costui mette al mondo un libro! … ma crediamo che sia davvero un aforisma che racchiude tutta la potenza creativa di questa donna fatale, più forte dell’uomo, capace di inventare la nuova donna, un essere in grado di ristabilire l’equilibrio troppo a sfavore del femminile. In questo le sono sorelle Anaïs Nin, Virginia Woolf e Sabina Spielrein. Indipendente e sicura di sé come Anaïs, svolge un ruolo fondamentale per Freud e con Freud, così come Anaïsha fatto con Rank. Le sue idee sulla guerra sono all’incirca le stesse che enuncia Virginia in Tre ghinee e la conclusione è unica: Fate andare al potere le donne e vedrete che forse guerre non ce ne saranno. Ci sarà più dialogo, più pietas per i morti causati da maschi vivi, Altrimenti lasciateci in pace, ci tiriamo fuori, la guerra è un affare maschile. Ci resta soltanto la possibilità di piangere i nostri figli caduti.
Per la psicoanalisi è come Sabina, forse sarà importante più di quanto Marie Bonaparte lo è stata presso Freud. Così come Sabina è stata importantissima per Jung, forse più di Emma o di Tony Wolff. Se Marie Bonaparte ha istituito la psicoanalisi freudiana in Francia e ha prodotto anche la nascita di un Lacan (pensandoci bene), l’apporto di amicizia e solidarietà che Lou regala a Freud è impareggiabile. Se Anais può scrivere nei suoi diari che è pronta per la conquista di Jung (e chissà cosa sarebbe successo se si fossero davvero incontrati!), Lou ha conquistato decisamente Freud, con il quale manterrà un sodalizio – senza sesso – sincero e immutato dal 1911, anno del loro incontro, fino alla morte di lei nel 1937. Come abbiamo detto prima, i suoi incontri d’amicizia e d’amore avevano condotto il Nietzsche rifiutato a comporre lo Zarathustra. L’amaro della sconfitta amorosa bagnò anche Franz Wedekind, che sembra abbia scritto il dittico Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora per vendicarsi di Lou (non a caso la protagonista si chiama Lulu, ed è una donna perduta!). Wedekind, fidando delle sue arti di seduttore, dopo una serata mondana aveva tentato invano una facile conquista di Lou, che invece lo aveva lasciato a bocca asciutta… Non ce ne dispiace affatto, anche perché da quest’opera il regista Georg Wilhelm Pabst trasse il bellissimo film Lulu – Il vaso di Pandora del 1928 con una delle dive più belle, brave e intelligenti di Hollywood, Louise (anche lei!) Brooks (Guido Crepax, sia detto per inciso, si è ispirato per il personaggio della sua eroina fumettistica Valentina proprio a questa formidabile attrice). Torniamo a Lou ed ai suoi amori, prima che incontri Freud. Mentre l’abbiamo lasciata per un momento (ma lo abbiamo già detto tangenzialmente), ha sposato il professor Andreas, dopo che lui si è piantato un coltello in corpo per strapparle la promessa di matrimonio. Questa promessa che lei non tradirà mai, fino alla morte, comporta però il pegno di un’unione che non si consumerà mai sessualmente. Arriva il turno di un giovane poeta, Renè Rilke, che in pochi anni diventerà lo squisito cantore di un mondo invisibile e amoroso, scopritore di nuovi sentieri della lirica e del pensiero creativo. Lui ha 22 anni, lei 36. Questa differenza d’età non è un ostacolo. Da Renè diventa Rainer, e dal poeta esteta e delicato che era prima del suo incontro con lei, si trasforma nell’intenso compositore de I quaderni di Malte Laurids Brigge, de Le Elegie Duinesi e dei Sonetti a Orfeo. La loro storia d’amore è travolgente, come sempre per Lou, e come invece sembra accadere una sola volta nella vita per gli uomini che lei incontra e sceglie. Ma come scrive Peters …il suo rifiuto a continuare una relazione amorosa, una volta che la passione si era spenta, rappresentava una terribile delusione per gli uomini che l’amavano. A troppe riprese conobbe vertici amorosi che spingevano i partner a rendere permanente uno stato che per lei appariva, per la sua stessa natura, transitorio come il fluire e defluire della marea. Sentite però questa dichiarazione d’amore di Lou a Rilke:
Sono stata per anni la tua donna perché tu sei stato per me la prima realtà, uomo e corpo inscindibili l’uno dall’altro, realtà incontestabile della vita stessa. Avrei potuto ripeterti io pure, alla lettera, le parole che tu mi dicesti nel confessarmi il tuo amore: “tu sola sei reale”. Per questo siamo stati marito e moglie prima ancora di diventare amici, non per scelta, ma per l’insondabile mistero di questa unione compiutasi quasi al di fuori della nostra volontà. Non due metà che si cercavano; ma la nostra totalità che si riconosceva tremante in un’unità incomprensibile, preordinata. Così fummo fratello e sorella, come in un passato lontano prima che l’unione del fratello con la sorella divenisse sacrilegio.
Nei confronti dei suoi uomini l’unica regola che conosceva era quella dell’istinto. Una volta, pur avendolo abbandonato da poco per sua scelta, sente un desiderio erotico violento e irrefrenabile nei confronti di un partner, e allora non trova altra soluzione che ingoiare una lettera di lui, unico simbolo concreto della sua fisicità. Ecco un calembour emblematico coniato da Lou: Ai ricordi sono fedele per sempre, agli uomini mai. Non è un caso che Marlene Dietrich scriverà qualcosa di simile anni dopo: Io sono per principio una donna fedele, ma devo ancora conoscere l’uomo che meriti la mia fedeltà. Lou si sta avvicinando a Freud, perché possiamo leggere la sua caparbia volontà di Essere sempre più profondamente se stessa, evolversi secondo il ritmo e la legge della propria natura… Così commenta Peters: Questo determinava le sue azioni e questo ci spiega anche la sua fanatica forza di volontà. Perché secondo lei l’essere umano deve essere libero per potersi sviluppare, per realizzare se stesso. E in ciò Lou vedeva il significato della libertà: la realizzazione del proprio io. Infatti scrive “La libertà si riscatta in noi nei momenti più gravi della nostra esistenza, quando la nostra coscienza non dice: vorrei… ma: eccomi, sono qui e non posso fare altrimenti.
L’incontro con Rilke avviene nel 1897. È una coincidenza significativa che proprio dal Cantico dei Cantici letto insieme a Rilke prende spunto il titolo del libro di Peters: Tu mi hai preso il cuore, mia sorella mia sposa, con uno solo dei tuoi occhi e una sola delle tue collane. Come è bello il tuo amore, mia sorella, mia sposa! E quanto più amabile del vino.
La sua biografa inglese Butler è convinta che durante la relazione Lou restasse incinta. E così pure pensa Eudo C. Mason, studioso di Rilke. A quel tempo risale una lirica di Rainer che recita: Tu mia notte di giugno con le mille vie, su cui nessun passò prima di me: io sono in te.
Non si è mai riuscito a capire per bene chi sia stato il primo uomo della sua vita… il vecchio Gillot, che poteva essere suo padre e che lei stimava molto fintanto che lui non si fece avanti con profferte amorose? E le cui figlie avevano la stessa età di Lou? Sappiamo per certo che anche questo primo precettore della fanciulla non avrebbe esitato a lasciare la famiglia per lei. In realtà Lou restò incinta ma del dottor Pineles. Il dottor Friedrich Pineles era un internista e letterato viennese e tra i primi auditori di Freud. È il 1901, Lou ha 40 anni. Aspetta un bambino da questo medico scapolo, che è pronto a sposarla. Esiste una versione secondo la quale lei perse il bambino cadendo da una scala, mentre raccoglieva mele da un albero. In realtà sembra che sebbene Zemek (questo era il nomignolo di lui) volesse il figlio, e volesse ufficializzare la sua relazione, lei non poteva e non voleva. Perché era pur sempre sposata con Andreas e temeva che il marito avrebbe potuto avere una reazione, incontrollabile e funesta, alla notizia di una gravidanza della moglie. Non dimentichiamo che il professor Andreas aveva istinti suicidi, e quindi omicidi (tutti i suicidi, si sa, sono omicidi almeno di se stessi). Non si sarebbe fatto tanti scrupoli a farsi di nuovo del male oppure a uccidere un rivale, che per giunta avesse ingravidato la moglie, e Lou lo sapeva bene. Ma come si spiega tutto ciò? Come si spiega ancora che Lou accettasse e tollerasse serenamente il fatto che la loro governante (di lei e Andreas) Maria, avesse dato alla luce una bimba frutto del rapporto con Andreas? Lei viveva al piano di sopra (quando c’era) e il marito e la governante con la bambina al piano di sotto. Non possiamo non pensare, non possiamo non interpretare, per essere precisi, che Andreas ci appare una granitica figura paterna per Lou. Abbiamo ricordato quanto Lou fosse attaccata al padre. Sembra proprio che lei faccia di tutto per non deluderlo. E poi: non è forse giusto non avere rapporti sessuali con un padre? Ecco ciò che ha fatto Lou: ha sposato un uomo col quale non ha mai avuto rapporti sessuali, gli ha consentito di diventare padre non attraverso di lei, ma ha rispettato un patto di non tradimento del matrimonio, inteso solo come legame affettivo e mai sessuale. Lei stessa scrive: la vita amorosa naturale, in tutte le sue manifestazioni e i suoi sviluppi, e in particolare forse nelle sue forme più alte e individualizzate, è basata sul principio della infedeltà.
Se Lou non va a letto col suo legittimo marito, perché è una figura paterna, allora potremmo dire che Anais Nin, di cui ho parlato in un altro scritto[1], può andare a letto con un padre anche solo perché non è affatto una figura paterna. Ma come Anais Nin, anche Lou rimane incinta (né l’una, né l’altra di marito o padre, sia ben chiaro). E come Anais rifiuta questo figlio. Il tempo che la separa da Freud è brevissimo. Il tempo di un’altra relazione amorosa, con il dottor Poul Bjerre, celebre psicoterapeuta svedese che presentò Lou a Freud e fu sicuramente suo intimo. Nel 1911 conosce finalmente Freud al Congresso di Weimar dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale. L’incontro con Freud è una vera folgorazione, un altro legame nei quali lei è ormai specialista. Ma questo è il legame dei legami, nell’amore e nella morte, nella professione e nella vita, nel desiderio e nella castità. Per 26 anni, fino alla sua morte (era più giovane di cinque anni di Freud, che le sopravviverà soltanto un anno) resterà la fedelissima, la pasionaria, la poetessa della psicoanalisi. Secondo Ernest Jones, Freud ammirava la spiccata personalità e gli ideali etici di Lou, che sentiva molto superiori ai propri. E lei con Freud impara a conoscere finalmente se stessa. Insomma impara a guardarsi dentro, a specchiarsi nella sua anima e a nuotarci con dolcezza e serenità. La sua vita si può davvero dividere in un periodo pre e post-freudiano. Infatti nel suo ringraziamento a Freud del 1931 dice: Quello di cui, finalmente, prendevo coscienza seguendo il vostro insegnamento, si rivelò come il senso e il valore delle mie aspirazioni incoscienti.
Ed ecco che si configura il terzo momento, il terzo tempo della sinfonia della vita di Lou Andreas Salome, sotto il segno della libertà liberata dalla confusione e dall’istinto. Sentiamo cosa scrive Lou in proposito: Non posso vivere secondo un ideale e tantomeno servir da modello a qualcun altro. Ma quello che posso certamente fare è di vivere la mia vita e lo farò, qualunque cosa avvenga. E così facendo non rappresento alcun principio, ma qualcosa di assai più meraviglioso, qualcosa che vive in me, gioioso e caldo di vita e che vuole uscire, a liberarsi.
È libera anche con Freud, che le consente di frequentare i seminari del mercoledì, ma non si indispettisce alla sua richiesta di seguire anche i seminari di Adler, che era già dissenziente. Lou ispira fiducia a Freud, e lei si fida di lui, proprio perché è l’unico uomo che non vuole tenerla al giogo, ma ha capito il suo gioco. Ne farà un’analista, una brillante psicoanalista, e resteranno amici e colleghi e complici per tutto il resto della loro vita. Sempre nello scritto La mia gratitudine per Freud la Salome tiene a precisare che è disposta a farsi tenere al guinzaglio da Freud, ma a condizione che il guinzaglio sia davvero molto lungo. Diventerà una brava psicoanalista, ma come dice Jutta Prasse la sua opera ante Freud è un’analisi dell’amore che nei suoi scritti propriamente psicoanalitici verrà arricchita e affinata, ma in nessun punto contraddetta[2].
Nel 1958 esce il libro postumo Alla scuola di Freud a cura di Ernst Pfeiffer. Durante le sedute del mercoledì, si racconta che Lou fosse la più serena, e una volta mentre sferruzzava, secondo la sua abitudine uno dei presenti osservò che Lou, mentre era attenta alle rivelazioni di Freud, godeva come in un coito continuo, simboleggiato dal moto perenne degli uncinetti. Dunque era solita armeggiare con gli strumenti del ricamo durante questi incontri settimanali. Questa considerazione sul “godere”, assai lacaniana, ci permette di riallacciarci a quanto Felix Guattari dice ancora a Liliana Cavani dopo la visione del film[3]: (nel caso di Lou) non si tratta di un desiderio femminile. È il desiderio che sta prima della divisione fra uomo e donna, ciò che non vuol dire bambino. È il desiderio prima che le persone si cristallizzino, il desiderio allo stato nascente. Come poteva dunque una donna, che aveva conosciuto e capito Nietzsche, non finire allieva di un uomo che aveva capito l’inconscio? Colgo alla rinfusa le perle racchiuse nel film Al di là del bene e del male di Liliana Cavani, così bene incastonate nel personaggio di Fritz (Nietzsche): Il bene e il male non esistono perché sono concetti di una morale contro la vita … Lo scherzo e il riso sono i primi segni della via giusta… L’amante ideale è metà uomo e metà donna… Un uomo e una donna sono quasi uguali e se sono amici sono identici… Tutti concetti che possono essere sottoscritti sia da Lou che da Freud. A un certo punto la Cavani fa pronunciare una breve forte frase a Nietzsche: Lou, dì a Paul che vi amo… In questa asserzione si condensa la loro sacra trinità, anche se ciascuno a suo modo la realizzerà. Noi al momento scegliamo quella di Lou che ribadisce:
Non aver amato significa non aver vissuto. Ogni amore anche il più tragico lascia dietro di sé tracce positive. Se due esseri si accostano con autentica serietà all’atto sessuale che è uno dei più transitori, se non esigono alcuna fedeltà l’uno dall’altro, accontentandosi invece della momentanea felicità che possono avere l’uno dall’altro, essi conoscono veramente uno stato di divina follia. L’amore sessuale porta in sé felicità e anche pericolo, ma l’amore è una sorta di elisir di giovinezza e quando ne siamo privati la nostra vitalità si spegne.
Sembra certo che Freud fosse rimasto incantato da questo Inno alla vita attribuito a Nietzsche e che invece ottenne un sorriso malizioso di Lou che ne era la vera autrice, e si compiacque del gradimento. Rileggiamolo:
Certo, così un amico ama l’amico,
Come io amo te, o Vita – Vita misteriosa
Che io in te gioisca o pianga,
Che tu gioia mi doni oppur dolore.
…
Millenni per esistere, per pensare!
Stringimi fra le tue braccia:
Non hai più gioia da donarmi…
Ebbene… donami il tuo dolore.
…
Non credo che la psicoanalista Salome si sia mai pentita di questi versi. Raccontano che Freud si mettesse a ridere di fronte alla veemenza con cui gli disse di voler studiare la psicoanalisi. In realtà la psicoanalisi l’aveva pacificata con i suoi dubbi e le sue incertezze, relativi ai suoi propri comportamenti. Mediante Freud aveva capito che era stato giusto comportarsi come aveva fatto, vivendo secondo i propri istinti e le proprie sicurezze, perché soltanto così possiamo costruire la nostra individualità. Con questo agire è inevitabile provocare dolore, o innescare sofferenze negli altri, ma molto più spesso è facile scatenare odio o invidia contro di sé. Ed anche il conflitto con il mondo esterno fa parte del gioco. Bisogna però conoscere le regole del gioco, per ribaltare e vincere quella règle du jeu che viene messa alla berlina da Jean Renoir nel suo film omonimo così esemplare e sarcastico. La regola del gioco siamo noi a stabilirla, nel rispetto della civiltà e dell’umanità, ma senza farci condizionare dal senso comune o dal collettivo, come direbbe Jung. Le radiose pagine sull’amore di Lou devono accompagnare sempre il lavoro di noi psicoanalisti:
Amando ci si sostiene l’un l’altro come quando si impara a nuotare con il salvagente, facendo come se l’altro fosse il mare stesso che ci porta.
Sebbene Poul Bjerre, lo psicoterapeuta svedese che ebbe con lei una relazione, abbia detto di lei che molte ragioni potevano indurla a rifiutare la maternità, come il sacrificarsi per un figlio, o cedere al figlio qualcosa di sé, e nonostante lo stesso abbia confidato a Peters che lei non era in grado di compiere un sacrificio, e neppure di darsi completamente (nemmeno a un uomo nel più appassionato trasporto dei sensi), crediamo che si tratti per lo più di considerazioni postume un po’ vendicative. Soprattutto perché dice: non era fredda, poteva fondersi col compagno sul piano intellettuale, ma umanamente non sapeva dare. Come avrebbe potuto svolgere il lavoro di psicoanalista per oltre venticinque anni allora, diciamo noi? Noi non crediamo che una persona incapace di donarsi umanamente possa svolgere, per un quarto di secolo, un lavoro così difficile e coinvolgente la propria intera vita. Grazie alla lezione di Lou Andreas Salome e alla sua bravura di addentrarsi nei territori della psiche, dove anche gli angeli temono di entrare, la psicoanalisi tutta, con la stessa ammissione di Freud, deve inchinarsi ai risultati della sua ricerca, che poi sono anche la sua concezione del mondo, un’etica conforme e la conquista permanente della libertà. Rileggiamo attentamente le sue riflessioni in un articolo del 1928 intitolate Ciò che consegue dal fatto che non è stata la donna ad ammazzare il padre:
…Ma in quanto alla donna direi: se il matrimonio deve significare per lei più di un pregiudizio borghese o di un concubinato che per caso si protrae nel tempo, è necessario che ami nell’uomo anche il figlio del padre, il figlio di ciò in cui rimane radicata, principio originario della comunione di entrambi. Comunione per la quale non solo si è sposi ma anche fratelli. E a questo punto, perché no, si può parlare di “incesto” universale. Entrambi vivono così la vera sanzione del loro legame uniti nel terzo, nel padre: anche la venerazione, anzi la divinizzazione più autentica dell’uomo, infatti, è in fondo risultato di un transfert – passa attraverso la vedova del padre.
Anais Nin (che di incesto reale ne sapeva qualcosa[4]) avrebbe potuto essere una sua valida interlocutrice e mi domando se si fossero incontrate quali scintille letterarie e psicoanalitiche sarebbero scaturite. Mi viene da pensare per Lou alla autobiografia di Lilian Hellman, composta di due parti, Una donna incompiuta e Una donna segreta. Anche la Hellman è una scrittrice volitiva, sicura di sé, delle sue azioni e dei suoi scritti e soprattutto libera. Ma tutti siamo incompiuti fino alla fine, e il nostro compito nella vita è la realizzazione del nostro inconscio, come direbbe Jung. Se secondo San Giovanni La verità ci renderà liberi, l’avventurosa vita di Lou Andreas Salome ci rivela che mediante la lezione della psicoanalisi, solo la libertà ci renderà veri, come lei è stata ed è.
Già comparso sul Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura n.8, Psicologia e Arte, aprile 2009, Fioriti Ed.
[1] Vedi lo scritto che segue: Una spia nel tempio della psicoanalisi
[2] La materia erotica, L.A.Salome, Edizioni delle Donne 1977, Roma. Prefazione di Jutta Prasse.
[3] sempre dall’intervista del 12/10/1977 comparsa su Le Monde.
[4] Vedi ancora articolo seguente Una spia nel tempio della psicoanalisi