Una spia nel tempio della psicoanalisi

…Mi è tornato a mente il mio amico A.N. quando veniva psicoana­lizzato. A me sembrava un cavallo ferito che si trascina attraverso l’arena, tirandosi dietro le interiora striscianti sul suolo. Una vista tutt’altro che gradevole. Non mi è riuscito più di riaddormentarmi. Ho paragona­to gli psicoanalisti a pulitori di fogne; l’odore penetrante della loro professione gli rimane attaccato anche nella vita privata. Nei loro occhi c’è sempre una espressione che fa pensare alla pulitura delle fogne spirituale.
Dialogo con la morte, Arthur Koestler (1966)

Prometto che la storia che sto per raccontare sarà fedele (ma appassionatamente) ai fatti che coinvolse­ro, circa settanta anni fa, una donna di nome Anaïs Nin, due psicoanalisti – Renè Allendy e Otto Rank – e uno scrittore, Henry Miller.

Costoro non sono i soli personaggi di questa inchie­sta psico-letteraria. Le altre comparse, con ruoli non sempre marginali, rispondono ai nomi di Hugo, marito di Anaïs; June Mansfield, moglie di Henry Miller; Antonin Artaud, scrittore ed attore francese di teatro e cinema; Eduardo Sanchez, cugino di Anaïs; Joaquin J. Nin, padre di Anaïs. Mi è sembrato quasi più onesto far raccontare parte di questa tranche de vie al personaggio principale, Anaïs Nin. Perché, oltre ad essere la protagonista ed il sog­getto della mia esposizione, ne è la vera autrice ed anche l’unica fra tutti che abbia avuto il coraggio e la capacità di narrarla man mano che si consumava nei giorni e nei cuori, nei corpi e nei pensieri di ciascuno di loro. E che Anaïs Nin mi tormenti, dovunque Ella sia, con gli incubi più paurosi, se le farò dire qualcosa di non realmente accaduto. Ma che mi accompagni in questa rievocazione se la trova onesta, di quelli sì che furono giorni (those were the days!), accettando questo ingaggio letterario.

Mi affaccerò, come cantore di questa epopea, a qual­che piccola finestra per dei brevi commenti, e chiude­rò la porta del discorso come la sto aprendo ora, alla mia eroina preferita. Il mio debito e la mia ricono­scenza verso Anaïs Nin sono immensi (nel mio primo libro Viaggio nell’ipnosi, ho avuto l’o­nore di ospitarLa come unica attrice femminile nell’o­dissea dell’astronave che compiva un breve volo nei cieli dell’ipnosi) ed oggi sono lieto di farLe da naviga­tore nel resoconto della Sua missione segreta, che potrebbe intitolarsi Agente Anaïs Nin, dalla psicoanalisi con amore.

Immaginiamo allora che l’agente segreto con licenza di amare Anaïs Nin, si introduca nel Tempio della Psicoanalisi per compiere una missione di conoscen­za di questa dottrina, per capire come questa inven­zione possa aiutare il genere umano. Eccola che parla:

Il mio nome è Anaïs, Anaïs Nin (quante volte abbiamo sussultato al cinema quando 007 ha declamato il suo My name is Bond, James Bond…?). Solo per i vostri occhi (For your eyes only – ancora Ian Fleming) riesumerò, al servizio segreto di Sua Maestà l’Anima, il rapporto confidenziale che ho redatto per il Ministro della Difesa Mondiale della Psicoanalisi. Sono entrata in contatto con la Psicoanalisi attraverso mio cugino, che mi incoraggiò a fare un percorso psi­coana litico, dopo che egli era stato in analisi a New York fino al 1928 con un discepolo di Otto Rank. A quel tempo ero già sposata con Hugh Parker, (chia­mato sempre da me Hugo), industriale americano di Boston e trapiantato a Parigi come apprendista della National City Bank. Ho sposato quest’uomo all’età di 18 anni. Mio padre ha abbandonato la mia mamma, mia sorella, mio fratello e me, quando avevo undici anni.Mia madre ed i miei fratelli sono stati aiutati da Hugo dopo le nostre nozze. Hanno vissuto a Parigi con il suo supporto. Non potrò mai dimenticarlo. Non ho dimenticato quasi nulla, perché sono stata un’attenta e diligente alunna della vita, affidando al mio fluviale diario il resoconto di quasi tutti i miei giorni. Un diario che consta – in originale – di migliaia e migliaia di pagine che riempiono una serie stermi­nata di quaderni, ciascuno chiamato in maniera stravagante ma significativa, soprattutto per me. Ma veniamo al mio rapporto confidenziale al Ministero della Difesa della Psicoanalisi.

Aprile 1932. Oggi per la prima volta ho suonato il campanello di casa Allendy (Costui è uno psicoanalista francese che insieme a Marie Bonaparte ha fondato la società Psicoanalitica francese, è un uomo colto ed ha al suo attivo diversi libri e molti pazienti). Allendy mi fa capire che non ho bisogno di analisi eppure tocca un punto sensibile dicendomi “Sembra che manchi di fiducia in sé”.

Mi metto a piangere. Parlo di mio padre. Ancora una interpretazione: “Lei è rinchiusa in sé stessa ed è diventata indipendente. Vedo che è orgogliosa ed autosufficiente. Teme la crudeltà degli uomi­ni più vecchi e al primo segno di crudeltà in qualcuno, lei rimane paralizzata”. Gli chiedo di poter tornare. C’è qualcosa di sconcertante nell’analisi che è una sfida per lo scrittore.

Maggio 1932. Seconda seduta da Allendy. Mi fulmina con opinioni violente ma giuste su mio padre. Mi scopre subito quando tento di fare il suo lavoro, di identificarmi con lui.

E spara una cannonata che colpisce il mio albero maestro: “ha mai desiderato di superare gli uomini nel loro lavoro, di avere più successo?”. Ma mi capisce: “Forse lei è una di quelle donne che sono amiche, non nemiche dell’uomo”. L’analisi mi riesce sgradevole… Sento una crescente resistenza al sondaggio. Decidiamo di vederci regolarmente. Ho fiducia nel dottor Allendy. Gli dico però che il costo delle sedute mi impedisce di vederlo più di una volta a settimana. Il dottor Allendy non solo riduce a metà il suo onora­rio, ma mi propone di pagarlo lavorando per lui. Renè Allendy è anche medico. Gli ho chiesto di aiu­tarmi da quel punto di vista. Ero sincera? Dovevo proprio mostrargli il seno? Volevo saggiare il mio fascino su di lui? Mi sta curando davvero il dr. Allendy?

Fine maggio 1932. Allendy ha detto ad una persona che conosco – e che me lo ha riferito – che sono quasi guarita. Ma temo di averlo abbagliato e di avergli nascosto qualche parte segreta del mio vero io.

Luglio 1932. Faccio un sogno tenero con Allendy. Forse non dovrei raccontarglielo. Mi metto nelle sue mani, è dar­gli troppo, mentre lui… le mie ostilità si dissolvono quando lui compare. Gli racconto il sogno. Leggo Jung e mi identifico col paziente che attribui­sce al medico poteri misteriosi, come se fosse un mago, o un criminale demoniaco, o la personificazio­ne corrispondente nel bene, ovvero un redentore. Jung dice: “Visto che non possiamo evolverci all’indie­tro verso la consapevolezza animale, non ci resta che procedere lungo il sentiero più difficile di una consa­pevolezza più elevata”. Poveri noi!… mi dico.

Gennaio 1933. Ancora al lavoro con Allendy. Gli scrivo: “Non è solo la cura dell’individuo, ma il fatto che, curandolo, lui rivela i mondi che si stendono al di là dell’io. È questa liberazione dell’io che mi sembra il dono più prezioso che lei mi ha fatto. Ed è soltanto allora che si incomincia ad amare”. Ma Allendy comincia ad innamorarsi di me. È buffo che io sia andata da lui per curare la mancan­za di fiducia nel mio fascino femminile e che lui sia caduto vittima proprio di questo fascino. Mi parla di lui anche se non più sollecitato da me. Splendori e miserie di uno psiconalista. Ha ammesso di soffrire di mancanza di affetto e di bisogno di amore fin dall’infanzia. L’amore che riceve dai suoi pazienti non è per lui, per l’uomo, ma per il guaritore. Improvvisamente ho compreso la tragedia della vita di un’analista. Il controllo che egli esercita sulla vita gli dà lo straor­dinario potere di entrare nella vita di altri, di condividere i loro segreti, la loro intimità, di saper più del marito, dell’amante, dei genitori, completamente immerso nell’anima e nel corpo del paziente. Ma gli è concesso solo di guardare, di essere il voyeur, non di toccare, non di essere amato, desiderato, odiato. La mia vita gli è stata offerta tutta ma non gli appar­tiene. Sarei senza timone se non avessi Allendy. E chi può dire se l’analista non è vittima di un affetto illusorio quanto il paziente? E non potrebbe darsi che, se il paziente ama il dotto­re perché si sente capito, e pertanto conosciuto, e per­tanto amato, il dottore si innamori del paziente solo perché gli è concessa tanta intimità con un essere umano. Gli è concesso di guardare un corpo che fa all’amore, di scrutare nei letti, negli accessi di pianto, nelle grida di desiderio, di paura, di dolore. Gli è con­cesso di vivere la vita di un altro, di salvarlo, di senti­re il peso delle sue colpe, delle sue confessioni, di conoscere i suoi bisogni. Egli si sente desiderato, indispensabile, mescolato é intrecciato ad un altro. Egli può quasi toccare il corpo di cui gli è concesso conoscere fino all’ultimo brivido, sino all’ultima vibrazione. Perché un amore del genere dovrebbe essere più illu­sorio di altri?

Anaïs ha spodestato ormai il suo primo analista. Inizia quel­lo che avrebbe poi fatto, quasi contemporaneamente e propugna­to incautamente, il dottor Sandor Ferenczi: l’analisi reciproca. (Per ulteriori, migliori e definitivi chiarimenti rimando all’ipe­resaustivo Il mare di Ferenczi, Di Renzo Ed., Roma 1997, di Giorgio Antonelli). Anaïs incomincia una nuova seduta facendo sedere Allendy sulla pol­trona del paziente. Analizza i suoi presagi come mancanza di fiducia nella vita e nell’amore. Gli fa notare che si porta dentro una proiezione di sconfitta. Scrive testualmente: Ero io che mi occupavo di lui, invece che lui di me. Allendy è spodestato. Ma proprio questo furto della corona gli restituisce intatto l’analista e dice di lui: Ma come analista ha vinto perché mi ha fatto capire qualcosa di molto importante. Ecco che cosa ha capito:

14 febbraio 1933. Conclusiva e stupenda vittoria di Allendy, il trionfo dell’analista. Con tutta la mia volontà, con tutta la mia mente, vole­vo capire – ma non ci sono riuscita fino a oggi. E tutto così semplice. Una frase ha provocato l’illuminazione: “Pour moi les gestes ne comptent pas”. Una semplice parola: gesti. I gesti non contano. Il gesto sessuale che esigevo da Eduardo come prova del suo amore. Il mio bisogno di gesti. Il mio gloriar­mi dell’ardente espansività di June. La mia tempesta di ribellione quando Allendy, nonostante il suo amore, si rifiutava di compiere il gesto conclusivo. Il mio bisogno, bisogno di gesti. Situazione aggravata dal fatto che sono un essere insolitamente espressivo, espansivo, che continuamente esteriorizzo, che ogni sentimento che provo acquista istantaneamente una forma, trova un’espressione – sicché, al confronto, Eduardo, Hugo e Allendy sembravano inerti. Ma il bisogno di gesti derivava dall’assenza di fiducia. Se mi fossi resa conto in tempo che Eduardo mi amava, che Hugo mi amava, e anche Allendy – in effetti, tutti loro più profondamente di quanto mi abbia mai amato Henry – non mi sarei sentita offesa dall’assenza di gesti. Henry mi ha glorificata con gesti … ma ho sem­pre saputo che l’amore di Henry era meno profondo. Allendy, ben sapendo che “è proprio questo che non volevo accettare” – che per soddisfare me stessa dovevo posse­dere l’uomo anima e corpo – che non avrei prestato orecchio a nessuna ragione, compromesso, deficienza, nevrosi che rendessero impossibile la fusione – che la mia “possessività” era gigantesca rispetto alla mia paura dell’abbandono – ha lottato per ficcare in me questa percezione, in modo che potessi finalmente sbaraz­zarmi del “dolore”. Mi è divenuto chiaro con quanto disperato accanimento io abbia cercato di “possedere” Allendy “interamente”, come un trofeo, mentre ciò che voglio è un padre, un amico. E come lui tutto questo l’abbia avvertito, l’abbia combattuto, abbia cancellato se stesso per curare me. Oggi la forza della sua volon­tà e l’acutezza della sua intuizione mi hanno sbalordi­to – perché io l’ho davvero sedotto, incantato; lui ha tremato, in mia presenza, mi parlava balbettando – e supremo è stato il suo trionfo. È stato quando l’ho lasciato che mi sono resa conto di ogni cosa, mentre percorrevo le strade, sperduta, parlando a me stessa. Gesti! Senza dubbio avevo guadagnato in fatto di fiducia, sì, ma ancora volevo gesti, trofei, vittorie.

Anaïs in questo periodo vive (ma forse vivrà sempre così) col marito Hugo in estrema libertà, pur salvando forme e molte apparenze. Non dobbiamo dimenticare neanche noi il debito di estrema gratitudine che lei ha nei confronti di quest’uomo, che, sposandola, ha salvato lei e tutta la sua famiglia da una vita di probabilissimi stenti e desolazioni. Leggendo i suoi diari siamo spiazzati, come tutti i suoi lettori, ma riconosciamo in lei ogni caratteristica che contraddistinge noi esseri viventi. Anaïs dice e si contraddice. Va a letto con un altro uomo ma giura di amare il marito. Detesta lo sposo nel momento in cui lo paragona a qualche altro di cui è infatuata. Si strappa i capelli, digiuna, fa debiti per uno, e poi si delizia con caviale e champagne con un altro. A volte anche nello stesso giorno. Dice Lucrezio: “Inter se mortales mutua vivunt” e cioè, siamo membri l’uno dell’altro. Anaïs ce lo ricorda ad ogni pagina. Abbandona la propria casa per alcuni giorni dicendo al mari­to che parte per l’estero, e si rifugia invece in una dimora a Clichy, con il giovane scrittore squattrinato Henry Miller, con cui ha iniziato una forte, tormentata, poetica, creativa relazione. Lo scrittore americano rievocherà quel periodo nel libro I giorni di Clichy. Ma la sua Musa Anaïs gli ispirerà forse tutti i suoi grandi romanzi, a cominciare dai Tropici, e quello del Cancro sarà edito per la prima volta grazie all’incoraggia­mento ed al sacrificio economico di Anaïs. Ma anche i tre romanzi della cosiddetta Crocifissione in Rosa (Nexus, Plexus e Sexus), hanno un debito con i giorni di libertà e di amore vis­suti con la Nin. Ma tutto questo non basta. E si badi bene che Anaïs si pro­clama innamoratissima di Henry, è l’uomo che vuole sposare (…sembra quasi dimenticare di essere già sposata, oppure lo dice proprio a dispetto del fatto di essere già sposata?). Frequenta Antonin Artaud, attore, scrittore, drammaturgo geniale e incompreso che, sebbene omosessuale, si innamora di lei e lei lo ricambia. Lui adora il suo talento e lei lo ripaga sentimentalmente per la sua ine­guagliabile diversità, per la sua femminile sensibilità. Tentano anche di fare l’amore, ma lui non ci riesce. Lei, che scriverà una pagina caustica ridicolizzando le prestazioni infantili ed inef­ficienti del povero Allendy, trasforma la scena con Artaud, in realtà assai più triste, in un atto d’amore pieno di abnegazione. Non c’è bisogno di fare l’amore per amarsi, gli fa capire, lei lo amerà comunque. Ma poi il desiderio di Henry la riprend­e. Dalla sua relazione con il futuro, furioso autore di Opus Pistorum Anaïs si sente stimolata stupendamente. Lui è un diavolo sobillatore, la incita, la insulta, la invoglia a scrivere. E lei fa lo stesso. Leggono ciascuno gli scritti dell’altro. Si cri­ticano a vicenda tra un amplesso e una sbornia. Si incoraggiano, si appassionano. Lei scopre di avere fame di vita, di emozioni. Lui ha la forza della povertà, ma anche la potenza della creatività, due elementi che insieme diventano nitroglicerina. Sono due vul­cani in perenne eruzione, e si contagiano e si sfidano a chi è in grado di eruttare più lava letteraria. Una storia nella storia racconta che Henry, stufo di scrivere racconti pornografici ben pagati, abbia passato il testimone ad Anaïs, che comporrà le pagine poi raccolte nei due libri che la resero famosa al grande pubblico: Delta di Venere ed Uccellini. Devo ammettere che anche per uno psicoanalista avvezzo a sentirne di cotte e di crude dai suoi pazienti e dai libri professionali, non è facile accostarsi alle esperienze di Anaïs. Bisogna allacciare le cintu­re per affrontare la velocità e l’ebbrezza delle emozioni che Anaïs ci comunica. Eccone un piccolo assaggio:

Ottobre 1932. Grazie ad Allendy, posso fare a meno di una mera vittoria. Amo. Li amo entrambi. Henry e June.

Appena conquistato Henry, Anaïs vuole amare e si fa amare anche da sua moglie. Le sembra in questo modo di amare meglio entrambi. Ma non è finita qui. Continuate a tenere allacciate le cinture.

Novembre 1932. Chi è la fonte della mia forza?Allendy. E questa sera ho bisogno di lui. Allendy è mio padre, il mio dio – tutto questo insieme.

È una carica di dinamite, qualunque essere che le si avvicina con desiderio, lo fa esplodere. Tutti sono innamorati di lei. Allendy, Henry Miller, Hugo, June, Artaud. Allendy è l’uomo che cristallizza, è una bilancia di onestà, immobile, pura sapienza: Henry è l’uomo che conosce l’obbedienza al ritmo. June è l’espansività. È fermamente decisa a sposare Henry, non teme le sue future scappatelle, e intanto si difende ipocritamente dal marito che vuole giacere con lei (e si pente dei suoi pretestuosi mal di capo, come una qualunque civetta piccolo-borghese); corteggia Allendy, e si immerge nella torbida June. Finalmente fa l’amore anche con Allendy che ha resistito fin troppo, per i suoi gusti. Lui, ormai stracotto, fa finta di cedere anche se è questa l’unica cosa che realmente agogna. Si difende ignobilmente dicendole che se lo faranno, ciò dovrà avvenire una volta sola. Ma l’agente segreto della psicoanalisi non ci casca. Se si vive solo due volte (You only live twice, ritorna l’agente segreto per antonomasia) e non una sola, è sicura che non si potranno amare una volta sola. Renè passa addirittura a pratiche sado-maso, frustandola. Lei sta al gioco. Ormai è nelle sue mani. Ma dalla partita lui uscirà a pezzi. Sentiamo che cosa scrive della faccenda nei panni di Nouvelle Justine:

Ma ho notato una cosa: il suo pene, dopo tutta questa eccitazione da parte sua – frustate, lotta, carezze furibonde, baci sui seni – era ancora molle. Henry sarebbe già stato in fiamme. Allendy mi ha spinto la testa verso il pene, come se fosse la prima volta e poi, nonostante questo alone di eccitazione, di minacce, non mi ha scopata meglio dell’altra volta. Il suo pene era corto e snervato. Voluttuosa! E così che gli sembrava la faccenda. Io ho fatto la commedia. Allendy ha detto che aveva raggiunto il colmo del godimento. Giaceva ansimante e soddisfatto.

E commenta: scriverò l’intera verità nel mio diario perché la realtà merita di essere descritta nei termini volgari.

I quattro uomini (Hugo, Henry, Allendy, Artaud) sanno qualcosa o forse troppo gli uni degli altri e fingono e probabilmente temono di sapere di più. Ciascuno geloso e invidioso degli altri, incapaci tutti di abbandonare o farsi lasciare da Anaïs. Ma non finisce qui. Un quinto uomo (ri)compare sulla scena. È il padre di Anaïs, Il dongiovanni Joaquin, colpevole e meritevo­le nello stesso tempo dell’esistenza del diario di Anaïs (lei confessa di averlo cominciato a scrivere non appena il padre ha abbandonato la famiglia), che tenta l’estrema impresa non riuscita neanche al gen­tiluomo di Siviglia. Ma è lei l’artefice, il vero architetto di que­sta mostruosa cattedrale atea e libertina.

Giugno 1933. Ricercato e ritrovato il padre, lo seduce facen­dogli credere che sia lui il seduttore e raccoglie queste parole tre­mende insieme al suo sperma. Toi Anaïs!  je n’ai plus de Dieu! (Sono ormai senza Dio!). La sua vendetta è compiuta (Vendetta privata? All’autore di James Bond questo agente segreto in versione femminile sarebbe piaciuto davvero moltissimo). Lo seduce per poi pian­tarlo in asso come punizione per averla abbandonata da bambina. E ciò che la aiuterà a capire Rank, il “sesto uomo”, il suo nuovo sesto senso. Finita l’avventura con Allendy, Anaïs conosce Otto Rank. Rank, come tutti sanno, è stato per anni il segretario della società psicoanalitica di Vienna, aiutato e adorato da Freud, tra i pochissimi membri della società psicoanalitica ristretta e segreta. Uno di quelli, per capirci, insieme a Jones e pochi altri ad essere gratificato del dono di un anello d’oro che Freud con­segnò ai pochi eletti fedelissimi. Questo anello a sua volta fu regalato da Rank proprio ad Anaïs Nin. Anaïs entra in ana­lisi con Otto Rank perché ancora assetata di conoscenza inte­riore. Rank soddisferà la sua sete ma contemporaneamente le rivelerà le sue debolezze. Anaïs è ancora strettamente legata ad Henry Miller che le confesserà: Voglio lasciare una mia cica­trice sul mondo. Ma oltre alla cicatrice letteraria dichiarata – e oggi universalmente acclarata, lascia anche una cicatrice indelebile su Anaïs. La ingravida. Ecco cosa scrive lei:

Naturalmente, non sono persuasa che Henry non abbia prodotto nulla. Penso che Rank giudichi solo il contenuto, e Rebecca il fallimento artistico. Trascurando sempre un essere non creato, non formulato, che lotta per nascere, e al quale non ho anco­ra dato vita. Cosa tanto più tragica, per me, perché avviene con­temporaneamente alla scoperta che porto nel mio utero il seme del figlio di Henry. Sono rimasta incinta cinque o sei settimane fa. L’ho scoperto in maniera inequivocabile due giorni fa. So che è figlio di Henry, non di Hugo, e devo distruggerlo. Ho provato il più tremendo miscuglio di emozioni – orgoglio di essere madre, donna, una donna completa, l’amore per un’u­mana creazione, le infinite possibilità della maternità. Mi sono immaginata questo piccolo Henry, l’ho desi­derato, l’ho rifiutato, l’ho confrontato con l’amore (è una scelta tra il figlio e Henry). Mi sono sentita triste, euforica, ferita, sbalordita. Ho odiato l’idea di distrug­gere una vita umana. Ho osservato la trasformazione del mio corpo, il gonfiarsi dei seni, il peso dell’utero, la sensazione di essere tirata in basso, di una crescita, di una trasformazione. Ho desiderato la serenità, senza la quale un bambino non può nascere. Adesso, in questo momento critico della mia vita, non posso averlo. Henry non lo vuole. Non posso dare a Hugo un figlio di Henry. Henry e io non siamo riusciti a produrre opere d’arte, ed ecco che creiamo un figlio. È una cosa che mi travolge, che mi lega a lui, che mi terrorizza. Henry mi tratta con rispetto e tenerezza. Ma rimane pur sempre un ego. Rimane lui stesso un bambino che non desidera un rivale. Io mi trovo a un misterioso “carrefour”, esitante, uccidendo il bambino solo per amore di Henry e di Hugo. Sono sgomenta e tutte le diavolerie e le passioni sono messe a tacere. Non più la vergine, l’artista sterile, l’a­mante, la donna diabolica umana solo a metà, bensì la donna completamente sbocciata. Che deve essere uccisa. Nella mia immaginazione, ho vissuto la mater­nità. Continuo a considerarla: un’abdicazione, un’abnegazione, la suprema immolazione dell’ego. Mi viene offerta, questa condizione, nel momento in cui sono più che mai consapevole di me stessa come artista, come una donna solitaria, non accoppiata. Perché non accoppiata? Dov’è Henry? Henry sembra diventare il figlio. L’autodistruttivo, immaturo figlio, che deve giocare tanto, dormire tanto, bere tanto, e starsene per la strada, irresponsabile e inconsapevole. Oh Dio, oh Dio, oh Dio.

Notte. Mi rifiuto di continuare a fare la madre. Sono stata madre per i miei fratelli, per i deboli, per i pove­ri, per Hugo, per i miei amanti, per mio padre. Voglio vivere solo per l’amore dell’uomo e in quanto artista – da amante e da creatrice. Non maternità, sacrificio, generosità. Maternità, significa ancora una volta soli­tudine, dare, proteggere, servire, arrendersi. No. No. No.

Dunque Anaïs decide di abortire. È una scelta straziante, ma che non ci sia una via d’uscita la ha chiarito lei stessa con il dialogo sopra riportato con l’unico vero confessore che ha, il suo diario. Con Rank sembra reiterare – una probabile incoercibi­le coazione a ripetere – lo stesso comportamento avuto con Allendy. Invece andrà oltre. Attraverserà la prima crisi della psicoanalisi insieme a Rank, che non crede più in una psicoa­nalisi trascinata troppo a lungo, né crede nella necessità di passare troppo tempo a esplorare il passato scavandoci dentro. Egli crede che la nevrosi sia come un ascesso virulento, un’in­fezione. Deve essere attaccata con tutte le forze nel presente. Certo, l’origine della malattia può risiedere nel passato, ma la crisi virulenta deve essere affrontata dinamicamente. Bisogna attaccare il centro della malattia mediante i suoi sintomi pre­senti, perché il passato è un labirinto. Ormai per Rank l’ana­lisi è il peggior nemico dell’anima, ha ucciso ciò che ha analizzato. Egli è stufo della psicoanalisi pontificale e dogmatica di Freud e dei suoi discepoli. Ecco perché si distacca definitiva­mente da Freud. Nel febbraio del 1934 Anaïs ha affittato un appartamento, per essere a Parigi più vicina a Rank. È inna­morata del suo scuro, piccolo Rank, che secondo lei donandole il famoso anello di Freud, si è finalmente liberato del padre. Si profila in questo momento la possibilità di recarsi da Jung. La storia non si fa con i se e con i ma. Accontentiamoci solo di questa dichiarazione fatta a Rank:

Dovrei andare da Jung e fregiarmi di un altro scal­po? Scalpi, e non cure, ma più vita e amore. Schiavi. Eduardo adora Jung. Sa che anche Jung con me diver­rebbe umano. E se io scrivessi il romanzo delle ideo­logie di questi uomini, e il dramma delle tentazioni che per loro io rappresento? “Loro” sono i sacerdoti, e io sono Taide. Solo che non so cosa mi impedisca di essere June. Forse la compassione che nasce dallo scrivere un romanzo, o un fisico più debole?

Si rifugia in una stanza di Rue Henry Rochefort, dove fa l’a­more con Rank, bevono champagne, lei lo osserva mentre man­gia avidamente in fretta, e lei assapora il cibo lentamente. Otto grugnisce di piacere come un oscuro animale, nascondendo la sua faccia nel seno di lei. Lei si sente come un mare di sensazioni che va alla deriva. Ma non dimentica Henry. Né senza Henry, né senza Rank. Rank è diventato ormai un amante eccitante, mentre prima lo definiva troppo rapido e troppo all’o­scuro della risposta della donna. Ma lei aveva già percepito che Rank è uno che ama fino alla morte, altruisticamente, ama… Lei si definisce una traditrice e sa perché: tradisco gli uomini perché sono traditori. Solo con il suo aiuto Rank capi­sce di essere in grado di mantenere l’equilibrio tra analisi e vita. Ma Rank è pieno di debiti, e deve emigrare in America, dove potrà guadagnare di più. Ed ecco che Anaïs accetta la pro­posta di Rank di trasferirsi negli Stati Uniti e lavorare insieme a lui. Nel novembre del 1934 sbarca a New York. E in poco tempo prende a lavorare febbrilmente. I suoi pazienti si moltiplicano ad un ritmo esponenziale:

Non faccio a tempo a raccattare la mia colazione con­tinentale e a vestirmi, che il telefono suona già, e i pazienti sono alla porta. C’è un’anticamera lunga circa due metri, tra la porta e il divano sul quale si sdraiano, e, prima che lo raggiungano, riesco a capire come si sentono. Io mi siedo controluce, in una poltrona pro­fonda. C’è solo una finestrella alta, sopra Central Park. Il fumo delle sigarette riempie la stanzetta e, anche quando la radio è spenta, riesco a sentire il suono vago della musica che proviene da altre stanze. È la musica di fondo di New York. Le voci dei pazien­ti, tristi, acute, forti, sussurranti, stanche, animate, colorite, tediose, rauche, esili, blese, straniere. Le facce dei pazienti, con le palpebre abbassate, come se gli occhi stessero osservando un dramma interiore; il giovane che non riesce ad amare nessuno; la sorella che può amare solo il fratello; lo scrittore che non riesce a scrivere; l’uomo ossessionato dalla politica, che non riesce a prender partito; lacrime, risate, scop­pi d’ira, silenzi imbronciati: tutto questo riempie la stanzetta. Un giorno vidi cadere così tante lacrime che, quando scoprii una pozza di acqua vicino la mia porta, sulle prime pensai che fosse tutto quel piangere, e poi notai l’ombrello che era stato dimenticato a versar lacrime sul tappeto. In giorni chiari, pungenti, freddi di neve e di gelo sulle finestre, i pazienti arrivano riconoscenti per il calore, per un attimo di riposo, un momento di intimità con se stessi. Strano, la perdita del sé è una malattia più grave che non la perdita del suo impo­store, l’Io. L’Io è la caricatura che la gente scambia per il sé, l’Io è la frode, l’attore, il travestito del sé. Sè per­duti, sè confusi, sé ciechi, quando nasce il vero sé l’Io svanisce. Qui risiede il rimedio contro l’ira, l’antidoto che il mondo ha preferito denigrare e trascurare. Quante presone dure e disumane ho visto sciogliersi sotto i miei occhi per riumanizzarsi di nuovo. Quante furie sono state dissipate, quanti atteggiamenti falsi abban­donati, quanti odî guariti. Ho visto gente contorta e potente divenire costruttiva, creativa, umana e soprat­tutto ho visto che la fonte d’ira più frequente è l’im­potenza. L’ostilità è gelosia. La distruttività è un segno d’impotenza.

Ormai diventata analista non smette di apprendere da Rank, perché lui tocca tutte le cose con la magia del significato. Quelli che vengono da lui sono come ciechi, sordi, muti. Quando lui scopre l’intreccio delle loro vite, loro cominciano a trovarle inte­ressanti, e questo interesse li salva. L’intreccio creato dall’in­conscio si rivela più interessante di qualsiasi storia poliziesca. Rank scopre i legami, le trame, i modelli, e tutto diventa di un interesse inesauribile, pieno di sorprese.

Ma Anaïs è delusa anche da Rank. Lo abbiamo già detto, e lei lo ha scritto un’infinità di volte in mille modi diversi. È capace di amarli tutti, riesce a descrivere una giornata come il 6 giugno 1934, vissuta senza ritegno, all’insegna della fellatio, prima con Henry e poi con Rank.Di ritorno confida ad Henry: una donna dovrebbe nutrirsi esclusivamente di sperma…. e subito dopo parlano di psicoanalisi. Ma lei ha bisogno di inventare sempre la vita. Rivolge un pensiero finanche a Dio reputandolo forse geloso della sua venerazione per l’uomo. E si domanda: se Dio mi vuole esclusivamente per Lui, è questa la rete che mi porterà a Jung?

Ha già scritto nel febbraio 1933 che suo marito le ha detto che lei dispone di un harem e a ciascuno dice: Sei tu il favorito. Se prima il vero re era Henry, poi lo è stato Allendy e quindi Rank e poi di nuovo Henry, che ha dovuto lasciare un po’ di spazio per Artaud e ancora un po’ per Hugo, e tutti insieme posto per Joaquin. Ed abbiamo già assistito alla sua tentazione per Jung e alla gelosia percepita addirittura nell’Onnipotente!

È la fine per Rank, che morirà davvero poco dopo Freud nel 1939. Ma lasciamo di nuovo la parola alla scrittrice:

Dopo Rank, vivrò solo per gli altri, questa è la mia gioia.

La psicoanalisi mi ha salvata perché ha permesso la nascita del mio vero io, religioso. Non posso diventa­re una santa. Ma sono pienissima e ricchissima e ho molto di cui scrivere. Mi accontenterò di un po’ di pace e di qualche preciso ricordo. Non posso inse­diarmi definitivamente nella vita umana. Non mi basta. Devo ascendere a regioni più vertiginose. La psicoanalisi mi ha salvata dalla morte. Mi ha permes­so di vivere e, se abbandono la vita, sarà solo per mio volere, in quanto non contiene l’assoluto. Ma quanto amo ancora il relativo, la banalità e il calore di un fuoco, e una bella raccolta di orecchini, ed Haydn ascoltato con il fonografo, e le risate con Eduardo, e le battute su Mae West, e il nuovo completo di lana nera con enormi maniche e scollatura sensuale dalla gola ai seni, e il braccialetto e la collana di pietre azzurre, incastonati di stelle, e la nuova biancheria, e la nuova vestaglia di velluto nero e il cassetto pieno di copie di “Tropico del Cancro” con la mia prefazione, e l’ul­tima lettera di Rank, e il telefono che squilla tutto il giorno, addio addio addio… Amore.

E l’abate Alterman, suo amico, afferma: Vous etes une âme très disputée.

Fa ancora promettere al padre di recarsi da Jung se tutte le altre medicine non dovessero funzionare. Il cugino Eduardo l’aveva avvertita dicendole che cercava sempre un analista per­ché siamo il tipo umano supremo, il più vicino a Dio. A Eduardo appariva come una sorta di vittima di un immenso dramma psicoanalitico. I poveri analisti come Allendy e Rank che non avevano vissuto fino ad allora, e che hanno scoperto l’essere meravi­glioso che è Anaïs, non riescono a restare analisti, e hanno cer­cato la propria redenzione nella sua vita.

Poveri analisti, coraggio! Non esisterà mai più un’altra spia brava come Anaïs ad intrufolarsi nel Tempio della Psicoanalisi.

Anaïs Nin, la spia che ci amava.

Pubblicato sul Giornale Storico di Psicologia Dinamica, Eros e Psiche, aprile 2004, Di Renzo Ed., Roma.

Pubblicato da

Amedeo Caruso

Presidente del Centro Studi Psiche Arte e Società, direttore dell'omonima rivista. Medico-Chirurgo, specialista in Medicina Interna, Psicoterapeuta, Esperto in Bioetica.