Una recensione psicoanalitica davvero “personale” del giallo napoletano Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore

ovvero: Elogio del mio assassino

Tutto è cominciato con una divertita telefonata ricevuta da una mia ex assistita (io preferisco definire “assistiti” i pazienti con me in cura medica o psicoanalitica), la cui psicoterapia ha sortito effetti gratificanti per entrambi, e, nonostante la lontananza geografica, siamo rimasti in ottimi rapporti che coltiviamo via email. Dunque qualche settimana fa, la signora Mavà (la chiamerò così perché era un suo ricorrente e sorridente intercalare) mi annuncia, assai divertita e ironica, che ha appena letto che sono stato assassinato! …in un romanzo giallo, però, si affretta ad aggiungere, insieme al fatto che questo libro viene venduto con appena un paio di euro in più insieme a un quotidiano. Mi augura una buona estate e mi consiglia la lettura, secondo lei piacevole, di questo volume, il cui autore è Pino Imperatore, sul quale mi documento, giustamente incuriosito, con rapidità. In serata trovo subito il libro presso l’edicola più vicina a casa mia. Pur avendo in cantiere questa estate una mole notevole di lavoro, non rinuncio all’intrigante idea di macinare un po’ di pagine di questo voluminoso noir; e, come fanno in genere i lettori “seriali”, controllo subito il numero totale delle pagine, senza provare a mettere a fuoco nient’altro dell’ultima pagina, che in questo caso porta il numero 361. Va bene, mi sono detto, cominciamo col leggiucchiare un pochino e vediamo se la storia mi prende.

A questo punto però vorrei fare una pausa, in attesa di assistere all’uccisione di Amedeo Caruso, per dichiarare quelli che sono i miei autori preferiti di romanzi gialli o di hard-boiled: Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Rex Stout. Da adolescente divorai tutti i romanzi di Ian Fleming (l’autore dell’immortale 007), e quindi il Peter O’Donnell di Modesty Blaise (che avventura l’omonimo film di Joseph Losey con Monica Vitti nei panni della bellissima spia che uccide!) e I dellitti dell’oro cinese di S.S. Van Dine. Più tardi mi sono cimentato con Manuel Vázquez Montalbán, e pur provandoci a varie riprese, non sono riuscito ad appassionarmi ai gialli di Camilleri, di cui preferisco invece gli scritti di saggistica e ho apprezzato il bellissimo suo ultimo lavoro monologante Colloquio con Tiresia, filmato da Roberto Andò, un regista assai sensibile alla psiche con cui ho dialogato nel mio libro Regie dell’inconscio. Tanti avranno appreso che il Grande Vecchio che da poco ci ha reso orfani della sua scrittura veritiera e della sua oratoria coraggiosa, e che divenne famoso soprattutto per i suoi libri sull’Ispettore Montalbano (nome che apertamente confessò di aver preso dal suo idolo Vázquez Montalbán), fu tempo prima il delegato di produzione RAI per le inchieste di Maigret, con la scelta di Mario Landi per la regia. Si trovano oggi tutte quante ripubblicate in video e sono davvero imperdibili. Avevo infatti dimenticato di citare tra i miei autori preferiti Simenon, di cui sono riuscito a leggere il fior fiore, secondo Camilleri, ascoltandone i consigli in una video-conversazione venduta settimanalmente in edicola insieme a tante altre parecchi anni fa (ma oggi si trova anche su YouTube https://youtu.be/_LKGMrzwH7k ). Questa conversazione di circa un’ora dell’ottimo Camilleri che parla a braccio dei suoi romanzi preferiti di Simenon, mi ha consentito di accostarmi a un autore che conoscevo appena, ma avevo apprezzato diverse sue scritture come quella nella quale racconta che quando facciamo un figlio, facciamo un giudice della nostra vita, o un’altra ripresa dal film Lo sciacallo di Melville, e anche Il commissario Maigret di Delannoy, tratto da La trappola di Maigret e naturalmente tutti gli sceneggiati con Gino Cervi degli anni ’60 fino al 1972.

Mi rituffo quindi nel giallo Aglio Olio e Assassino pubblicato nel 2018, ma ristampato in edizione pocket speciale questa estate e scopro dopo poche pagine, precisamente alla 19, come l’autore mi ha letteralmente cucinato… o forse dovrei dire l’assassino? Forse che l’autore non è anche l’assassino di Amedeo Caruso, dato che tutti i personaggi del suo libro sono sempre lui? Tutto è probabilmente cominciato con Flaubert, che dichiarò genialmente Madame Bovary c’est moi! Non è vero caro Pino Imperatore? Ed ecco che tra poco dovrò enunciare – sarò costretto a farlo –  un’interpretazione psicoanalitica dell’autore dei romanzi gialli. In realtà il signore mio omonimo, vittima non unica di questo noir, è lontano da me per età e ci distinguono inoltre diversi aspetti, non sono io, ma c’è il mio stesso nome. Ma, ohibò, perché questo assassinio? Una Napoli amabile e accogliente, folkloristica e quasi favolistica fa da scenario al romanzo e, lo ripeto, pur non essendo un amante dei gialli, mi piacciono quei film francesi che vengono chiamati polar con un termine sincretico che unisce la parola pol-icier (poliziesco) e no-ir (nero, che si pronuncia nuàr), ecco nato il polar. Oddio… perché non mi tornava in mente la parola polar? Ah, già, dimenticavo, ma ogni volta mi succede con lo stesso nome. È che questa parola francese così originale, contiene diverse lettere che formano il cognome di un tipaccio incontrato in un periodo della mia carriera professionale. Costui era di una perfidia diabolica, e rappresentava (anche nei sogni) sempre tutto ciò che mi era odioso e ostile. Per tutte le volte che le persone, medici compresi, lo hanno mandato all’inferno, avrà avuto un biglietto di prima classe alla partenza.

Che cattivi gli psicoanalisti, si permettono certe vendette che capiscono solo loro! Caro Pino Imperatore, ora ti sto conoscendo meglio attraverso le notizie che trovo su internet. Sembri una persona intelligente e sensibile e mi stai diventando quasi simpatico. Sappi che ti invierò questa lettera oltre a pubblicarla sul mio sito web e la includerò nel mio prossimo libro, e non è una minaccia, anzi, devo quasi ringraziarti per lo spunto che mi dai per scrivere questi ragionamenti.

Ma dov’ero rimasto? Ecco, perché lo scrittore ha scelto questo nome e cognome, anzi il mio nome e cognome, per la vittima? Vediamo un po’. Il mio nonno paterno è stato il primo Amedeo Caruso, da cui, come si usa soprattutto al sud, ho ripreso il nome. Mio padre Claudio è nato in Friuli e si è trasferito dall’età di circa otto anni in Molise dove, ha lavorato come farmacista e si è sposato con mia madre Maria Luisa che è molisana. Il seguito della storia l’ho raccontato nel mio libro Caro Papà del 2003. Sempre mio nonno Amedeo ha studiato farmacia a Napoli, dove ha vissuto insieme alla moglie Ida, mia nonna per diversi anni. Qui la storia si fa un po’ lunga, ma, dato che c’è di mezzo un morto (anche se letterario), è necessario che la racconti per spiegare la persistenza del nome Amedeo Caruso a Napoli.

Mio nonno faceva parte dei cosiddetti ragazzi del ’99, i circa 260 mila giovani italiani che furono precettati e reclutati per andare in guerra nei primi mesi del 1917, anche se non avevano ancora compiuto 18 anni. Dunque il mio avo Amedeo partì per il fronte e in Friuli, oltre a prepararsi alla guerra, fece l’amore con una bella, alta e austera friulana (che assai somiglia a una fanciulla che mi stregò cinquant’anni fa) e nacque mio padre in territorio bellico a Tricesimo, dove rimase con i suoi nonni friulani, mentre la madre e il padre si trasferirono a Napoli, dove Amedeo studiava farmacia ed era collega di corso di un certo Francesco Angelini, di cui diventò amico e che sarebbe stato il futuro fondatore della casa farmaceutica che, per merito del legame affettivo con mio nonno, indisse un legale finanziamento di ricerca sull’aterosclerosi dal 1981 al 1984, che mi promosse a borsista presso l’Istituto di Clinica Medica, dove ho svolto attività clinica e scientifica subito dopo al laurea.

Mio nonno Amedeo a Napoli studiava sempre, ma trovò anche il tempo di fare, naturalmente insieme alla moglie, un altro figlio, anzi una figlia, Maria, che nacque a Napoli. Poi se ne tornarono in Molise (che allora esisteva, oggi molti lo negano), dove fecero un’altra figlia – Angela, detta Lillina – e tante altre belle cose, per poi trasferirsi, sessant’anni fa a Torino, dove aprì quella che fu definita a quei tempi la più bella e moderna farmacia d’Italia, perché era tutta automatizzata e per quei tempi era una cosa straordinaria. Dunque, questo nome, Amedeo Caruso, serpeggia ancora a Napoli, oltre che in Sicilia. Come tutti i cognomi ha una presenza prevalente in determinate regioni. Ma perché avrà scelto questo nome il signor Imperatore per l’assassinato? È quello che scoprirà lo psicoanalista Amedeo Caruso, che si permetterà di scandagliare freudianamente e anche junghianamente l’inconscio del romanziere. E così mi reimmergo nella lettura di Aglio olio e assassino, che mi appassiona, è fluida, leggera, allegra. Potrei definire la prosa di Pino di un genere arancione, insomma un giallo misterioso unito a un rosso antico, quasi pompeiano. Ecco, se dovessi dare una definizione del libro in questione di Pino imperatore (di cui subito dopo ho letto anche Con tanto affetto ti ammazzerò, che presenta ancora alcuni dei pittoreschi personaggi di Aglio olio e assassino), lo inserirei nella categoria speciale del giallo pompeiano, dato che è intriso di una vivacissima e gustosa napoletanità. Ecco come “mi” ha cucinato il sarcastico giallista:

Il corpo, completamente nudo, era disteso sul letto in posizione prona, con le braccia e le gambe divaricate, un coltellaccio conficcato nella schiena e un mazzetto di peperoncini rossi sulle natiche. La testa, reclinata su un lato, presentava due profonde ferite nella zona parietale. Fra i genitali e le lenzuola era infilata una padella colma d’olio e spicchi d’aglio.

Conduttore delle indagini è il commissario Gianni Scapece, scapolo impenitente, amante di gialli (ma va! …direbbe la mia spia ex-assistita), di jazz e di donne, erede campano di Sam Spade e Philip Marlowe. Mi piace però pensare a lui più come a un figlio dell’attore Elliott Gould quando veste i panni dell’investigatore inventato da Raymond Chandler in uno dei più bei film noir di tutti i tempi, Il lungo addio, girato nel 1973 da Robert Altman, regista da me conosciuto e intervistato nel 1995. Il colloquio si trova nel mio libro Di che sogno sei? A questo proposito mi viene in mente che ho sognato proprio in questi giorni di scrivere un giallo vendicativo contro certi soprusi subiti da un artista di mia conoscenza, ispirandomi alla bravura di Pino Imperatore! Si trattava del primo giallo psicofuturista che faceva giustizia almeno nella vita onirica, delle ragioni di questo mio amico che era stato flagellato da sentenze inique. Mi ricordo che Freud ebbe notizia del fatto che i nazisti bruciavano i suoi libri, ebbe un motivo di compiacimento, perché commentò, nel medioevo avrebbero bruciato lui anziché i suoi testi, e così devo aver sognato per questo amico, che è meglio che abbia sofferto una perdita economica, anziché subire paradossalmente il rogo dei suoi libri. Esiste un divertentissimo disegno di Freud con una donna nella testa il cui autore è sconosciuto, mentre questo schizzo continua a fare il giro del mondo e viene continuamente diffuso con la scritta che cosa c’è nella mente di un uomo. Ed è un vero capolavoro di grafica. Immagino quante volte il geniale autore si sia morso le mani per non aver firmato l’opera e, anche se la sua creatività resterà ignota per sempre, in cuor suo saprà di essere il creatore. Dato per certo che il mondo è pieno di asini e copioni, questi ultimi hanno bisogno di aquile da cui apprendere che cosa si vede dal cielo e in cielo, magari abbattendole a pallettoni! Avrebbe mai pensato il povero Oscar Wilde, che la sua omosessualità, per la quale fu condannato a un carcere durissimo e a morte precoce, oggi viene accettata tranquillamente e sancita anche dal matrimonio.

Devo ammettere che lo scrittore di cui sono “vittima” invoglia a farsi seguire nelle sue descrizioni assai partenopee. Parthenope si chiama anche il ristorante dove il buon poliziotto incontra un vecchio amico del padre, che era un pescatore assai benvoluto da Francesco Vitiello, detto nonno Ciccio. Costui è il genitore di Peppe (co-gestore dell’osteria Parthenope) e di Isabella, la cui bellezza scatena un colpo di fulmine in Scapece, anzi un vero e proprio stato di trance secondo l’Imperatore del libro. Questa storia dell’ipnosi mi piace, perché l’ho studiata, appresa negli Stati Uniti da Ernst Rossi (di origini campane!), un discepolo del famosissimo psichiatra Milton Erickson, la pratico, ne ho scritto e ne continuerò a scrivere, poiché pochissimi psichiatri e medici italiani la sanno utilizzare e tanti invece ne hanno paura e ne prendono le distanze e spesso la disprezzano senza conoscerla affatto. Ma basta con la trance e torniamo al commissario Scapece, che è però ipnotizzato dall’avvenente trentaseienne analista biologa dai capelli rossi, figlia di Peppe Vitiello. La storia comincia a prendermi davvero, anche perché entro pagina 100 mi connetto con lo scrittore preferito di un personaggio, che è Ermanno Melville (sì, lo so, si chiamava Herman, ma facciamo un po’ il gioco degli americani quando traducono tutto in anglosassone, o i francesi che accentano tutto secondo la loro cadenza). Sentite che bella frase quella citata di Melville, autore di Moby Dick, La balena bianca: chi non ha mai fallito in qualcosa non può essere grande. Che meraviglioso aforisma questo di Ermanno, anche se io ricordo sempre la sua bellissima asserzione in Bartleby lo scrivano: preferirei di no. Eh già, quante volte preferiremmo dire di no e non lo facciamo? Quanta gente vorremmo uccidere e non lo facciamo, perché andremmo in carcere, recheremmo dolore ai nostri cari, per non parlare dei nostri sensi di colpa… così magari preferiamo fare fuori qualcuno nei romanzi che scriviamo: facciamo morire Emma Bovary come fece Flaubert con la sua eroina; oppure ammazziamo mister Hyde e così uccidiamo anche il dottor Jekyll, che erano stati scoperti e sempre presenti nell’incomparabile Stevenson (secondo Borges nella sua poesia I giusti: chi è contento che sulla Terra ci sia Stevenson…); oppure lasciamo che Anna (certo, la Karenina… chi altra?) muoia sotto un treno… e Tolstoj era un gigante pieno di problematiche (leggetevi il libro di Pietro Citati su di lui, roba da far drizzare i capelli anche al più caldo dei gelidi lacaniani!). Fortunati i romanzieri e gli scrittori in genere, perché possono, con la loro fantasia, fare tutto quello che vogliono, parlare con Dio, andare nell’Ade, giungere in Paradiso, passando per l’Inferno e il Purgatorio, raccontare il 16 giugno di un certo anno in circa 1200 pagine (è l’Ulisse, non di Omero, ma anche lui non scherzava con l’immaginazione: è arrivato a influenzare perfino il regista Kubrik dopo 2700 e passa anni!). Si racconta che Victor Hugo, passeggiando in giardino, incontrò un amico che, vedendolo assorto, gli chiese se stava pensando a un nuovo romanzo… No – rispose il grande romanziere francese – pensavo a ciò che dovrò dire a Dio quando mi troverò alla sua presenza… E quel mattacchione del suo interlocutore esclamò: Di sicuro non conosco il discorso che farete, ma presumo che tu esordirai così: “Mio caro collega…”.

Finora abbiamo capito, e anche questo può essere materia di un giallo dove bisogna capire, oltre che raccogliere le prove, che chi sa scrivere arriva con l’immaginazione dove vuole e fa quel che vuole. Così lo confermò Einstein: La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto. Secondo me, nelle vesti dello psicoterapeuta Amedeo Caruso, i romanzieri di libri gialli riescono a trasformare e a sublimare la loro aggressività seminando morti dappertutto, come Agatha Christie (ricordate Dieci piccoli indiani? per chi non lo sapesse è uno dei libri più famosi della tremenda narratrice inglese, dove vengono fatti fuori tanti personaggi, oppure Assassinio sull’Orient Express, dove tanti distinti signori e gentili signore diventano insieme un unico assassino di un vile soggetto). Oppure penso a Dashiell Hammett, che era perseguitato dai servizi segreti americani per le sue simpatie comuniste, ma fece fuori un sacco di gente nelle pagine di Piombo e sangue, Il falcone maltese, Cadaveri di donne gialle e tanti altri. E così operò la sua compagna, la dinamica Lillian Hellmann, che scrisse una commedia al vetriolo, dal titolo Piccole volpi (vedetevi il film di William Wyler, con Bette Davis, che è un capolavoro), vendicandosi così del perbenismo che la circondava e la strozzava. Insomma, scrivere è anche un modo per lasciare una tracciadi quanto abbiamo vissuto nel bene e nel male. Lo sapevate che lo scrittore Honoré de Balzac, che ha avuto una madre che lo trattò malissimo, ne fece un ritratto terribile nel racconto La Grande Bretèche che sembra un giallo (lo conosci o Imperatore?), ma è anche la storia di una rivalsa e, diremmo in psicoanalisi, la sublimazione di un’ira incontenibile, lo sbocco artistico di un patimento soffocante come quello del piccolo Balzac che non fu mai amato dalla madre. Nella realtà però il dolce Honoré si prenderà cura della madre al meglio delle sue possibilità e fino alla fine, perdonandole ogni cattiveria.

Ricordo che stiamo sempre parlando però, a proposito del libro di Pino Imperatore che, attenzione, non è solo un giallo pompeiano, ma contiene anche utilissime, curiose, speciali informazioni su posti rari e sconosciuti di Napoli, pur famosissimi per i locali, come la casa della Santarella in Vico Tre Re a Toledo, dove è conservata una seggiola prodigiosa appartenuta a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, il cui utilizzo procurava, a detta di molte donne, un concepimento certo. Sia chiaro che Amedeo Caruso il medico lo conosceva già questo posto, per merito del film Un castello in Italia (2013) di Valeria Bruni Tedeschi, che ambienta una scena esilarante proprio riguardo la miracolosa seggiulella. Non conosceva però, il dottor Caruso che scrive, la chiesa di Santa Maria del Parto dove si troverebbe un famoso dipinto Il Diavolo di Mergellina, un dipinto realizzato dal pittore Leonardo da Pistoia, ma poi scopre che si trova attualmente nel Comune di Bagnoli Irpino e non è esposto al pubblico (peccato!). E tutto ciò serve all’autore Imperatore per ricordare la frase ricorrente che i maschi napoletani rivolgono alle donne affascinanti e tentatrici: Si’ bbella e ‘nfama comme ‘o riavulo ‘e Mergellina. Quante diavolesse hanno incontrato i miei assistiti? E con quanti satanassi si sono confrontate le mie assistite? …lo psicoanalista Amedeo Caruso assicura che non solo siamo homo homini lupus, ma anche homo hominis diabolus, valido anche per il femminile.

Le indagini proseguono animatamente, ma per fortuna c’è anche il soccorso di Publio Ovidio Nasone, che è sempre confortante con il suo intuito poetico: ogni amante è un guerriero e Cupido ha il suo accampamento. Così apprendiamo anche che il solito diavolo (‘o riavulo) sa sempre come mostrare le corna. E le corna ornano spesso chi meno se lo aspetta e chi più se le merita, parola di psicoanalista. Solo chi non ha orecchie per intendere potrà capire, direbbe Lacan.

Mi piacerebbe aver invitato a collaborare Peppe Vitiello, soprannominato “Braciola” al numero dedicato a Cibo e Psiche (ottobre 2018) della rivista Psiche Arte e Società di cui sono direttore responsabile, per la simpatia nei confronti di questo buon gastronomo, tenutario insieme al padre della trattoria Parthenope, dove si svolgono scene importanti del giallo pompeiano. Braciola avrebbe disquisito della vecchia e nuova cucina come fa nel libro, disdegnando il programma per la propagazione dell’entomofagia (quelli che incoraggiano i pasti con le cavallette) e il suo motto è Meglio un giorno da ragù che cento da calabrone! Infatti per lui cucinare è come vivere una storia d’amore fatta di dolcezze, cordialità, gesti affettuosi… se ci nutriamo bene, abbiamo cura della nostra salute e diamo valore ai prodotti che la natura ci dona.

Com’è confortevole poi farsi guidare a Marechiaro da Pino Imperatore e quindi dalla collina di Posillipo arrivare fino a quel che resta del Palazzo degli Spiriti che, ci dice lo scrittore, forse fu sede della scuola di arti magiche di Publio Virgilio Marone e vedere la famosa fenestella per la quale il poeta Salvatore Di Giacomo scrisse le parole di una delle più romantiche canzoni napoletane: Marechiare. Ancora, andiamo a spasso con lui verso la chiesa di Santa Maria del Faro, gioiello dell’architettura sacra partenopea, eretta sui resti di un tempio dedicato alla dea Iside e poi restaurato nel 700 in stile barocco dal geniale architetto Ferdinando Sanfelice.

Ma nel frattempo accade un altro delitto e Amedeo Caruso come cadavere del libro non è più solo.

Il racconto è così avvincente, perché l’autore sa mescolare cultura napoletana, cucina e comicità, come quando uno dei personaggi, per far capire che non è riuscito a dormire tutta la notte, esclama che ha contato le pecore, finché non sono finite e poi è passato alle capre! Ho poi scoperto, grazie a Pino (ormai direi che posso chiamarti così, amichevolmente, dandoti del tu), che esiste una particolare croce detta dehoniana disegnata nel 1900, sul finire degli anni 70, che ha un particolare: è tratteggiata in modo asimmetrico con un cuore al centro per dare un effetto ottico dell’organo pulsante, e l’autore l’ha concepita pensando alla frase di Antoine de Saint-Exupéry (non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi).

Invece la storia che già conoscevo di Parthenope – la sirena che, dopo aver provato ad incantare Ulisse, trovò la morte a Napoli, sull’isolotto di Megaride – mi ha nuovamente ammaliato e, diversamente dall’eroe dell’Odissea (che invece le resistette), sono caduto, anche se solo per poco, nel suo canto, abbandonandomi al ricordo giovanile di una fanciulla napoletana altrettanto affascinante, seducente ma velenosa come la sirena. Aveva ragione Ulisse, avrei dovuto tappare con la cera anch’io le mie orecchie a suo tempo, ma grazie alla psicoanalisi, questa micidiale donna partenopea è diventata il mio vaccino contro le donne psicopatiche. Una delle pochissime cose che mi piacciono di Lacan, contro cui ho anche pubblicato poche settimane fa un libello, è questa: l’isterica è una schiava che cerca un padrone sul quale regnare. Da allora ho imparato a difendermi dagli amori malati.

Ho scoperto nel libro, anche prima di indovinare l’assassino (o l’assassina o gli assassini), com’è stato inventato il tè in bustine, ed è un caso di serendipity, la parola inventata dallo scrittore inglese Horace Walpole, che aveva letto una fiaba persiana dal titolo Tre prìncipi di Serendippo. Ma la serendipity è un incontro fortuito che ci conduce a scoperte felici, la qual cosa nella nostra vita arricchita dalla psicoanalisi o dalla psicoterapia, avviene con situazioni o persone ricercate ma sicuramente meritate, come l’appuntamento sospirato con l’amore, la voglia d’amicizia o l’imbocco perfetto di un lavoro o il coinvolgimento in una passione per un’arte, uno sport o un collezionismo. Noi psicoanalisti sosteniamo che il caso non esiste e che siamo tutti artefici del nostro destino, anche se un pizzico di fortuna non guasta mai. Ma anche la fortuna aiuta prevalentemente gli audaci. Tutte cose già dette dagli antichi, siamo d’accordo (Homo faber est suae quisque fortunae, attribuita a Sallustio e audentes fortuna iuvat di Virgilio), eppure spesso dimentichiamo quanta saggezza anche psicologica ci viene dai nostri scrittori antichi. Com’è ecologico il nostro autore, dato che il suo capo poliziotto è anche un amante delle piante, ne conosce i nomi e le particolarità. Un’altra ragione per continuare a leggere questo libro è la protesta contro la tv del dolore, che rimbambisce la gente, insomma tutto quel genere di informazione contro cui i veri giornalisti combattono quotidianamente, ma che spesso devono subire anche loro, basta guardare alcuni programmi dove il pettegolezzo, il chiacchiericcio e la stupidità sono sovrani. Grazie quindi all’Imperatore di questo libro per la tirata d’orecchie nei confronti della comunicazione mediatica più becera e insopportabile. Mi accorgo di aver dimenticato sir Arthur Conan Doyle tra le mie passioni del genere cui appartiene l’ideatore del mio assassinio letterario; lo scrittore era medico ed è stato il padre di uno dei più famosi investigatori del mondo, Sherlock Holmes, di cui troviamo nel libro una curiosissima e inedita storia: rimase incastrato in un cunicolo, in una grotta di Seiano, una frazione di Vico Equense, la patria della pizza a metro. C’è spazio nel libro anche per la famosa maledizione della villa della Gaiola, segnata da un malocchio per cui tutti i proprietari (tra cui il “re d’Italia” Gianni Agnelli e lo stramiliardario americano Paul Getty) nel tempo sarebbero incorsi in problemi più o meno antipatici. Si passa quindi da informazioni (che il viaggiatore che va a Napoli deve sapere) sulla chiesa di Santa Maria del Parto, dove c’è il dipinto di San Michele che uccide il diavolo di Mergellina, ripassando per Agatha Christie (le coincidenze possono diventare indizi) e terminando con la psicofilosofia della ciorta, ovvero la sorte secondo i napoletani: le maledizioni, le leggende, le paure passano di bocca in bocca e col tempo diventano convinzioni. Finché queste credenze restano confinate nel perimetro delle emozioni personali, dei pensieri e delle conversazioni, sono da considerarsi innocue. Il problema sorge quando vengono adottate come pretesti o spunti per atti violenti. Questa è la convinzione di Pino Imperatore, che chi scrive condivide in pieno, aggiungendo però che tutto ciò è frutto di menti se non proprio disturbate, almeno un po’ malate o fragili, che si appigliano, si attaccano, si incollano alle laide credenze della jella, per spostare su eventi o persone le colpe dei veri responsabili (a tal proposito da Freud a Servadio, fino a Sergio Benvenuto[1], esistono interessantissime e validissime interpretazioni del malocchio e della jettatura, non ultima quella che riguarda proprio Napoli e il monumento alla jella proposto nel 2017 e di cui non si ha più notizia)

Come molti dei miei amici, colleghi e allievi sanno, fui coinvolto nel sequestro della nave Achille Lauro nel 1985, quando in quattrocento circa, fummo tenuti in ostaggio da quattro palestinesi per ben 52 ore (ne ho scritto in varie occasioni in un paio di miei libri). Tutto si risolse bene tranne la morte di Leon Klinghofer, l’ebreo americano che fu ucciso barbaramente e poi gettato in mare durante quelle ore terribili. Quando tornai a lavorare sulla Achille Lauro dopo pochi mesi, l’imperizia di un altro comandante fece arenare la nave in un porto famoso del Mediterraneo, e l’incidente coinvolse qualcosa come dieci imbarcazioni da rimorchio per raddrizzare lo scafo e portarlo in acque più alte e tenne bloccato il porto e la nave per un’intera giornata. Ebbene, quel “campione” del comandante immediatamente sparse la voce che era tutta colpa mia, dato che ero l’unico presente anche durante il sequestro, e dunque ero io che “portavo sfortuna” alla nave. Capito l’antifona? Lui non si assunse la responsabilità dell’attenzione durante la manovra di attracco, e pensò bene di incolpare me che di quella nave conoscevo soltanto l’ambulatorio, l’ospedaletto e la farmacia… A proposito di navi e di comandanti “sbadati”, nel libro c’è spazio anche per l’angosciosa storia del disastro della Costa Concordia, a cui un ex-medico di bordo non può non prestare attenzione per il rito dell’inchino (vedi il mio articolo O Capitano! Mio Capitano! sul mio sito, altrimenti non la finisco più, avete ragione!).

Ma quale sorpresa per uno psicoanalista trovare proprio il nome di Freud, che andrebbe a nozze a proposito dei conflitti tra l’io e le pulsioni dell’es di un personaggio che non dirò chi è del libro di Imperatore.

Personalmente, ho individuato il colpevole a pagina 245 e, per favore, se doveste indovinarlo anche voi che leggete questa lettera privata, ma assai pubblica (è il vezzo degli scrittori di trasformare tutto in letteratura, come si diceva anche prima a proposito delle vendette) proseguite, perché potrete anche scoprire il significato – che giuro, non avevo mai capito finora – di non sfroculiare la mazzarella, che tira in ballo la chiesa di San Raffaele a Napoli, la fecondità, un grosso pesce ai piedi di una statua del santo che le donne regolarmente baciavano, il cantante lirico del ‘700 Nicolino Grimaldi e il bastone di San Giuseppe dall’artista apparentemente ritrovato. Insomma sì, Napoli è come dice Imperatore: coinvolgente, contaminante, trascinante, vista dal di dentro. Vista dall’alto lascia senza respiro. Strappa il cuore dal petto. E poi, ancora una spiegazione su un peccato di gola: gli struffoli e la loro origine rococò. Chissà – e sto davvero per concludere – quando Pino Imperatore racconta del leggendario pescatore Colapesce, se sa del libretto scritto su di lui da Raffaele La Capria, la cui storia è inclusa nel mio libro Caro Papà. Che bravo scrittore è questo quasi centenario romanziere napoletano detto Dudù autore di un libro cardine nella storia della letteratura italiana, Ferito a morte, anche se io adoro tutti gli altri suoi scritti, incluso Amore e Psiche per ragioni anche professionali. Mi ha molto incuriosito inoltre, in questa storia di sangue, olio e peperoncino di Imperatore, la preghiera esorcistica in onore di San Michele Arcangelo che – secondo l’Apocalisse della Vergine, una versione apocrifa del Nuovo Testamento – guidò la madre di Gesù nell’Oltretomba per farle vedere le condizioni in cui versavano i dannati… e questa pratica è rimasta attiva dalla fine dell’Ottocento fino agli anni 60 del Novecento.

Incontriamo nel libro anche Giacomo Leopardi, che visse e morì a Napoli e la presenza dell’uroboro sul monumento edificato in suo onore. L’uroboro è un simbolo di eternità, di infinito, di immortalità, come giustamente scrive l’autore, ed è un significante utilizzato da uno dei più importanti psicoanalisti dopo Freud e Jung, Erich Neumann, autore del saggio La grande madre, che è un pilastro della psicoanalisi. Perché la psicoanalisi c’entra anche (ovviamente) con l’assassino, in quanto le ragioni inconsce dei delitti, partono sempre dalle nostre tormentate ombre psichiche. Chi leggerà saprà.

Ho capito in questa ricerca psico-letteraria sulle tracce dell’assassino del mio omonimo, che ha ragione Emil Cioran quando dice che in arte e in tutto, il commentatore è di solito più accorto e più lucido del commentato. È il vantaggio dell’assassino sulla vittima. Insomma, sento in qualche modo di aver riabilitato, sulla scia del filosofo e saggista rumeno, non il personaggio piuttosto negativo del libro, ma soltanto il suo nome che è anche il mio.

All’inizio ho raccontato di aver contato il numero di pagine fosse il libro, ma bisogna aggiungerne altre quattro, dal titolo Appunti di fine viaggio, dove Pino Imperatore scrive un commiato esplicativo rivolto ai lettori. E non posso non condividere quando dice se si vuole raccontare il reale bisogna sporcarsi le mani e sudare. Questo è anche il compito dello psicoanalista, che non può evitare di sporcarsi le mani nel suo lavoro, altrimenti sarebbe un chirurgo da camera sterile. Invece il nostro lavoro consiste in una empatia che ci fa condividere le sofferenze e le difficoltà del vivere dei nostri assistiti. Dice Imperatore che i personaggi del suo romanzo sono sì inventati, ma per lui è come se esistessero. Ugualmente tutti i pazienti che lo psicoanalista vede fanno parte della sua vita, anzi sono tutti aspetti della sua esistenza che vanno a fargli visita durante tutto l’arco della sua carriera e sono quindi parte della sua famiglia interiore e reale. Come l’autore di Aglio olio e assassino, sono anch’io d’accordo nel dedicare questo mio scritto alle persone deboli e agli “ultimi”, che ultimi non saranno mai, secondo le intenzioni di Imperatore e anche mie.

Non posso però chiudere questa mia lunga ma spero delicata “vendetta psico-letteraria” senza menzionare un paio di persone. La prima è una psicoanalista che mi sta molto a cuore, Marie Bonaparte, che fu allieva di Freud e lo aiutò con tutte le sue forze nobili ed economiche a scappare da una Vienna ormai prigioniera della furia nazista. Marie rimase fedelissima a lui e scrisse un notevole e lungo saggio psicoanalitico su Edgar Allan Poe, forse uno dei più geniali scrittori di gialli, e probabilmente uno dei più immortali esponenti del genere. Ebbene, Marie, che era pronipote del sanguinario Napoleone Bonaparte, scrisse in una lettera (la traduzione è mia): mi piacciono gli assassini; li trovo interessanti, forse che mio nonno non è stato uno di loro quando ha ucciso Victor Noir il giornalista (in un duello, ndA)? E il mio prozio Napoleone che assassino monumentale è stato![2]

L’altro personaggio che desidero ricordare è Thomas de Quincey, che nel suo libro L’assassinio come una delle belle arti[3] (che Pino Imperatore deve conoscere!) parla dell’omicidio in un classico stile umoristico inglese. Ma più che il libro, sarcastico e ben argomentato, mi piace ricordare quanto ha scritto Giorgio Manganelli nella prefazione allo stesso, ovvero, che l’assassino porta sulle sue spalle una grande e drammatica responsabilità: egli è il delegato di tutti gli assassini che non uccidono. Manganelli, che la sapeva lunghissima in fatto di letteratura e di psicoanalisi, ricorda che spesso nella nostra vita onirica accade che qualcuno ci uccide o noi uccidiamo qualcuno. E questo è un bene, aggiungo io, perché tale attività notturna riesce anche e forse a impedirci questi atti criminosi durante il giorno. Dedico dunque a Pino Imperatore, affinché possa gioiosamente continuare il suo lavoro con creatività, pur facendo fuori un po’ di gente nei suoi libri, questa ultima considerazione, che Giorgio Manganelli scrive su de Quincey: sapeva che senza omicidio la vita sarebbe insopportabile – naturalmente, l’omicidio degli altri.

Psicoanaliticamente almeno, la partita è patta. Voglio infine interpretare la morte del mio omonimo nel tuo libro, come un sano tentativo inconscio di eliminare la mia parte ombra, insomma il mio mister Hyde, impresa che non è riuscita neanche al mitico dottor Jekyll.

Dunque grazie caro Pino Imperatore per la stimolante lettura che ha scatenato questo mio scritto.

Al piacere di conoscerti.


[1] Vedi Il libro Lo jettatore di Sergio Benvenuto e dello stesso autore Iella e jettatura a Napoli, doppiozero.com/materiali/iella-e-jettatura-napoli. Per Emilio Servadio vedi La paura del malocchio, Riv. Ital. Psicoanal., 3:67-83. Fondamentale è però Il perturbante di Freud in L’Io e L’es (1923).

[2] Celia Bertin, Marie Bonaparte, A life, Yale University Press, 1982. A ulteriore riprova (e discolpa) di quanto anche gli psicoanalisti possono essere degli “assassini” letterari, valga questa lettera di Marie Bonaparte scritta allo psichiatra René Laforgue: “Che cosa meravigliosa è l’analisi! Uno non potrà mai abbracciare un’altra professione dopo averla assaggiata. Ma, quando sarò capace di analizzare (analyser in francese) – stavo quasi scrivendo ammazzare (ma in francese suona assasiner, con pronuncia e parole assai simili ad analyser) esseri umani?” Forse questo lapsus calami rivela la sua identificazione con i “maschi assassini” della sua infanzia, suo padre e Pascal, il fratellastro del suo genitore.

[3] Edizioni il Formichiere, Milano, 1977

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