Lo psicoanalista all’Opera: L’italiana in Algeri al Rossini Opera Festival

Italiana in AlgeriL’Italiana in Algeri di Rossini compie quest’estate duecento anni, ma non li dimostra. Rossini continua ad essere nostro contemporaneo. E lo è anche per merito di Angelo Anelli, autore del libretto della amabile, fresca, giocosa opera musicata all’età di ventuno anni (!) dal genio di Pesaro. L’attualità psicologica dell’opera consiste nel mettere in scena l’intramontabile problematica dei rapporti uomini-donne. Metti, un giorno, il bey di Algeri, dal nome archetipico di Mustafà, che si stanca della sua amata. Il musulmano, si sa, ha donne sempre remissive e obbedienti: Qua le femmine son nate / solamente per servir (cos’è cambiato da allora?). Metti, poi, che il califfo, stufo della sua consorte Elvira, voglia (voglia!) che gli si procuri un’italiana; perché le italiane, si sa, sono femmine indomabili, ma fantasiose e indipendenti, misteriose e suscitatrici di attrattive amorose. Metti, ancora, che il sultano annoiato (Una moglie come questa, / dabben, docil, modesta, / che sol pensa a piacere a suo marito, / per un turco è un partito assai comune) sfidi addirittura la legge di Maometto, che non consentirebbe il suo piano: ripudiare la sua sposa ed unirla in matrimonio ad uno schiavo italiano, Lindoro, catturato tempo addietro, sempre innamorato della sua perduta Isabella. Quest’ultima, in seguito di un naufragio, approda, invece, proprio sulle coste africane, dove la rinviene il capo dei corsari di Mustafà, Haly, che aveva avuto l’incarico di procurargli una bella italiana. Ricordiamo che è stato proprio Lindoro l’incantatore del pascià, che lo ha spinto a desiderare le fascinose donne italiane. E lui sarà la vittima designata a togliere di torno dal tiranno la povera Elvira. Il prepotente (Altra legge io non ho, che il mio capriccio) si pavoneggia forte del suo potere, ma non sa a cosa andrà incontro. La storia si presta a una moderna critica di usi e costumi. Su due campi contrapposti si esibiscono da una parte il mondo musulmano – tutto sommato sempre uguale e coerente – con le donne remissive, velate e reificate; dall’altro lato il pianeta occidentale, che pur vantando donne emancipate e seducenti, rivela, ai tempi d’oggi, un maschile assai diverso da quello dei tempi cavallereschi di Rossini e Anelli, ma purtroppo dedito ancora al disprezzo del femminile fino al femminicidio. Tutto si ricomporrà nell’opera, dato che Isabella farà impaurire così tanto il moro, da voler fuggire per sempre dalle donne italiche e i due amanti separati ritroveranno l’unione perduta, assistendo anche alla riconciliazione di Mustafà con la sua Elvira. Per noi che abbiamo assistito, sempre al Rossini Opera Festival nel 2006, alla Italiana in Algeri confezionata da Dario Fo, con le ali della leggerezza e del buonumore, non è stata un’impresa facile dimenticare una pietra di paragone (per dirla alla Rossini) come quella. Ma questa versione “pop”, con dichiaratissimi richiami a Roy Lichtenstein e alle sue passioni fumettistiche, con divertenti scene e costumi anni ’60, si affianca a quella memorabile predetta, convincendoci che il regista Davide Livermore (più fegato di così!) ha congegnato una messa in scena davvero originale e simpatica. Pensiamo anche all’overture che ricorda una delle icone (ancora viva e vegeta) degli anni kennediani: James Bond, l’agente 007, i cui panni veste il tenore cinese Lindoro, con pistola e licenza di farsi catturare dai cattivoni algerini, per poi vincere la partita finale con tanto di bond-girl in premio. Il tocco creativo del regista si estende ad una coppia di hostess di una linea aerea non specificata, ma sicuramente quella dello spettacolo a cui assistiamo, che dà istruzioni soltanto articolate con le mani, secondo il metodo delle assistenti di volo vere. Non è certo una scuola delle mogli molierana, quella a cui assistiamo, ma mogli a scuola da Isabella, che sistema a dovere l’esuberante Mustafà (assai pittoresca è la scena in cui il pube gli fuma letteralmente, per aver ingerito troppe pasticche blu romboidali… sebbene il Viagra sia l’unica presenza che non fa anni Sessanta, gliela perdoniamo volentieri). Il feroce saladino verrà umiliato con la nomina a membro del Club dei Pappataci, che lo confermano il vanesio stra-parlatore che è, per merito di Taddeo, il basso, che si vendica finalmente anche lui per essere stato eletto Kaimakan proprio da Mustafà. Per questa versione, della regia abbiamo già detto, la direzione musicale di José Ramòn Encinar armoniosa e corretta, le voci intonate e spigliate. Le scene e il progetto luci di Bovey e i videodesign di D-Wok assai commemorativi, specie per chi, in Italia, ricorda ancora il volto angelico di Gabriella Farinon e gli intervalli televisivi con le pecore pascolanti.

È noto che Stendhal, più vecchio di Rossini soltanto di nove anni, fu autore di una biografia dello stesso, che è un vero tesoro di notizie e considerazioni sulla musica rossiniana (ma non solo) e sulle arie del tempo. Ricorriamo dunque a Henri Beyle per trovare l’acqua giusta per il mulino dello psicoanalista. Lo scrittore francese innamorato dell’Italia e dell’opera buffa tricolore se la prende con i togati letterati parigini del Journal des Débats,

che hanno giudicato l’azione (dell’Italiana in Algeri) folle, ma non si accorgono – poveretti – che se non fosse folle, non risponderebbe più a quel genere di musica che altro non è, essa stessa, se non follia organizzata e completa.

Une folie organisée et complète, ecco la ricetta psicologica che consigliamo quest’oggi ai nostri Lettori, sotto forma di invito a scoprire, vedere o rivedere questo capolavoro rossiniano, lasciando da parte, almeno per qualche ora, le altre follie della vita, molto meno organizzate e dannatamente incomplete. Se ce la fate, correte a Pesaro in questi giorni, oppure cercatela dovunque si rappresenti. La versione DVD (in alta definizione) raccomandata è quella con la direzione musicale di Donato Renzetti e la Regia di Dario Fo, Ed. ROF.

Nella casa – un film carico di psicologia e letteratura

Nella-casaAndate a vedere Nella casa di François Ozon del 2012. Se non avete ancora letto Le mille e una notte, nel film troverete una facile introduzione a questo magico libro. Se volete ripassare i concetti freudiani e junghiani  di proiezione, ombra, edipo, scoprendoli nelle situazioni dell’opera, sarete serviti. Ma soprattutto se volete assistere a una magnifica lezione sull’immaginazione, accomodatevi. Tratta dalla piéce teatrale El chico de la última fila di Juan Mayorga, uno degli scrittori spagnoli più amati del momento, la sceneggiatura del film è opera del regista. Che ci ha già affascinato per almeno due film precedenti, 8 donne e un mistero (2001) e Swimming pool (2003). Non intendo, non voglio proprio raccontarvi la storia. Cercherò invece di invogliarvi ad andare a vederla. Nemmeno chi non ha mai letto le Mille e una notte ignora la storia alla base di tutti i racconti: un sultano tradito e annoiato fa uccidere tutte le donne con le quali trascorre una notte finchè arriva Sheherazade (mai sentite le musiche di Rimskij Korsakov ispirate a lei? Beh, vale la pena di fare anche quest’altro sforzo!) che inventa un trucco imaginifico per salvarsi la vita notte dopo notte. Non conclude mai la storia che sta raccontando al califfo, promettendo di proseguire la notte seguente e creando così l’attesa, la suspance, senza mai giungere alla fine. È quello che fa il giovane protagonista Claude (Ernst Umhauer, attore davvero promettente), con un maturo professore di italiano German (Fabrice Luchini) che tiene molto alla Scuola e alla Letteratura. Il colpo di fulmine accade quando, in classe, quasi tutti consegnano un compito semplice (Come ho trascorso il fine settimana), svolgendolo in maniera insulsa. Tutti tranne uno: il nostro eroe. Che descrive un suo weekend davvero intrigante. La narrazione di un tentativo di inserimento in una famiglia borghese attraverso il figlio, un coetaneo, suo compagno di classe. La descrizione attenta e spietata dei comportamenti della “banale famiglia borghese” nella quale vuole intrufolarsi Claude, rivela aspirazioni innegabilmente artistiche, da scrittore. Questa vocazione viene immediatamente riconosciuta dal docente di italiano, dotto lettore e autore lui stesso di un romanzo pubblicato anni prima senza successo. Ma il suo protetto ha stoffa. Bisogna aiutarlo. Così ci troveremo a contatto di Kafka e Flaubert, Balzac e Dickens mescolati con la vita vera. Già, perché la Letteratura, i Libri, sono anche la Vita, si confondono con essa, la avvolgono, la superano, la rendono migliore, più accettabile. L’universo del futuro scrittore si ciba della vita, che altro c’è? La dipinge, ce la fa capire meglio, con tutte le sue bruttezze e meraviglie. Spesso però la forza dello scrittore nasce dalla mancanza, dalla sofferenza, dal bisogno di cambiare qualcosa dentro il suo universo personale, tanto per cominciare. Poche frasi e una sola immagine ce lo dimostreranno. Fate attenzione. Non vi dirò come – ma vi appassionerà –  il prediletto del docente di italiano sarà capace di entrare nella squallida vita di una insignificante famiglia “normale” e di trasformarla. Anzi, entrerà anche nella meno banale ma sempre piatta vita del suo tutore, nella vita sentimentale dello stesso, provocando profondi cambiamenti anche qui. Stravolgerà le vite delle due donne delle famiglie e le renderà nuovamente feconde e progettuali. Ci farà capire finalmente – filmicamente vorrei dire – perché Flaubert amava ripetere Madame Bovary c’est moi. La scrittura è la vita. Ecco cosa ci narra questo film, per ricordare il titolo di un altro libro, di George Semprun, non citato nella pellicola. Ci spiega che cosa è la lettura, la letteratura. Un libro tira l’altro. Anche la vita è così. Un giorno tira l’altro. E la psicologia? Ci aiuta a capire che cosa fare di un giorno dopo l’altro e di comprendere che cosa è successo, non solo negli eventi concreti, ma anche nelle nostre teste e nei nostri cuori. La psicoanalisi, degna compagna della letteratura, ci aiuta a interpretare le azioni dei nostri colleghi mortali e nostre. Capire vuol dire possibilità di cambiare. Cambiare significa migliorare, sempre se abbiamo il coraggio di modificare quel che non ci piace di noi. La psicoanalisi ci spinge a cercare un senso dentro le nostre scelte e a muoverci dentro la foresta di simboli che è l’esistenza, come ha intuito Baudelaire. Non svelerò, com’era nei patti, il finale. Ricorderò invece quel che dice W.B. Yeats, neanche lui citato nel film, ma secondo me presente ugualmente: Le intense passioni ci distruggono la vita nello stesso tempo in cui ce ne svelano la plenitudine e la bellezza.

Tutto questo in un film. Vedere per credere.

Questo articolo sarà pubblicato in cartaceo tra breve nel mio prossimo libro sul cinema.

“La voce umana” e “Il bell’indifferente” di Jean Cocteau, interpretati da Adriana Asti con la regia di Benoît Jacquot – Teatro Caio Melisso di Spoleto, Festival dei due Mondi 2013

Adriana Asti
Adriana Asti

Uffa, questi uomini! Dai tempi di Cocteau ad oggi, le cose tra uomini e donne non sono mica troppo cambiate. Ecco una buona ragione per mettere ancora in scena i due atti unici La voce umana (1930) e Il bell’indifferente (1949) del più poliedrico e dotato degli artisti francesi del Novecento. Tutelata da una regia invisibile ma accorta di Benoît Jacquot, la sempre leggiadra Adriana Asti si duplica nei ruoli dell’amante adorante e abbandonata, ora alle prese telefoniche col suo uomo all’altro capo del filo, poi con un uomo presente ma muto, impassibile, crudele. Misurarsi con La voce umana consiste inevitabilmente nel confrontarsi con un cavallo di battaglia e di razza filmico (Amore, primo episodio, 1948), quello della Magnani diretto da Rossellini. Un regista-uomo, che Nannarella amava e con il quale viveva una storia d’amore sofferta e agitata. Sembra quasi, nel film, che lei faccia le prove generali dell’abbandono (da parte di lui). I tempi erano quelli, la novità e la modernità dell’interpretazione della divina Asti consistono, a nostro parere, nella sua capacità di gestire la situazione con la necessaria, disarmata accettazione di un lui che se ne sta andando. Rivuole gli abiti, i guanti, anche se è disposto a lasciarle il cane. Ma è ormai lontano. Il filo del telefono è un cordone ombelicale lungo, troppo massiccio perché possa fungere da corda che si riavvolge dentro di lei, tremula e impotente ruota trainante. È per questo che capiamo la scelta del regista di mantenere il vecchio apparecchio, anziché sostituirlo con un cellulare. Lei chiede, umilmente, al tiranno dei suoi ultimi cinque anni di passione, di bruciare le sue lettere d’amore e di conservarle come fosse il suo corpo cremato, dentro un portasigarette di tartaruga, da lei regalatogli. Intende donargli se stessa in forma di cenere. Gli ripete sempre che è buono, che lo capisce, anche quando si accorge che lui è già con un’altra, forse sta parlandole dalla casa di lei. Lui la rimprovera anche di fumare troppo, lei ammette di aver preso delle pasticche per dormire la notte precedente, ma avrebbe voluto assumerne di più, per un sonno senza sogni, per non più svegliarsi. Ma la differenza che segna l’interpretazione della Asti da quella della Magnani, è la sua accettazione disperata sì, ma totalmente rassegnata e consapevole. Chi ama non perde niente, vuole dirci, anche se chi amiamo se ne va. Quando sappiamo amare è d’obbligo patire mostruosamente, solo chi ama arriva a tanto. Chi ci abbandona non ci merita, ma dobbiamo combattere fino alla fine perché non si separi da noi. Senza urla, come fa la Magnani, né troppe lacrime, ma con un pallido sorriso di risposta all’appello della fine, della morte, che tutti ci aspetta, facendo finta di aver organizzato noi le faccende dell’amore, che terminano sempre con un abbandono, fisico o sentimentale, da parte di uno dei due protagonisti. L’uomo è dunque il tristo assente-presente dei due atti unici, che vedono ne Il bell’indifferente una superficie inclinata e scivolosa su cui la seconda non-eroina non ha possibilità di attaccarsi senza cadere, non può camminarvi senza sbandare. Così Adriana Asti ha reso con semplicità “composita” il disinvolto e drammatico eterno femminino vittima del maschile di tutti i tempi. Impeccabile la scelta di una bella figura di “sciupafemmine” (l’attore Mauro Conte) assai somigliante ai tanti ritratti ambigui di crudeli fanciulli in fiore dipinti dal pittore Cocteau. Siamo certi che questo spettacolo sarebbe piaciuto senz’altro al regista teatrale Cocteau, come al drammaturgo. Vale dunque la pena di utilizzare un suo famoso epigramma, secondo cui l’artista è una specie di prigione da cui le opere d’arte fuggono, per descrivere la splendida fuga di questo doppio dramma dalla voce-prigione di Adriana Asti verso noi spettatori. Ma, se le mie parole non vi hanno convinto, allora guardatevi allo specchio sperando che rifletterà prima un momento, secondo l’idea di Cocteau, prima di rimandarvi la vostra immagine, maschile o femminile che sia.

Lo psicoanalista all’Opera: Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa al Festival dei Due Mondi di Spoleto 2013

Teatro_Caio_Melisso_di_Spoleto_Spazio_Carla_FendiRieccoci all’Opera. Per merito dell’illuminata Carla Fendi, che ha creato una fondazione per il Festival di Spoleto proprio a favore del Teatro Caio Melisso, lo stesso è tornato finalmente all’antico splendore, grazie al talento di Carlo Savi e Cesare Rovatti, che hanno restaurato anche quella che era la Scena Ricca del pittore Domenico Bruschi. Grandi lodi merita anche Giorgio Ferrara, che sta facendo ridecollare quello che era uno dei festival più belli del mondo, ma ormai sull’orlo del declino, verso alte quote, addirittura vertiginose nel caso di queste nozze segrete, svoltesi in anteprima il 27 giugno, Prova Generale alla quale abbiamo assistito. Delle novantanove che Cimarosa ha scritto, questa è decisamente il suo capolavoro. Ma per continuare abbiamo bisogno dell’aiuto di un grande scrittore innamorato dell’Italia e di Cimarosa, tanto da desiderare di includerlo nel suo epitaffio. Parliamo di Henri Beyle, conosciuto universalmente come Stendhal, nome d’arte che prese dalla città tedesca omonima (ma senza la “h”), che diede i natali a un suo idolo, Johann Joachim Winckelmann, l’archeologo tedesco. Chi ci legge deve sapere che Stendhal, come arrivò in Italia, assistette nel 1799 a Novara ad una rappresentazione di questo gioiello musicale di Cimarosa. Avrebbe poi scritto che queste melodie sono le più belle che sia dato di concepire all’animo umano. Ma la collaborazione che lo psicoanalista richiede all’autore del Rosso e Nero nasce dal riconoscimento delle sue straordinarie doti introspettive e percettive. Infatti H. Taine ha definito Stendhal il maggior psicologo del suo secolo!

Ecco la ragione per cui la musica soave di Cimarosa ha toccato così profondamente le corde del nostro cuore. Sapete perché lo scrittore francese decise allora di restare in Italia? Perché in Cimarosa tutto era divino, fino al punto che vivere in Italia e ascoltare la sua musica diviene l’obbiettivo immediato dei miei pensieri. Naturalmente Stendhal adorava l’Italia per altre ragioni connesse alla sua vita: l’ambiente e gli stimoli culturali e le affascinanti donne italiane, fra cui, sopra tutte, Métilde Viscontini Dembowski. Questa signora lo fece soffrire in modo amaro e terribile, ma forse fu la causa involontaria e principale della scrittura dei suoi migliori libri. Come non essere contagiati da Stendhal? Se lui trovava divina quest’opera, come può lo psicoanalista, che lo sente come un collega antico ma non lontano, non essere influenzato dalle sue emozioni? La rappresentazione, alla quale abbiamo assistito a Spoleto, ci ha resi compagni di viaggio di Henri, ci ha fatto salire su una delle carrozze che si trovano nelle Memorie di un turista e ci ha portato fino ai suoi tempi. I costumi e i trucchi dei cantanti/attori erano simili a quelli che si vedono nelle bellissime statuine di Capodimonte, vestite con cura viscontiana dal supremo Piero Tosi. Abbiamo appena detto cantanti/attori perché, oltre alle notevolissime doti canore di tutti e sei i personaggi, vogliamo onorare il regista Quirino Conti sia per la messa in scena sia per la sua bravura nel renderli capacissimi di arte recitativa. Questa una delle ragioni delle sane risate del pubblico dell’opera buffa a scena aperta, con innumerevoli applausi, sempre meritati. Tutti i critici ricordano una storia e neanche noi la ometteremo: quando l’imperatore Leopoldo II assistette all’opera in suo onore, ne fu così tanto affascinato da chiederne il bis la stessa sera! La sinfonia che apre la rappresentazione è così amabile e trascinante, così orecchiabile e sognante, che si situa tra le vette mozartiane e rossiniane, quelle, per intenderci, che incantano persino gli angeli. La durata è di oltre cinque minuti, che affollano la nostra testa solo di leggerezza e armonia. Nonostante le arie siano tutte molto gradevoli, bisogna riconoscere che nessuna ha mai raggiunto il successo che viene decretato a moltissime dell’eccelso maestro di Pesaro o del genio di Salisburgo (Figaro qua/Figaro là oppure È la fede delle femmine come L’araba fenice, ecc…). Eppure Giovanni Bertati, librettista consumato, con all’attivo ben settanta testi per Opera, tra cui può vantarne anche una con Salieri, quattro con Paisiello e un’altra ancora con Cimarosa, ha scritto una storia deliziosa, che ora vi racconterò.

L’azione si svolge a Bologna, dove il ricco mercante Don Geronimo attende il Conte Robinson, promesso sposo della sua figlia maggiore Elisetta. Gli altri tre personaggi sono Carolina, figlia minore già maritatasi segretamente con Paolino, aiutante del signor Geronimo; Fidalma, sorella di Geronimo, ricca vedova ancora aitante. Giunto in casa di Geronimo, il Conte Robinson ha un vero e proprio coupe de foudre per Carolina e non intende sentire ragioni. Altrettanto ostinato appare Geronimo, che nel contratto di matrimonio ha promesso al Conte centomila scudi. Robinson è disposto ad accettarne la metà pur di sposare Carolina. Il padre di questa, avaro secondo Molière, si convince rapidamente. Impossibile però sciogliere l’amore e le nozze di Paolino e Carolina, che trionferanno, non prima di litigi e battibecchi, invidie e deliri, come quello amoroso di Fidalma per Paolino. Molto brava la mezzosoprano Teresa Iervolino come Fidalma, bravissimo il Geronimo di Omar Montanari (basso), splendida la Barbara Bargnesi di Carolina (soprano) e luminosa, bella e dotata – che voce! – nei panni di Elisetta il soprano Valentina Farcas a cui il Quotidiano La Repubblica del 29 giugno 2013 ha purtroppo negato, sicuramente per un refuso, l’identità nella fotografia presente nell’articolo a tutta pagina. Ci auguriamo che questa rettifica (da noi non dovuta, ma sentita) rappresenti per lei un modesto risarcimento, da sinceri e attenti ammiratori del suo canto. Ci sono piaciuti davvero anche i giovani Davide Luciano nei panni del Conte Robinson (basso), per il quale sospettiamo un grande futuro e l’altrettanto bravo Emanuele d’Aguanno come Paolino, il tenore. Un sestetto davvero affiatato e divertito, che ci ha fatto pensare di non voler più lasciare il teatro o almeno di sperare di imitare l’imperatore Leopoldo.

Come sempre lo psicoanalista si astiene da specifiche critiche di carattere musicale e vocale, ma gli sembra che tutto sia stato perfetto, come il leggendario cerchio di Giotto. Ha trovato il Direttore Ivor Bolton e l’orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari in ideale sintonia e magica armonia. Sperando di non far torto a Bertati, l’aria cantata da Fidalma Ma con un marito via meglio si sta, in questi tempi di atroci femminicidi, si potrebbe anche trasformarla, convenientemente in “Senza” un marito via meglio si sta. Inoltre nella scena settima dell’atto secondo, quando il Conte tenta di convincere Elisetta a farsi detestare e a non volerlo più, sembra di assistere alla scena finale di A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, quando Tony Curtis tenta disperatamente di dissuadere nella proposta di matrimonio il suo corteggiatore che lo crede davvero una donna, fino a rivelare la sua identità maschile, ma niente! L’amore è l’amore, non conosce ostacoli. E così Elisetta finirà per amare e farsi amare proprio in virtù del diverso e iniziale desiderio del Conte.

Insomma, se riuscite a vedere quest’opera, avrete assicurate tre ore di felicità. Dimenticavo: il nostro amico Stendhal scrisse in Ricordi di egotismo, venti anni prima della sua morte, che avrebbe desiderato che sulla sua tomba fossero incise queste precise parole: Errico Beyle – Milanese – Visse, Scrisse, Amò. Quest’anima adorava Cimarosa, Mozart, Shakespeare. Notate bene: Cimarosa è nominato prima ancora di Mozart. Questa sera soltanto abbiamo capito il perché.

P.S.: Per i curiosi, posso aggiungere che, ne La vita di Rossini, Stendhal afferma che Cimarosa morì in seguito ai trattamenti barbari che gli aveva inflitto la Regina Carolina. Di sicuro Henri si identifica con il musicista e con quelle sofferenze che pativa egli stesso, soprattutto da Métilde. Ma, sebbene fuori dalla sua amata Italia, in Francia trovò anche donne che lo ricambiarono, come la cantante di opera buffa (come poteva essere diversamente?) Angéline  Béyretier, sua compagna per oltre tre anni. La passione di Stendhal per l’Opera è lapidariamente descritta ancora nel quinto capitolo de I ricordi di egotismo: Amavo con passione non la musica, ma solo la musica di Cimarosa e di Mozart.

Questo articolo sarà pubblicato in cartaceo sul numero di ottobre 2013 del Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura ed anche sul prossimo libro di Amedeo Caruso da titolo …ancora segreto.

Al cinema con lo psicoanalista

Il numero 16 del Giornale Storico del CSPL che uscirà in concomitanza con il nostro convegno del 27 aprile 2013 dal titolo crisi.globale@psiche va in stampa proprio mentre l’Italia sta per configurare il nuovo volto del Governo del Paese, in questi tempi di crisi, con un risultato che di sicuro ci riserverà qualche sorpresa, come quella che abbiamo visto in questi giorni realizzata da un regista-scrittore che conosciamo bene, Roberto Andò. Abbiamo pubblicato sul n. 11 della nostra Rivista, nell’ottobre 2010, una lunga intervista con l’ artista, che riteniamo tra i migliori metteurs en scène italiani, capaci di rappresentare validamente il nostro cinema nel mondo e che abbiamo scoperto tra i più dotati di cultura e respiro internazionale, nonché tra i più importanti esponenti dell’assorbimento intelligente e creativo del distillato psicoanalitico. Il suo ultimissimo Viva la libertà è appunto un film sulla crisi della politica, che affonda però le sue ragioni anche nella crisi dell’identità non solo politica. Interpretato da un versatile, simpaticissimo Toni Servillo, nel doppio ruolo del politico in decadenza e del suo fratello gemello autore del libro L’illusione di vivere, questo film è davvero una medicina sana e utile per sedare i nervi e portare speranza nei cuori romantici seguaci di Psiche. Guarda caso i due fratelli (la genetica non è acqua) soffrono entrambi di patologie psichiatriche: l’onorevole Enrico Olivieri è affetto da sindrome depressiva che cura soltanto con farmaci; lo scrittore, da poco dimesso da una clinica psichiatrica, ha un importante disturbo bipolare, ma si capisce che oltre i farmaci ha sicuramente ricevuto diverse iniezioni di psicoterapia. Perché sarà proprio lui, Giovanni Ernani (i cognomi diversi sono forse dovuti al fatto che il fratello di successo avrà imposto questo cambio?), a dare il giro di boa del cambiamento al germano omozigote. Giovanni si sostituisce, su proposta del segretario personale (Valerio Mastandrea) del politico, quando quest’ultimo scompare dalla circolazione in preda a un pessimo disturbo dell’umore. Enrico si rifugia in Francia, dove sarà ospitato dall’ex fidanzata (Valeria Bruni Tedeschi), che lavora nel cinema, e in casa di lei ritroverà la pace e i valori perduti. Il fratello burlone – e mica tanto matto – si rende gradito ed amabile nei confronti di tutti gli amici e i galoppini dell’uomo politico. Per quello che dice e fa, commuove finanche il suo fedele collaboratore, l’unico a conoscenza dello scambio, insieme alla moglie del politico. Tra i due gemelli non corre – è il caso di dirlo – buon sangue, non si parlano da oltre trent’anni. Quindi il giuoco delle parti è ancora più intrigante per il soave esule dal manicomio, dove condurrà anche il “suo” segretario per una serata di ballo insieme ai suoi amici matti, un momento davvero esilarante del film. Inoltre, stabilirà un sodalizio dolce e tenero con la cognata-moglie. Strabilierà il solito segretario, che lo scopre sbirciando attonito e compiaciuto dal buco della serratura, mentre ha un colloquio privato con una donna politica tedesca e la invita a danzare un tango a piedi nudi. Sembra quasi una richiesta di perdono, da parte del regista, ma in nome dell’Italia tutta, in ricordo delle cronachistiche gaffes non troppo lontane di un premier che bistrattò la Cancelliera Merkel in più occasioni. Nel frattempo anche il vero politico avrà il tempo e il modo di fare le sue conquiste. Affascina ed è affascinato da una giovanissima assistente di regia del film – diretto dall’attuale marito della sua ex fidanzata – ed avrà anche un ritorno di fiamma con la stessa, che si scopre essere stata amata addirittura da entrambi i fratelli, un’estate al Festival di Cannes. Davvero poetico è però l’incontro con la figlia di lei, che gli si affeziona e con la quale ritrova una dimensione infantile e appassionata della vita. Mentre il finto politico delizia gli astanti con un haiku pronunciato con nonchalance e si ristora con improvvise e tranquillizzanti passeggiate al mare con la falsa moglie, l’esule francese lo chiama al telefono, forse per ringraziarlo, dato che legge gli eventi sui giornali che gli capitano sott’occhio in Francia. Ma ormai la rivoluzione psicologica è scoppiata. Il nuovo-vecchio segretario di partito, ricco della sua follia maniacale, entusiasma il pubblico ai comizi e sbalordisce un giornalista che gli vorrebbe “rubare” un’intervista, che si rivela invece un colpo gobbo contro il partito di maggioranza. Il fratello indegno canticchia o gorgheggia continuamente l’ouverture de La forza del destino di Verdi, che si trasforma in un canto di battaglia e di cambiamento radicale. Il suo refrain preferito è quello di responsabilizzare continuamente i suoi interlocutori e naturalmente gli elettori, con frasi del genere: chi vota i ladri o è un ladro o vuole diventare un ladro! e si affida a Brecht, durante un comizio, recitandone la poesia A chi esita, che consegniamo per intero ai nostri Lettori, più attuale e giusta che mai, grati a Roberto Andò per averla riesumata nel suo pregnante, educativo e divertente film:

Dici per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.

Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
un’apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi.

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta oltre la tua.

Del finale non parleremo, ma pregustiamo il piacere che avranno gli spettatori nel sentirsi a loro volta padroni di immaginare cosa accadrà. Il film è pieno di speranza e di gioia, anche se in parte nasconde un’allegria dei naufragi di ungarettiana memoria. L’Europa sembra molto pericolante, con qualche Paese, come la Grecia, in piena ebollizione. La situazione politica è davvero preoccupante, e questa pellicola è un vero balsamo artistico per cercare di curare le ustioni cocenti dovute alle cattive amministrazioni, e contiene un pizzico di polverina magica per disporci al cambiamento. Così, in bilico tra follia e saggezza, sospeso tra leggerezza e trasgressione, questo film speciale fende e sorvola l’aria viziata d’Italia come un dirigibile, che sentiamo e salutiamo festosamente sopra le nostre teste, scossi dalla sua frizzante e progettuale forza psicoterapeutica, una vera sferzata di aria nuova per una estetica ecologia della mente.

L’altra sorpresa ai tempi della crisi globale – che ha avuto però una premonizione cinematografica – è rappresentata dalle dimissioni del Papa, che dal 28 febbraio 2013 si è trasformato in Papa Emerito. Il regista-profeta della storia è Nanni Moretti, che con il suo Habemus Papam del 2011 ha previsto, nella sua pellicola, il gran rifiuto di Benedetto XVI. Sono troppo lontani i tempi di Celestino V per poterli ricordare come un vero precedente, e soprattutto le ragioni storiche si confondono nella notte dei tempi. Ma il poeta, quale è ogni bravo regista come Moretti, non è forse un voyant? Sì, così ci ha insegnato Rimbaud: Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. E dobbiamo riconoscere che l’intuizione del regista di Habemus Papam è davvero sconvolgente. Così accadde per Stevenson, che aprì nel 1886, con Jekyll e Hyde, i cancelli della Psichiatria e della Psicoanalisi e commentò a proposito del suo libro: L’uomo non è veramente uno, ma veramente due. E dico due, perché le mie conoscenze non sono giunte oltre. Altri seguiranno, altri porteranno avanti queste ricerche e non è da escludere che l’uomo in ultima analisi, possa rivelarsi una mera associazione di soggetti diversi, incongrui e indipendenti. Non è forse questa la toppa della serratura della porta che ci fa entrare nella stanza delle personalità multiple? Ma che meraviglia questo neo-Papa francese interpretato da Michel Piccoli ritratto in tutta la sua umiltà e in tutta la sua splendida umanità. Potremmo quasi pensare, pur non volendo essere blasfemi, che il Pontefice Ratzinger abbia potuto trarre ispirazione da un personaggio così intenso e verosimile. Questo gesto così inaudito, inaspettato, incredibile, così paradossalmente fuori e dentro la storia, ci ha reso amabile e paterno questo Papa, che grandi simpatie o passioni non ha destato durante il suo pontificato lungo quasi otto anni. Questo gesto ha cancellato l’aria teutonica e restauratrice di una figura che sembrava soltanto ancillare rispetto al Papa precedente, già in odore di santità. Ma che grande differenza tra il vecchio Wojtyla, provato dalle molte malattie, dallo sguardo immobile e dalla fatica del vivere e questo Papa, pur anziano, che ha un guizzo di gioventù e di ribellione e si ribella alla crisi dell’età, al decadimento della forma fisica e, forte soltanto delle sue capacità psicologiche, dà scacco matto al Mondo e si ritira in piena consapevolezza sapendo di non poter continuare a governare la Chiesa come si deve. Che grande coraggio! Dopo di lui, anzi lui vivente, non potremo più dire morto un Papa se ne fa un altro! e neanche a ogni morte di Papa!, perché ormai, come ci ha insegnato il Papa tedesco, si può lasciare, anche in vita, umilmente e consapevolmente, il trono di Pietro. Lasciare una sede vacante e diventare il primo Papa moderno che vedrà il suo successore. Tutto ciò è anche un esempio da ammirare e da seguire da parte di quelli che verranno, se si dovesse verificare una debilitazione così profonda delle forze necessarie a reggere la Chiesa.

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Il Trono vuoto (Mondadori 2012) è anche il titolo del romanzo, scritto dallo stesso Andò nel 2012, sul quale si basa Viva la libertà. E ci piace a questo punto ricordare che un esponente “perdente” (e perciò a noi molto simpatico) della sinistra italiana ha commentato, a proposito di questo libro che l’imprevisto è ciò che ci può salvare, il sogno è la strada da costruire. Non è una follia, ma la capacità di alzare lo sguardo verso un orizzonte più alto di quello del meschino calcolo dei vantaggi e degli interessi; si tratta di ritrovare la voglia di crederci per raggiungere quegli obiettivi che abbiamo nel cuore. La politica, raccomanda Andò, deve uscire dal suo stato di “figlia della paura” per tornare a essere “un varco verso ciò che non è ancora accaduto”. E non è forse ciò che ha fatto anche il Papa?

Detto questo, possiamo confessare che Habemus Papam come film non ci è troppo piaciuto, perché, nonostante l’interpretazione perfetta di Michel Piccoli e la sbalorditiva profezia di Moretti, memorabile per questa premonizione, non ha toccato fino in fondo le corde del nostro sentire e vedere psicologico.  Ci saremmo aspettati altro e di meglio dal regista de La stanza del figlio (2001), che anche in quella occasione ha vestito i panni di un più che verosimile psicoanalista cui muore un figlio. Siamo rimasti così delusi da questo film, forse perché, nel film appena citato, la figura dello psicoanalista l’abbiamo vista così autentica, sofferta e vissuta, reale più del reale e umana come l’umano, che ci incantò. Ma vogliamo pensare che il professor Brezzi, psicoanalista consultato dal Vaticano, non sia neanche lontano parente dello psicoterapeuta Giovanni de La stanza del figlio. Non ci è piaciuto il professor Brezzi, che organizza un torneo di pallavolo con i Cardinali in Vaticano – del quale è rimasto prigioniero per ragioni di tutela estrema della privacy pontificia – e in attesa della guarigione del Papa. E nemmeno la magra figura che fa lo psicoanalista Moretti che, alla presenza dei Cardinali (inconcepibile!), effettua una seduta di psicoterapia col Pontefice al quale diagnostica una depressione e un vago senso di impotenza. Quindi consiglia di inviarlo alla ex-moglie (la migliore psicoanalista dopo di lui! …a detta dello stesso) che non sia a conoscenza dell’identità del paziente. La seconda psicoanalista migliore sulla piazza, interpretata da Margherita Buy, diagnostica un deficit di accudimento e prescrive la ricerca delle cause nel passato del paziente (illustre), che si presenta a lei come attore di teatro. La guarigione, invece, il Pontefice neo eletto la cerca a teatro, imbucandosi ad una rappresentazione de il Gabbiano di Čechov, che per giunta conosce a memoria. Pur essendo d’accordo con Moretti che di psicoanalisti ce n’è bisogno per tutti, politici e papi inclusi, non abbiamo apprezzato troppo questa riduzione della psicoanalisi all’avanspettacolo sportivo. Siamo consapevoli che in mezzo ai trita-cervelli mondiali ce ne siano molti definibili come macellai cerebrali e, pur avendo conosciuto psico-piumini dell’inconscio, capaci di dare solo spolveratine delicate alla mente dei pazienti, anziché una sana igiene mentale con lavaggi psicologici settimanali, crediamo che il ruolo dello psicoanalista-jocker in questo film non giovi troppo alla sua salute ed alla sua riuscita.

Dopo la Politica ed il Papato ricordiamo una crisi sentimentale tra le più belle e indimenticabili del cinema ad opera di (…)

L’articolo integrale sarà pubblicato sul numero 16 del Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura che uscirà in aprile in concomitanza con il Convegno del CSPL crisi.globale@psiche.

Recensioni – Le Stanze dei Sogni

Un dialogo costruito sui sogni-racconti degli spettatori che assistono allo spettacolo come in work in progress, una finestra sul profondo dove s’incontrano verità e visioni, tracce mistiche e scene di vita, incubi e sprazzi di illusioni. Ma se d’immaginario si tratta è un sentire borgesiano, finzione, dubbio amletico e domande eterne sulla vita e sulla morte; sogno karmico come possibilità di nuove aperture, sogno per eccellenza, cinematografico, alla Hitchcock. Fa da fondale una suggestione creata da stanze giocate su pannelli di klimtiana e magrittiana memoria… e Sabelli coinvolge il pubblico anche grazie alla bravura di Donato Cimaglia, percussionista di fine scuola jazz.

ROMA – 03/02/99 – M.G. –

Sabelli uno dei talenti più poliedrici dell’attuale teatro italiano, ha ideato un palcoscenico in movimento, una sorta di giostra/spazio temporale che gli permette di presentare sogni differenti in successione… Facendo forza sulle suggestioni visive ideate da artisti come Hopper, Magritte, Klimt, e sfruttando quelle sonore ideate dal vivo dal batterista jazz Donato Cimaglia, “Le stanze dei sogni” diviene una virtuosistica prova d’attore. Sabelli, grazie alla collaborazione di Amedeo Caruso, riesce a far rivivere sulla scena, tra gli altri Amleto, J.L.Borges ed Orson Welles, Athur Schintzler e Frank Sinatra, alla ricerca di un sogno comune…

PORTA PORTESE 12/02/99

Le stanze dei sogni propone un gioco a incastro fatto di sogni d’artista, sogni della grande letteratura e drammaturgia, sogni storici, musicali, pittorici e persino sogni del pubblico, che viene invitato a scriverli su un foglio di carta e a consegnarli all’attore, con l’eventualità che vengano poi letti e rielaborati sul palcoscenico.
La scena è mobile come una giostra, le suggestioni pure. Sabelli chiama in causa onirica Borges, Schnitzler, Hopper, Magritte, Klimt, ma anche Amleto che recita il monologo “essere o non essere” in chiave psicoanalitica, Frank Sinatra che rivive la sua vita come un sogno karmico e Orson Welles che incontra Karen Blixen e rimpiange di non avere avuto tempo per girare un film dal di lei racconto The Dreamers. Con Sabelli alla ribalta il batterista jazz Donato Cimaglia che firma le musiche di questo e suggestivo curioso “One man show” a cavallo dell’inconscio della durata complessiva di un’ora.

CORRIERE DELLA SERA 14/02/99 -Margherita D’Amico

Un universo di sogni violato, deriso, intrappolato in metafore esistenziali raccontato da illustri personaggi: Frank Sinatra, Orson Welles, Arthur Shintzler, Karen Blixen, Lou Andreas Salomè…
Ottimo il lavoro di Stefano Sabelli, artista a tutto tondo (attore, cantante, performer) seducente, accattivamnte, brillante nel continuo imporsi ed esporsi dei suoi protagonisti. Mai un attimo di noia, di insofferenza (…) I suoi Sogni corrono veloci intramati di ricordi, citazioni (Shakespeare, Borges, Stevenson) cullati dalla musica. Beethoven, Strauss, brani jazz e ballate popolari, celebri songs resi immortali dalla voce di Frank Sinatra.

IL TEMPO – 16/02/99 – Carmela Piccone

La scenografia è una giostra che al momento opportuno si ferma per far vivere, in un quadro, l’interprete del nostro arco vitale.. Stefano Sabelli, accompagnato dalle musiche di Donato Cimaglia, riesce a dar vita alla dotta e visionaria esternazione delle nostre coscienze con grande estro imprevedibilità e un pizzico di insana e avvolgente follia, cocktail necessario per interessare e interessarsi all’ego attoriale.

ITALIA SERA -17/02/99 – Paola Aspri

Se Caruso è bravissimo nell’ideare dei veri e propri monologhi che richiamano alla mente riferimenti letterari comuni, spesso anche coltissimi e raffinati, Sabelli è estremamente abile ad evitare il rischio di un lavoro troppo didascalico, fornendo chiavi di lettura immediate e suggestioni profonde, per mezzo di costumi, musiche, luci ed intonazioni vocali differenti. Quando la giostra gira si torna tutti bambini, si aspetta che si apra lo scenario seguente chiedendosi chi vi si troverà, come se si parlasse di amici e di elementi ormai propri dell’immaginario collettivo.
Splendida l’atmosfera marina con il vascello dove al tempo stesso siedono il Corsaro Nero ed Achab, Lord Jim e magari Nostromo, con il rumore del mare che si porta via anche i nostri sogni e le nostre fantasie di bambini e adulti.

IL GIORNALE D’ITALIA 25/02/99 – Gianluca Verlezza

Le stanze dei Sogni potrebbe essere definito una summa dei vari modi di fare teatro. Recitazione classica, musica dal vivo, proiezioni, canto, creano infatti un insieme suggestivo di immagini e atmosfere grazie anche a una scenografia funzionale: una giostra di stanze che ruotano, con cambi a vista, e che impegnano il protagonista a variare velocemente, epoca, sfondo e costume.
In scena i sogni confessioni di personaggi famosi di ieri e di oggi, tra gli altri, Frank Sinatra,Amleto, Borges, Schnitzler, Orson Welles, Andrè Lou Salomè. L’interpretazione di quest’ultima, che appare simile a una bambola meccanica sospesa in aria, è un po’ l’emblema della recitazione eclettica del funambolico Stefano Sabelli.

AVVENIMENTI 11/04/99 – Alma Daddario

Recensioni – Da Paulo Coelho a Laurie Anderson, ventitré interviste raccolte nel libro di un analista junghiano

di Luciana Sica (Fonte: La Repubblica)

Robert Altman e James Hillman, Laurie Anderson e Paulo Coelho, Georges Lapassade e Judith Malina. E poi ancora: Alberto Oliverio, Dacia Maraini, Aldo Carotenuto, Bianca Garufi, Laura Morante, Paolo Rossi, Daniele Sepe, Ernest Lawrence Rossi… ventitré personaggi intervistati sul sogno e la psicoanalisi, una galleria di ritratti piuttosto insoliti – di professori, antropologi, registi, attori, scrittori, pittori, musicisti, insomma d’ intellettuali e artisti – raccolti in un libro che ha un titolo basato su un calembour facile facile ma di sicuro effetto: Di che sogno sei, in uscita da Liguori (pagg. 170, lire 35.000). L’ autore è il quarantaquattrenne Amedeo Caruso, specialista in medicina interna e psicoterapeuta di formazione junghiana, studioso di trance e d’ ipnosi, ma anche appassionato cultore di piaceri letterari, con un gusto vistoso per il cinema, il teatro, la musica. Si direbbe uno psicoanalista en artiste, e il suo libro in qualche modo gli somiglia, riflette senz’ altro l’ eclettismo intellettuale, o anche più semplicemente il divertimento dell’ autore, la passione di curiosare, d’ indagare nelle pieghe più segrete degli affascinanti personaggi che tanto gli piace incontrare. Ecco, divertissement è la parola più adatta per descrivere questo libro esile ma gradevolissimo: se manca ovviamente lo spessore del saggio scientifico, alcuni passaggi possono comunque interessare anche i lettori più avvertiti. In particolare, è molto ben condotta l’ intervista ad Alberto Oliverio, uno psicobiologo di fama. Le risposte sono precise, mai banali, sempre molto colte. Da sottoscrivere pienamente è il punto di vista di Oliverio sulla psicoanalisi: poco gli importa “delle diatribe, delle valenze terapeutiche, se cura o non cura, se è morta o vegeta o vive”. E’ ben altro che conta alla fine, non certe posizioni apocalittiche che dissimulano malamente interessi fin troppo scoperti. Dice Oliverio, col sano distacco del neuroscienziato: siamo comunque di fronte a “un fenomeno che ha sovvertito completamente l’ immaginario non soltanto artistico e culturale, perché non credo che esista un artista del Novecento che non abbia dovuto fare i conti con l’ inconscio… “Poi è entrato, per utilizzare un termine junghiano, nell’ inconscio collettivo insieme ad altre discipline scientifiche, come per esempio la dimensione relativistica del pensiero, che oggi si tende a sottovalutare”. A volte invece – in questo singolare libro di Amedeo Caruso – le emozioni vengono profuse a piene mani, quasi con spudoratezza. Mettiamo – per fare un solo esempio – l’ incontro con la Anderson, sofisticata musicista sperimentale e donna bella e misteriosissima, “indossatrice di voci”, com’ è stata più volte definita (in modo riduttivo). Con lei il discorso scivola su tracciati diversi, assume subito un che di poetico e soprattutto di religioso, da quei laghi ghiacciati che sogna tanto spesso all’ adesione al buddismo. E come osa concludere l’ autore del libro il suo incontro con la Anderson? Con una frase che di asetticamente professionale non ha proprio nulla, e somiglia piuttosto al malinconico addio di un ragazzo innamorato: “Bon voyage, Laurie, today and forever and a day!”.