Festival del Cinema di Roma

Roma – Festival del Cinema 2013

Festival del Cinema di Roma

Il Premio Marco Aurelio per la Settima Arte, istituito otto anni fa dalla città di Roma, è il trofeo che questa autunnale kermesse cinematografica, nuovissima tra i festival europei, consegna al miglior film in concorso. Sembra un’enorme piscina l’Auditorium progettato da Renzo Piano, colma di pesci di varie taglie di celluloide e altri strani esemplari ittico-cinematografici, come pesci martello (produttori), aragoste (le dive), gli squali (i cacciatori di autografi) e i delfini (i distributori), che si mescolano ai bagnanti appassionati di cinema, sguazzanti nell’acqua e all’aperto, con aria di festa sfacciatamente capitolina.

Ci tuffiamo, appena giunti, nella visione del film turco I am not him, di Tayfun Pirselimoglu, in concorso. Ebbene, questo film, pur facendoci nuotare nel bel ricordo di film suoi avi, come l’imprescindibile Oggetto oscuro del desiderio di Buñuel e, dolcemente, nelle acque lontane de La donna del ritratto di Lang, ci ha convinto e intrigato. È una storia semplice. Il protagonista è un inserviente delle pulizie, solitario e introverso. Viene inizialmente inquadrato dal regista in una stolida avventura a caccia di prostitute con un paio di colleghi, che però lo abbandonano all’arrivo della polizia. Il malcapitato si ritrova in gattabuia, insieme a un disperato che batte senza sosta il tacco di una scarpa contro le sbarre. Il giorno dopo viene rilasciato. Trova quindi sul suo posto di lavoro, come lavapiatti, una donna chiacchierata, assai complicata, affascinante ed enigmatica (l’attrice Maryam Zaree), Ayşe, la donna di un bandito. Infatti il marito è un criminale noto, che sta scontando da tempo in una prigione di sicurezza le sue malefatte. Oltre ad esercitare il mestiere di sguattera, la femme fatale è un’ottima cuoca e, con questo “allettamento”, invita a casa Nihat, dove il selvatico solitario la possiede senza grazia sul divano dopo la cena. Ma il selvaggio si accorge pure di avere una straordinaria somiglianza con il delinquente carcerato (un assassino conclamato), osservandone una foto esposta in casa. Ed ecco comparire l’aspetto surreale: durante una gita in barca, lei scompare inspiegabilmente, quasi fossimo dalle parti de L’Avventura di Antonioni. Ma, nel nostro film, viene ritrovata esanime sulla spiaggia, senza che lui abbia fatto nulla. Giunto a casa, evita di tornare al lavoro dandosi malato. Intanto comincia a costruirsi una nuova identità (l’accostamento a Professione Reporter è inevitabile), radendosi e inforcando un paio di occhiali. Cambia città e viene scambiato, da uno dei vecchi membri della banda del vero malvivente, per quest’ultimo, ottenendo subito un’offerta di aiuto. Durante il suo girovagare, si imbatte, senza essere visto, in Ayşe, resuscitata non si sa come. Lei esercita la prostituzione. La segue e la contatta, senza che lei batta ciglio, incarnata in una sosia cinica e indifferente, che stupisce, incredulo, il povero Nihat, appena trasformatosi nel sosia del gangster. Sarà una congiura tramata da lei? Spiato il vero gangster, entra nel suo hotel appena questi ne esce e si addormenta nella sua camera. Di più non vi diremo, lasciandovi soltanto respirare, speriamo, attraverso queste righe, un’atmosfera del Polański de L’inquilino del terzo piano, e scrutare di soppiatto il sogghigno buñueliano, che vi costringerà a restare in bilico tra vita e sogno.

Ci trasferiamo di corsa in un’altra sala, curiosissimi di conoscere l’ultima fatica di Davide Ferrario, un regista torinese “doc”, che ci ha stupito per il suo bell’esordio Dopo mezzanotte e intrigati per il secondo film La doppia ora (entrambi ancora consigliabili vivamente). A noi La luna su Torino è piaciuto. Sarà perché conosciamo molto bene Torino e il suo fascino, sarà perché questa storia del 45° parallelo, che passa proprio per la città delle belle donne (così recita una canzonetta goliardica piemontese), segnando l’equidistanza tra il Polo Nord e l’Equatore, ci era ignota e ci sembra assai originale far svolgere il film lungo le tracce di questa corda acrobatica. Ci ha divertito la storia dei tre personaggi principali, un ereditiere improbabile, che forse solo a Torino si può trovare (ma lo conferma la recente terza prova registica di Valeria Bruni Tedeschi, Un castello in Italia), generoso e sfortunato con le donne, soprattutto con il personaggio femminile, che lui ospita nella sua magione senza pretendere alcun affitto, e che non se lo fila minimamente, nonostante i suoi maldestri tentativi; terzo personaggio il dongiovanni che lavora in un bioparco. Le loro vite si intrecciano e ogni tanto si aiutano, ma soprattutto ci raccontano il disagio generazionale di questi personaggi tra i venti e i trent’anni. Forse la sceneggiatura è la parte meno forte del film, ma le caratterizzazioni psicologiche degli interpreti – dunque la cosa che più ci interessa – sono assai ben delineate. Consigliato a chi vuol saperne un po’ più di Torino e un po’ più di sé.

Un’altra occasione, alla quale partecipiamo, è un docufilm dal titolo Il carattere italiano di Angelo Bozzolini, nato con la collaborazione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Noi che siamo degli assidui dei concerti che hanno protagonista l’orchestra di S. Cecilia, ci siamo appassionati all’ascolto anche oculare dei brani musicali e alla visione delle interviste di cui è composta la pellicola. Abbiamo appreso la storia dell’Accademia, che nacque nel 1585 come Congregazione, e si pregiò di Orchestra e Coro dal 1895. Abbiamo rivisto i grandi Giulini e Prêtre, il compianto bravissimo Sinopoli e il forte Temirkanov, fino ad arrivare al magico Pappano, che dal 2005 dirige l’Orchestra, con unanimi consensi di critica e pubblico. Ci siamo deliziati ad assistere ad alcuni fuori scena durante le prove ed abbiamo conosciuto, a questo punto possiamo dire quasi personalmente, tanti dei musicisti che ci raccontano di sé, ma siamo stati attentissimi quando il sagace regista li ha interrogati sui loro sogni, argomento che non finisce mai di entusiasmare lo psicoanalista. Ecco dunque Pappano, che sogna spesso di arrivare in ritardo al concerto, oppure di scoprire che un altro sta dirigendo al suo posto. Questo è un sogno abbastanza comune anche a molti degli orchestrali, indice chiaro di non volere/dovere assolutamente mancare l’appuntamento e della sana paura connessa con la perdita dell’evento. C’è chi sogna di volare su un aereo decappottato, come fosse una spider in aria e tutti insieme cantano Va pensiero finché arrivano degli squali volanti. Il suonatore di tromba si vede in sogno suonare in uno stadio come Vasco Rossi. Tanti, nella vita onirica, dimenticano il loro strumento (che non lascerebbero per tutto l’oro del mondo) oppure lo perdono, segno anche questo del timore di perdere ciò che li lega di più al loro lavoro e alla loro vita. Frequentissimo è l’evento a occhi chiusi di arrivare tardi e di perdere aerei, autobus e treni. E ancora, che angoscia sognare di dover suonare un altro strumento senza conoscerlo oppure con il proprio strumento dover suonare senza conoscere la partitura! Che gioia ancora, tutta psicoanalitica questa volta, di ascoltare un musicista assai competente di psicoanalisi (capirete chi è quando vedrete il film), che ragiona di senex e puer e discetta di aspetti musicali e relazionali ben interpretati alla luce di Psiche. Che commozione infine ascoltare Pappano che ricorda di aver accompagnato al piano, dall’età di sei anni ai diciotto, il padre che insegnava canto… e commentarlo così: dodici anni senza infanzia! …ma ne è valsa la pena, possiamo concludere noi, che queste cose ce le raccontano sovente molti dei talentuosi pazienti che abbiamo. Pappano ha debuttato a soli 28 anni come direttore d’orchestra con una Bohème a Oslo (1987) e poi ha collaborato per sei anni con Daniel Baremboim a Bayreuth e nel 2002 è nominato direttore musicale alla Royal Opera House di Londra, fino ad approdare a Roma, dove, fa capire chiaramente che finché durerà sarà bellissimo.

Una grande curiosità ci attanaglia, per vedere e ascoltare dal vivo Jonathan Demme, uno degli animali cinematografici più di razza che l’America ci abbia donato. Ammaliati dal suo Something wild (1986), che parte come una commedia brillante, per trasformarsi in un noir di alta classe, e con una davvero travolgente Melanie Griffith, non abbiamo perso un film di questo intelligente e versatile regista. Abbiamo cominciato ad amarlo profondamente però, quando ci siamo accorti del suo forte impegno politico, dimostrato con The Agronomist (2003), di cui abbiamo parlato diffusamente nel libro Pazzi per il Cinema (2013, Alpes). Ci racconta così, oggi a Roma, come il suo battesimo da regista lo abbia tenuto il mitico Roger Corman, quando lo ha incontrato sul set del Barone Rosso (1971) ed è stato letteralmente ingaggiato dall’uomo che sapeva girare un film – e bene – anche in pochi giorni e con pochissimi soldi. Assai deludente il video-montaggio iniziale dei film di Demme, roba che con i mezzi e gli uomini di un festival, ci si sarebbe aspettato davvero molto di più (la prossima volta ingaggiate il Presidente del Circolo del Cinema La grande illusione e vi accorgerete della differenza e della qualità!). Una vecchia leggenda suggerisce di evitare di conoscere o incontrare personaggi che amiamo per i loro film, romanzi, canzoni eccetera. Giuro che con Arthur Penn non è stato così, appena otto anni fa, proprio all’Auditorium. Questa conoscenza plateale ha scontentato abbastanza le nostre aspettative, perché ci siamo trovati di fronte (eravamo in prima fila) un sorridente bonaccione entusiasta di qualunque cosa, capace di definire Enzo Avitabile “il più grande compositore del pianeta”, che, con tutto il rispetto per la bravura di Avitabile, ci sembra un tantino esagerato. Ma, forse, è soltanto un deleterio costume americano quello di incensare fino al parossismo qualunque attività si stia svolgendo al momento, si tratti di un pollo ruspante a tavola o di una collaborazione filmica in corso. Eppure ci siamo commossi fino alle lacrime, durante la visione di Philadelphia (1993), immaginando chissà quale mente eccelsa lo avesse partorito. Ma il genio, forse preferiamo così, o il grande talento non si vergognano di nascondersi dietro un carattere soave e apparentemente semplicione. O addirittura antipatico come abbiamo appreso di Bergman nel resoconto di Lars von Trier, nell’indimenticabile recente visione di Trespassing Bergman alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno. Quel che abbiamo capito, comunque, ci basta per continuare a volergli bene: Demme non predilige progetti facili o sicuri successi da botteghino (anche se la trasposizione del romanzo di Toni Morrison, Beloved, con aspettative alte, si è rivelato un flop), e preferisce lanciarsi in avventure nuove ed entusiasmanti, come il già nominato The Agronomist, o questo nuovissimo Fear of Falling, trasposizione moderna di un dramma di Ibsen Il costruttore Solness, realizzato in combutta con due marpioni rivoluzionari del teatro, come Andrè Gregory e Wallace Shawn, operazione tutto sommato neanche nuova, dato che Louis Malle girò con loro un meraviglioso modernissimo Čechov, Vania sulla 42ma strada (avete davvero perso un bel film, se non lo conoscete). Ci ripromettiamo di vedere Fear of Falling appena possibile, come siamo senz’altro invogliati a vedere Enzo Avitabile Music Life, dato che il musicista e cantante era presente quella sera e Demme non ha smesso di elogiarlo per lungo tempo e forse ci ricrederemo sui migliori compositori del pianeta.

Ispirato fin dal titolo al capolavoro musicale Take five, portato al successo davvero planetario dal quintetto di Dave Brubeck, l’opera seconda di Guido Lombardo mette in scena un quintetto di malavitosi, alcuni ben ossidati come quelli interpretato da Peppe Lanzetta (un criminale direttamente uscito dai suoi libri Infernapoli e Un bronx napoletano) e Gaetano il ricettatore (nella vita è il produttore del film); ed altri tre, meno gangster e solo bisognosi di denaro facile, come il pugile belloccio, il cardiopatico in attesa di trapianto, l’idraulico che scopre la possibilità di un furto in un caveau bancario. Il film si muove ispirato da una parte a Le Iene di tarantiniana memoria e dall’altra strizza l’occhio agli insuperabili soliti ignoti. Lanzetta, nella sua caratterizzazione del delinquente disilluso, depresso, omosessuale represso, svetta sugli altri cinque, per bravura e studio psicologico del personaggio, che ribadisce fortemente le sue opere letterarie. Per il resto, il film non aggiunge molto alle storie già raccontate dai due illustri precedenti già citati.

Di un certo interesse ci è parso The Mole song di Takashi Miike, una storiella giapponese intessuta di manga e spy-story. È infatti ispirato al fumetto di Noboru Takahashi, e si appropria di certi stilemi del noir americano degli anni ’40 e ’50. La storia della talpa, questa la traduzione italiana, si snoda nella trasformazione di un agente di polizia in un infiltrato, che ha speciali doti, come l’ironia e la sfrontatezza giovanile, ma anche seri problemi sessuali, in quanto è un verginello irriducibile, nonostante i desideri frementi. Giocato su varie corde di una chitarra che suona dal divertito all’autosarcastico, dall’erotico soft al violento hard, è un puro divertissement, che piacerà a vecchi, giovani e bambini, ma lascia il cinepsicospettatore con una serena nostalgia per il film più giapponese più intenso mai visto, girato dall’americano Pollack, Yakuza del 1974 con Robert Mitchum, Ken Takakura e Keiko Kishi. Che c’entra, direte voi? Quasi niente, ma rivediamoci a un appuntamento dopo che voi avrete visto Yakuza. Contrariamente alle sue abitudini, il vostro critico si è svegliato presto questa mattina (viene voglia di citare quanto prega di fare Philo Vance, il detective psicologo, inventato da S.S. Van Dine, all’amico ispettore che lo va a trovare a casa sua all’alba, per un’urgenza: non riveli a nessuno che mi ha trovato sveglio a quest’ora!) per assicurarsi un posto alla proiezione di I am here di Isabelle Coixet, regista catalana di cui ha adorato i precedenti La mia vita senza di me e La vita segreta delle parole. Purtroppo ne è uscito deluso.

Nonostante la buona volontà e il passato artistico della regista e, nonostante una forte predilezione del vostro critico psicoanalitico per I temi del doppio, il film non è all’altezza dei precedenti, per diversi motivi: troppo sfilacciato, a volte risibile anzichè drammatico, nonostante le buone citazioni e gli ottimi riferimenti, quali il Macbeth di Polanski. Facciamocene una ragione e aspettiamola pazientemente alla prossima prova.

Frastornato dalle urla di gloria, tributate a Checco Zalone, ho fatto una prova, disposto al masochismo (ero reduce dalla fresca visione di Venere in pelliccia di Polanski non in concorso al Festival, neanche come ospite, che mi è piaciuta non poco): ho visionato Cado dalle nubi, primo film del campione di incassi del 2013 con Sole a catinelle (oltre 50 milioni di euro di incasso finora, Biglietto d’oro 2013 in Italia). Ebbene, mi sono divertito assai più rispetto alla vision di From Rome with love del vecchio Woody Allen, pieno di luoghi comuni e purtroppo pieno di bravi attori maldestramente utilizzati. Cambiare idea fa parte del nostro mestiere. Diffidare sempre dei marchi di fabbrica, qualche volta ci rifilano prodotti scadenti.

Arrivederci al prossimo appuntamento. In Italia – come diceva mia nonna – la vita è tutta un cinema.

Pubblicato da

Amedeo Caruso

Presidente del Centro Studi Psiche Arte e Società, direttore dell'omonima rivista. Medico-Chirurgo, specialista in Medicina Interna, Psicoterapeuta, Esperto in Bioetica.