Irving Penn Picasso

Irving Penn, lo scatto che cattura l’anima

Esistono, in alcune famiglie, dei doni preziosi distribuiti con generosità dalla natura. Parliamo gente dotata nel campo dell’arte, come i fratelli Auguste e Louis Lumière (modesti, dichiararono: Il cinema è un’invenzione senza futuro); o addirittura di cinque fratelli come i Marx, di cui Groucho fu senz’altro il più geniale, ma Harpo e Chico erano due pezzi da novanta e gli altri due, Gummo e Zeppo, non erano poi soltanto dei clown. Così possiamo dire dei fratelli Skladanowsky, disseppelliti dall’oblio, grazie a Wim Wenders, che con il film omonimo del 1995, rivela come Eugen e Max avessero inventato il cinema tre anni prima dei Lumière, proiettando con un apparecchio di loro invenzione, il bioskop, otto brevi sequenze filmiche (è un film delizioso!). Ma anche in Italia possiamo vantare due grandi talenti come i fratelli Bernardo e Giuseppe Bertolucci, entrambi registi di cinema; i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che addirittura i film li girano insieme firmandoli congiuntamente; Marco Bellocchio ha un fratello, Piergiorgio, scrittore nonché fondatore della mitica rivista Quaderni Piacentini. Tra Francia e Italia, possiamo annoverare Giorgio de Chirico e Alberto Savinio (il secondo ha preso questo cognome per evitare confusioni, e forse alla lunga sarà ricordato più del fratello più famoso per il suo essere un artista a tutto tondo: scrittore, musicista, giornalista e pittore) e ancora in Francia lo scrittore Paul Claudel e la scultrice Camille, sua sorella, sulla quale è stato girato uno splendido film di Bruno Nuytten nel 1988. E ancora in America ricordiamo Tony Scott, fratello suicida di Ridley regista di Blade Runner e di Alien. Di Tony amiamo soprattutto il primo film: The hunger che con il solito “buongusto” italico, fu tradotto in Miriam si sveglia a mezzanotte. O ancora, sempre in America, morto un Belushi, (John, quello dei Blues Brothers) se ne fa un altro, il fratello Jim, che diventa celebre dopo la scomparsa del fratello, quasi prendendone il posto. E che dire poi delle famiglie degli artisti? In America un certo Frank Sinatra è non solo uno dei più grandi cantanti di musica leggera del ventesimo secolo ma anche il padre della cantante Nancy Sinatra, di cui basterebbe ricordare due canzoni: These boots are made for walking e Somethin’ stupid in duetto col padre. In Italia, nel sedicesimo secolo, Artemisia Gentileschi ha quasi offuscato la bravura del padre Orazio per il quale sembra abbia dipinto più di quanto non abbia firmato…
E se ci avete sopportato finora, con tutto questo elenco, eccovi premiati. Volevamo semplicemente parlarvi di un maestro della fotografia, Irving Penn, che appartiene, come tutti quelli sopra citati, alle famiglie talentuose, che vantano insomma più di un genio in famiglia. L’altro si chiamava Arthur ed è stato uno dei più significativi registi americani del secolo scorso (anche lui è un nostro beniamino e ne abbiamo scritto in Pazzi per il Cinema – MediCineTerapie, Alpes, Roma, 2013). Dopo una granceola olio e limone, ci siamo diretti al Palazzo Grassi di Venezia per visitare la mostra Irving Penn, Resonance.

Irving Penn
Philippe, Irving Penn and the turkey head
Fonte Philippe, Irving Penn and the turkey head
Autore Prêt à Voyager

In un prezioso album del 1987 intitolato Ignoto a me stesso – ritratti di scrittori da Edgar Allan Poe a Jorge Louis Borges, ovvero la fotografia vista da Leonardo Sciascia, spiccano un centinaio di ritratti scattati da celebri principianti quali Emile Zola, George Bernard Shaw, Victor Hugo, Luigi Capuana, Lewis Carrol (quest’ultimo non proprio un novellino) accanto a maestri della fotografia quali Cecil Beaton, Richard Avedon, Cornell Capa, Robert Capa, Gisèle Freund, Inge Morath, Ugo Mulas, Gaspard-Felix Nadar, Man Ray, Edward Weston. Tra i fotografi professionisti è stato scelto anche Irving Penn, di cui ricordiamo una foto della scrittrice Colette del 1951 che ritroviamo in questa mostra, una dello scrittore e ministro francese della cultura André Malraux e una di Elio Vittorini accanto a Eugenio Montale. Ma Irving Penn ci è particolarmente caro per una foto speciale scattata al Caffè Greco di Roma nel 1948, da noi utilizzata per la locandina di una stagione molto felice delle Conversazioni del Venerdì del Centro Studi Psicologia e Letteratura. In questa foto sono ritratti scrittori, pittori, attori, musicisti, registi e intellettuali, tra cui spiccano Ennio Flaiano, Orson Welles, Goffredo Petrassi, Lea Padovani, Mario Mafai, Carlo Levi ed altri. Nello scatto si respira l’aria intellettuale del tempo, quando il Caffè Greco era il punto di coagulo dell’intellighenzia romana nell’immediato dopoguerra.

Abbiamo scoperto che tutte le foto di questa mostra appartengono a François Pinault, un multimiliardario francese che guarda caso risulta anche il proprietario del Palazzo Grassi di Venezia. Possiamo intanto ammirare, in tre emblematiche pose, l’eleganza e la fotogenicità della modella Lisa Fonssagrives che è stata moglie dell’artista per ben quarantadue anni. Queste foto sono Woman with Roses, dove la modella, con una tipica pettinatura germanica, esibisce sul braccio sinistro una triade di rose bianche enormi, con la mano sul fianco, quasi i fiori facessero parte del suo corpo visto come un rosaio nero. L’impressione che se ne ricava è che la donna sia il parto di un mito che la vuole metà albero e metà donna. Siamo insomma dalle parti di Ovidio e le sue Metamorfosi. L’altra fotografia ritrae la donna di una bellezza volutamente algida nei panni di Arlecchino, con un abito a quadroni bianchi e neri, quattro giri di perle attorno al collo, un cappello tricorne tipicamente veneziano e uno sguardo più da manichino che da creatura umana. Irving Penn VeneziaNella terza inquadratura indossa un abito da sirena confezionato da Rochas. Ma ancora sbalorditiva è un’altra donna ritratta da Irving, che è Jean Patchett vista da milioni di persone sulla copertina di Vogue del giugno 1950 e ancora oggi magnetica per ironia e seduzione. La modella indossa tutti capi firmatissimi con perfetta alternanza tra il bianco e il nero. Un cappello che ricorda il modello pretesco “saturno” è pavesato da una fascia bianca. Lo sguardo della fanciulla è tutto rivolto alla sua destra, con un’attenzione tra il meravigliato e il compunto. Un’eroticissima veletta serra a rete il suo volto ovale, dove la bocca sporge come un rombo perfetto. Un fazzoletto nero fuoriesce direttamente dalla gola con movimento a farfalla, mentre un foulard bianco parte dalla trachea per scendere giù sul petto.

Molto divertente è la carrellata di foto dedicate ad arti e mestieri, dove sono classificate quasi antropologicamente le categorie dei diversi lavori: un nero sorridente cameriere di treno americano, uno straccivendolo dal sacco pesante, due soddisfatti macellai francesi in posa, due cenciose sguattere inglesi, un pescivendolo londinese molto somigliante a Dario Fo da giovane, un palombaro newyorkese, un poliziotto in motocicletta e un pompiere parigino con una pompa arrotolata che sembra uno strumento musicale o un’arma da guerra. Tutte foto scattate tra il ’50 e il ’51.

Piccoli capolavori risultano i quadri fotografici realizzati in Africa tra il 1967 e il 1969 che spiccano per la maestosità delle pose di donne e uomini, dei guerrieri in costume e soprattutto dei loro sguardi così intensi e profondi. Forse sarà vero quello che credono molte popolazioni africane e australiane, che la foto possa rubare loro l’anima. Qui sembra che Penn ci sia proprio riuscito. Ma le foto che lo psicofuturista adora più di tutte, sono quelle che ritraggono Alfred Hitchcock bello grassottello, seduto su un tappeto ricurvo ad arco, che sembra un campo da golf ingobbitosi apposta per l’occasione. Il mago della suspense cinematografica appare qui spaurito e timido, come un cucciolo di panda in scarpe e completo fumo di Londra. Le manine sono intrecciate proprio come quelle di un orsetto che le ha appena tolte dalla marmellata. Hitch è già qualcuno. Solo negli ultimi due anni ha girato due pellicole che apparterranno immediatamente alla storia del cinema: Io ti salverò (1945) e Notorius (1946). L’anno della fotografia di Penn (1947) partorirà Il caso Paradine. Altra foto prediletta dallo psicofuturista è quella di Marlene Dietrich, che sembra realizzata con la stessa tecnica utilizzata per il maestro del terrore: in evidenza sono soltanto il volto e le mani che sbucano da un sacco nero che è sicuramente un vestito elegante; soltanto ora sappiamo che è pronta per girare Paura in palcoscenico (due anni dopo) proprio con il re del brivido. Che idea poi, quella di infilare in un angolo di 22,5 gradi Marcel Duchamp già arcinoto ed anche un giovanissimo Truman Capote ancora a caccia di celebrità. Era proprio un bell’uomo Salvador Dalì nel 1947, quando viene ritratto da Penn in tutta la sua leggiadria. Peccato che fosse uno dei pochi artisti famosi spagnoli ad aver appoggiato il franchismo vivendo sotto il regime del Caudillo riverito e osannato, nonché dopo aver rinnegato la sua amicizia – e il suo amore gay – per Federico Garcia Lorca. Di grande riuscita quasi pittorica, degna dello stile di Cocteau, la foto che lo ritrae semi assiso su una sedia: sembra proprio uno scrittore-uccello imperiale dal gilet a quadri e dalla cravatta a righe che ha da poco partorito l’Aquila a due teste, un vero capolavoro teatrale e cinematografico. Che idea geniale poi quella di fotografare le mani, soltanto le mani, della più grande tromba di tutti i tempi: Miles Davis, con le dita riprese nell’atto di premere ogni volta un ideale tasto diverso dello strumento. Ricordiamo che Miles Davis, insieme a quelle esposte, ha utilizzato altre foto di Penn per il suo album Tutu del 1986. Ce n’è una dove il volto del jazzista somiglia a una vera maschera africana antica, con le mani che tirano il volto e stendono gli occhi chiusi: davvero formidabile. Anche qui l’anima è stata catturata. Ritroviamo tra i personaggi ritratti una vecchia conoscenza: Cecil Beaton, di cui abbiamo parlato a proposito della mostra della Marchesa Casati a Venezia. Un vero dandy in abito da sera e mantello, molto vicino ai tempi e ai luoghi di Baron Corvo a Venezia. Ecco ancora qualche foto straordinaria: Woody Allen truccato da Charlot, con bombetta, baffetti “a spazzolino” e rosa al naso, quasi irriconoscibile nei panni di qualcuno che non può non essere stato un suo idolo. Ecco Truman Capote in una posa molto ricercata: occhi chiusi, occhiali nella mano destra con l’indice che pigia sulla tempia; l’altra mano regge col pollice il mento e, in bella vista, cinturino di orologio elegante, un gemello pregiato al polsino candido della camicia e un abito grigio a righe bianche che spunta sulla spalla destra. Devono essere stati abbastanza amici, dato che esistono diverse foto dello scrittore di Colazione da Tiffany scattate da Irving nel corso di molti anni. Foto memorabile quella di Picasso di cui si scorge appena un occhio, il naso, bianchi capelli e un orecchio, tutto il resto è contornato da un cappello a doppio colore e un tabarro che gli copre la bocca… ma non c’è dubbio, è proprio Picasso, quanto mai Picasso con quell’occhio così penetrante e visionario. Ecco ancora Marc Chagall, uno dei pittori più longevi della storia dell’arte (novantott’anni di vita!), ripreso nel 1947 in una posa pensierosa dietro un suo quadro, come a dirsi “avrò fatto un buon lavoro?”.

Irving Penn, l’artista che ha imprigionato nei suoi scatti le anime degli oggetti e delle persone rendendole libere di circolare nel cuore e negli occhi di chi le ammira.

Pubblicato da

Amedeo Caruso

Presidente del Centro Studi Psiche Arte e Società, direttore dell'omonima rivista. Medico-Chirurgo, specialista in Medicina Interna, Psicoterapeuta, Esperto in Bioetica.