Il visitatore di Eric-Emmanuel Schmitt

Dopo Caro Professore dedicato a Cesare Musatti, ecco a fine stagione teatrale uno spettacolo su e con Freud, un’altra giuggiola per noi che ci occupiamo di psicoanalisi e arte. Autore della piece è un giovane filosofo francese di soli 37 anni (la versione italiana è di Enzo Siciliano, la regia di Antonio Calenda, al Teatro Eliseo di Roma). In scena quattro personaggi. Il professor Freud, sua figlia Anna, un ufficiale della Gestapo e il Visitatore. È il 22 aprile del 1938 (l’11 marzo l’Austria è stata invasa dalle truppe hitleriane). Mancano otto settimane alla partenza per Parigi della famiglia Freud. Il padre della Psicoanalisi (un ateo che converte secondo le parole del Visitatore) è in grande ambasce per la tragedia che si è abbattuta sugli ebrei. Il professore ormai ottantaduenne ha pronta una lettera liberatoria nei confronti del nazismo che, se firmata, gli darà la possibilità di espatriare. I tempi precipitano a causa dell’ennesima incursione di un avido ufficiale della Gestapo, che condurrà Anna in caserma e a un passo dalla deportazione. Dalla finestra (ma in realtà si capisce che è dal Cielo Metafisico) ecco arrivare un bellissimo Paziente abbigliato con un elegante frac (un eccellente Kim Rossi Stuart). Turi Ferro (un Freud più florido dell’originale, ma altrettanto lucido) è in crisi: Non ha senso curare un solo individuo quando tutto il mondo impazzisce, e deve misurarsi con l’enigmatico Personaggio che è venuto a visitarlo. Ma Chi visita Chi? Imbarazzato e disorientato rispetto alla vera identità dell’Ospite, l’anziano psicoanalista dapprima lo tratta come il comune paziente lo fa sdraiare sul divano (riprodotto fedelmente sull’originale) e usa addirittura l’ipnosi. Ma presto i ruoli si ribaltano: finalmente un Dio (ebraico?) si rivela e si incarna e fa anche pipì (fuori scena… necessità fisiche dell’incarnazione: il Visitatore ricorre spesso al Motto di Spirito). Il dubbio che sia davvero il Padre Eterno si insinua in lui quando gli viene rammentata una frase che ha pronunciato all’età di 5 anni: Sono Sigmund Freud, devo ricordarmene. Come fa a saperlo? Ed ecco riassunte per lo Spettatore le idee freudiane sul “divino” fatte cadere a pioggia sulla scena: …Dio è un grido… …la sua richiesta è la rivolta della carcassa umana… …se ci si abbandona a credere è difficile che si sia sulla strada della verità… …l’ateo sa che non ci sono porte… …la vita è una malattia mortale… …Dio è un ipotesi inutile… Ma la partita per il più geniale e convinto positivista del secolo sembra persa. Vediamo come. Alle sue insistenti richieste di un miracolo, l’Uomo vestito da prestigiatore sfodera un trucchetto da music-hall: il suo elegante bastone si trasforma in un bouquet di fiori: la fede si nutre di fede. Forse Il Visitatore convince Feud non come Essere Supremo ma ponendosi come un “semplice Paziente” che soffre: …vede Professore, come Dio non ho né fine né aldilà… …la mia vita é una prigione… …essere il Tutto é di una noia mortale… …Lei legge mai i Suoi libri? Pensi che dovunque io vada trovo le mie creature… …nel momento in cui ho reso l’uomo libero ho perso la mia potenza… Con queste parole zittisce il professore che gli chiede ragione del Male nel mondo. Il Paziente Impossibile scocca l’ultima dolce freccia motivando tutto il suo operato con la parola chiave della psicoanalisi: Amore (o transfert, se volete), Curare è come amare. Sigmund Freud si converte? Chissà?! Sicuramente il Visitatore fa atto di fede nell’Uomo: Basta Mozart… (la cui musica accompagna le scene finali dello spettacolo) un uomo può farti credere nell’uomo… Al grande psicoanalista che non potrà mai analizzare (aiutare testualmente) questo Inconsueto Paziente che non ha né padre, né madre, né sesso, né inconscio, perciò non può essere curato, non resta che una colomba che entra dalla finestra nel momento in cui lui scompare, a riprova che non si è trattato di un sogno. Dio è mistero, non enigma, ci dice una voce fuori scena.

Teatro Eliseo, Primavera 1997. Articolo scritto “a caldo” la sera della rappresentazione in collaborazione con la Collega e Amica Renata Biserni e con l’affettuosa assistenza della Prof.ssa Gina Lama, che qui ringrazio Entrambe. Già pubblicato su Giornale Storico di Psicologia Dinamica “Psicoanalisi à rebours” n.42 giugno 1997, Liguori Ed. Napoli.

Pubblicato da

Amedeo Caruso

Presidente del Centro Studi Psiche Arte e Società, direttore dell'omonima rivista. Medico-Chirurgo, specialista in Medicina Interna, Psicoterapeuta, Esperto in Bioetica.